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sabato 20 agosto 2016

LA RATATOUILLE



La ratatouille è un contorno a base di verdure tipico della cucina provenzale diffuso in gran parte della Francia e in particolar modo nella città di Nizza dove viene chiamata appunto "ratatouille niçoise"; il suo nome onomatopeico rievoca il gesto di rimestare le verdure che deriva dal francese "touiller" e dall’occitano "ratatolha". É composta da verdure fresche tagliate a cubetti di uguale dimensione e stufate insieme rispettando il giusto ordine di inserimento in pentola per non rischiare di cuocerle eccessivamente. In genere si prepara in estate quando le verdure sono più abbondanti e saporite e può essere aromatizzata con del timo, del basilico o altre erbe aromatiche a piacere. Servita come contorno con un accompagnamento di riso bollito, patate o anche semplicemente sul pane, è spesso arricchita con della cipolla tagliata a velo. Questa preparazione può essere paragonata per gusto e consistenza alla nostra peperonata o alla caponata siciliana.

Un contorno vitaminico e colorato, da accompagnare a piatti di carne o pesce.

La ricetta originale era di un piatto povero, preparato dai contadini, in estate. Non prevedeva nemmeno le melanzane, che invece ora vengono inserite, perché nel periodo estivo erano meno reperibili.



Ingredienti

2 zucchine

2 pomodori

1 peperone

1 melanzana

1 spicchio d'aglio

mezza cipolla

erbe aromatiche

olio extravergine d'oliva

Lava tutte le verdure, elimina i semini del peperone e taglia tutti gli ingredienti a cubetti.

Affetta la cipolla e mettila a soffriggere insieme allo spicchio d'aglio e all'olio extravergine d'oliva in una casseruola. Quando la cipolla è appassita, aggiungi peperone, melanzana e zucchina e lascia cuocere con il coperchio a fiamma media.

Quando le verdure sono quasi a fine cottura aggiungi i pomodori a cubetti, regola di sale e, se le ami, aggiungi delle erbe provenzali o del semplice basilico.

Se sei un'amante dei pomodori, soprattutto nel periodo estivo, quello migliore per stagionalità, sfruttali in tante preparazioni diverse.

La ratatouille francese può essere servita come piatto a sé stante (accompagnata da riso, patate, o semplice pane francese). Più frequentemente viene servita come contorno.


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ALJOTTA



La zuppa Aljotta è uno dei piatti importati dai Cavalieri di Malta, che principalmente furono estimatori della cucina francese, italiana e spagnola. Si tratta di un brodo di pesce con tanto aglio, erbe e pomodori, come si possono assaggiare in tante località della riviera Mediterranea.

L’Aljotta, ricetta tradizionale Maltese, è una squisita zuppa di pesce. Per preparare questa ricetta vengono utilizzati parti di pesce o piccoli pesci che generalmente non potrebbero essere mangiati perché troppo piccoli. Spesso vengono usati piccoli pesci come lo scorfano, il “Burqux” ( pesce marino di fondo molto colorato), i “Vopi” (piccolo pesce di fondo), oppure un pesce tipico Maltese come il “Lampuka”. Generalmente il pesce viene chiuso in un retino così da non far disperdere nella zuppa la pelle e le ossa del pesce. “L’Aljotta” poi può essere arricchita a piacimento con spezie, aglio, pomodori, erbe riso e peperoncino.



Preparazione: Scaldate l’olio a fuoco medio in una padella di grande altezza. Aggiungete le cipolle e fate cuocere fino a quando la cipolla si ammorbidisce. Aggiungete l’aglio, fate soffriggere per 30 secondi, quindi aggiungete i pomodori, il concentrato di pomodoro, la menta, la maggiorana e cuocere a fuoco basso per circa 8 minuti. Aggiungete il brodo di pesce,la rete di pesce e il pepe nero. Se volete potete anche aggiungere un bicchiere di vino bianco o seconda del gusto. Lasciate cuocere per circa 15 minuti. Mettere il riso e cuocere per circa 15-20 minuti o fino a quando il riso è cotto. Togliete la rete dall’interno della padella, togliete la carne buona e mettete in pentola. Servite caldo e Spruzzare con succo di limone, se lo si desidera.




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domenica 12 giugno 2016

LATTE IN POLVERE



Il latte artificiale è un alimento utilizzato per nutrire i neonati nei primi mesi di vita. Se non è possibile allattare al seno, si utilizza questo tipo di latte da biberon, che è l’unica valida alternativa all’allattamento materno. Solo il pediatra può indicare il tipo di latte artificiale: ve ne sono tanti in commercio e variano in modo tale che il piccolo deve poter assumere quello più adatto a lui.

Il formato più diffuso è del tipo latte in polvere, che si prepara per la somministrazione con l'addizione di acqua; per diverso tempo questo fu il solo formato disponibile, poi fu realizzato anche in confezione già preparata e pronta all'uso, o in concentrato liquido.

Il latte artificiale è prodotto in due principali tipi: il latte formulato adattato, che si impiega per la nutrizione di base nei primi mesi, e il latte di proseguimento.

Il ricorso al latte artificiale si ha in genere quando sia impossibile l'allattamento al seno oppure in caso di intolleranza o allergia ai latti animali (vaccino, ovino e caprino).

Fra i latti artificiali, per il suo utilizzo alternativo al latte animale, si include il latte di soia, caratterizzato da assenza di saccarosio e lattosio e da sostanza grassa costituita da oli vegetali.

La vendita di latte artificiale e gli interessi economici da questa promossi, sono stati oggetto di diversi studi da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità e di altri enti internazionali. Si è sospettato che talune aziende abbiano surrettiziamente operato attraverso il comparaggio con pediatri compiacenti per l'introduzione del latte artificiale in sostituzione di quello materno anche in assenza di effettive motivazioni cliniche. Questo avviene soprattutto in alcune aree socioeconomicamente e culturalmente svantaggiate come alcuni stati dell'Africa, dove l'allattamento al seno dovrebbe essere preferito. Per questa ragione alcune aziende produttrici, come, ma non solo, la Nestlé, sono oggetto di un boicottaggio da parte di alcuni consumatori a partire dal 1977, e a tutt'oggi il boicottaggio Nestlé è coordinato dall'International Nestlé Boycott Committee.

I latti artificiali, detti anche "formulati", sono costituiti da latte vaccino, che viene profondamente modificato per renderlo idoneo alle esigenze del neonato. Così com'è, infatti, il latte di mucca non può essere ritenuto idoneo per l'alimentazione del lattante. Se un tempo si ricorreva al latte di asina, simile per composizione a quello materno, oggi esistono dei prodotti artificiali che si avvicinano moltissimo ai suoi standard nutritivi. I latti artificiali sono attualmente l'unica e valida alternativa all'allattamento materno nei casi in cui questo non sia possibile.



La scelta del latte artificiale spetta sempre ed esclusivamente al pediatra; la madre non può e non deve assolutamente sceglierlo in base alle proprie preferenze, come avviene durante una normale spesa al supermercato. Tra i latti artificiali presenti in commercio possono infatti esservi delle piccole differenze di composizione che rendono più idoneo un prodotto rispetto ad un altro.
La composizione dei latti artificiali deve comunque corrispondere ai dettami dell'ESPGAM, un Ente Internazionale di Controllo costituito da medici (pediatri, gastroenterologi, allergologi ecc.) che studiano le necessità alimentari del bambino, in funzione di un corretto sviluppo e della prevenzione di problemi futuri (allergie, preferenze alimentari - importanti nella prevenzione di obesità, diabete ed altre malattie - ecc.).
L'ESPGAM fornisce degli intervalli di concentrazione ottimale per ogni nutriente che, dopo essere diventati oggetto di un regolamento CEE recepito dagli stati membri, obbliga i produttori di alimenti per l'infanzia ad adeguarsi a tali indicazioni.
Per la massima tutela del neonato, le norme ed i controlli sui latti artificiali sono particolarmente severe.
Per valutare l'accrescimento di un neonato i pediatri si basano su misure antropometriche. Peso, età, circonferenza cranica, lunghezza, piega cutanea del braccio e sua circonferenza, sono i parametri più comunemente rilevati.
Questi dati vengono poi confrontati con grafici particolari, dove sono riportate specifiche curve di accrescimento (differenti nei due sessi). La valutazione dei risultati è importante sia se il piccolo viene alimentato con latte materno, sia se la sua alimentazione si basa esclusivamente su quello artificiale.

Appurato che il latte materno rappresenta per il neonato il primo ed insostituibile alimento, esistono alcune situazioni ben precise in cui non è possibile allattare al seno. Una delle più comuni è la comprovata impossibilità di allattare per mancanza di latte o agalattia (condizione che si manifesta nel 2% delle mamme); in casi fortunatamente più rari esistono invece delle forti controindicazioni all'allattamento, come in presenza di gravi malattie (ad es. HIV, tubercolosi), uso di droghe, malnutrizione, utilizzo di farmaci particolari che possono passare nel latte o cure debilitanti di varia natura.

Normalmente il latte artificiale da dare al bimbo fino a 5 mesi è la formula adattata, o di partenza (numero 1), che è la più simile al latte materno, arricchita di lattosio, olisaccaridi, grassi (vegetali), vitamine e sali minerali. Dopo il sesto mese di vita, si può somministrare il latte di proseguimento (numero 2) che possiede meno lattosio, è ricco di ferro e assomiglia di più a quello vaccino. Dopo i 12 mesi bisogna passare al latte di crescita, che è sempre dietetico, ma costituito da latte vaccino con vitamine e sali minerali.

Da questo periodo il piccolo può assumere il latte di mucca perché il suo apparato digerente è quasi completamente sviluppato. Esistono anche tipi di latte per bambini prematuri o neonati di peso basso, particolarmente ricco di proteine, che permette un recupero veloce di crescita e viene indicato col numero 0. In commercio ci sono, inoltre, latti artificiali liquidi (più pratici), che devono essere utilizzati nell’arco delle 48 ore, sono da conservare in frigo una volta aperti, e latti in polvere che devono essere consumati nel giro di 15-20 giorni. Nel caso il bambino non termini il pasto, è consigliabile non riutilizzarlo successivamente. Quando si acquista una confezione bisogna ovviamente controllare attentamente la data di scadenza del prodotto.
Se il bambino non tollera un determinato tipo di latte gli si può somministrare quello dietetico, per esempio quello privo di lattosio, che fa evitare le coliche gassose, o quello artificiale H.A. per quei bimbi che soffrono di allergia alle proteine del latte, però è più costoso e non ha un gusto buono. Una valida alternativa è il latte di soia, quando il piccolo è allergico alle proteine del latte vaccino o in caso di patologie a livello intestinale. Si trova infine anche il latte antirigurgito addizionato di sostanze che migliorano il problema del vomito.

Per la preparazione bisogna rispettare alcune piccole norme igieniche: mani pulite così come gli abiti indossati e precisione nelle dosi, sia che si tratti di latte in polvere, sia quello liquido. Per il latte in polvere è bene utilizzare acqua oligominerale non gassata, con un modesto contenuto di sali minerali per non alterare le proprietà del latte artificiale; se si volesse utilizzare l’acqua del rubinetto bisognerebbe farla bollire e poi lasciarla raffreddare.



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mercoledì 1 giugno 2016

LA TARTARUGA



La carne della tartaruga, commestibile e pregiata (soprattutto quella di Chelone mydas): brodo, zuppa di tartaruga.

Il brodo di tartaruga era considerato un piatto prelibato, che doveva essere presente nei sontuosi pranzi dell’aristocrazia o sulle tavole della ricca clientela frequentatrice dei grandi ristoranti. Era particolarmente apprezzato un po’ in tutto il mondo, specialmente in Oriente, dove viene tra l’altro allevata, in milioni di esemplari, la Pelodiscus sinensis, o tartaruga dal guscio molle della Cina.

Ecco la ricetta per una zuppa di tartaruga preparata nei ristoranti italiani nell’immediato dopoguerra: “Prendete una tartaruga di mare, levate la crosta, disossatela lasciandola sotto l’acqua corrente 5 o 6 ore affinché diventi bianca; prendete la parte nervosa e fatela al brodo; la parte buona, fatela rosolare in una casseruola con l’aiuto di qualche piedino di vitello, testina e ossa di manzo, mettete tanti profumi ed erbe aromatiche, legumi, pepe in grani pestato; quando è leggermente glassata si bagna col suo brodo allungando con altro brodo. Fate bollire l’altra parte di tartaruga cotta, levatela, chiarificando il suo brodo con carne di manzo tritata e macinata; fate di nuovo bollire, passate all’étamine il consommé, finite con una riduzione di timo, lauro, pepe in grani e majorana di Persia, bagnate e fate bollire con cognac, marsala ed anche un bicchiere di cherry; fate che il consommé diventi cremoso e denso, nel caso non fosse abbastanza denso aggiungete della tapioca, fate cuocere e passate all’étamine; tagliate la tartaruga a quadrettini, uniteli a quadrettini di tartufi neri come guarnizione. È una zuppa gustata soprattutto in Oriente e va servita in tazza con pagliuzze dorate piccanti a parte”.

Già le caratteristiche di questa ricetta danno l’idea di quanto fosse complessa la preparazione del brodo, sia per la quantità degli ingredienti utilizzati, sia per i tempi di preparazione. Si può fare riferimento anche a ricette inglesi e francesi che prevedono, in modo ancor più rilevante rispetto alla ricetta italiana, l’utilizzo di una varietà esorbitante di elementi tra cui spezie (come timo, chiodi di garofano, pepe), vegetali (come cipolla, prezzemolo, gambi di funghi coltivati, sedano, aglio, alloro, basilico, pomodoro, maggiorana, limoni), e poi carni di vitello (il gambetto), di pollo e prosciutto in pezzi, infine vini particolari come il Madera ed eventualmente salsa Worcestershire e cognac. A tutto questo si deve aggiungere la complessità e i tempi richiesti da tutte le operazioni di preparazione per le quali erano previsti interventi di fiammeggiatura del pollo,lavaggi, ripetute ebollizioni anche per i diversi tipi di carne, filtrazioni, sbattiture e quant’altro.

Le carni utilizzate per il brodo si potevano servire a parte, componendo un bollito misto, unendo la salsa Worcester solo dopo essersi accertati che la zuppa non fosse troppo saporita. Da ricordare che anche il brodo delle altre carni non doveva essere troppo saporito, essendo quello di tartaruga ricco di pepe e spezie. Gli inglesi usavano talora aggiungere dello sherry al brodo di tartaruga, tradizione peraltro presente anche in Italia con il bévr vin padano (Ballarini G., Eurocarni n. 9/12, pag. 160) e con la semplice aggiunta di una piccola quantità di vino rosso nel piatto colmo di brodo di carne in Toscana.



Preparazioni come quelle sopra accennate non potevano che essere eseguite da personale assai qualificato, dai migliori chef e dai cuochi al servizio di aristocratici. Ma la carne di tartaruga veniva consumata frequentemente anche dalle classi più povere, che solitamente ricorrevano all’utilizzo della comune tartaruga terrestre. Contadini, boscaioli, terrazzieri e tutti coloro che vivevano nelle campagne o lavoravano in zone boschive, difficilmente non approfittavano della presenza di questi animali. Le tartarughe venivano prima lessate, talora senza neanche togliere il carapace, quindi disossate; poi la carne veniva ancora bollita per il brodo, oppure utilizzata per preparare un sugo con cui condire la pastasciutta.

Tutto è finito quando è stata approvata la Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di flora e di fauna selvatiche, loro parti e prodotti derivati (CITES), approvata da più di 160 paesi e seguita, per quanto riguarda l’Unione Europea, dal Regolamento (CEE) 3626/82 recepito dal Governo italiano con Decreto Ministeriale 31 dicembre 1983. L’allegato C, paragrafo 1 del suddetto decreto indica le specie animali tutelate, delle quali si proibisce non solo la caccia, ma anche l’uso alimentare delle relative carni. Anche il semplice possesso di questi animali, prima tra tutte la Hermanni, deve essere denunciato al Corpo Forestale dello Stato in quanto titolare delle attività sulle specie indicate nelle normative sopra accennate.

Il brodo si può preparare anche con carne di tartaruga disseccata al sole, ma è meno fine di quello ottenuto con il prodotto fresco. L’industria fornisce oggi brodo di tartaruga in scatola: per la preparazione della zuppa, ci si serve ormai unicamente di quello.

Sebbene anche le tartarughe di terra si prestino ad alcune rielaborazioni in cucina, per tradizione la cucina internazionale si serve solo di quella marina per la zuppa, raffinata e costosa, che richiede, per essere preparata a regola d’arte, una certa pratica. Anche per questo si preferisce acquistare la zuppa di tartaruga in scatola e servirla dopo averla addizionata con altro brodo di carne e aromatizzata con vino.

Un tempo, questa zuppa era considerata elemento indispensabile per un pranzo di classe, in sostituzione del più comune consommé di carne: poiché non sempre era possibile trovare le tartarughe, o il prodotto in scatola, si ripiegava sulla mock turtle, ossia la falsa tartaruga della cucina anglosassone, e cioè sulla minestra in cui la testina di vitello, gelatinosa e «legante», sostituisce la carne, ugualmente «collosa », della tartaruga.

La carne e il brodo di tartaruga sono pietanze particolarmente apprezzate nei paesi asiatici; ad esempio, in Indonesia si preparano spiedini con carne di tartaruga e di pollo. Il brodo di tartaruga viene consumato in tutti i paesi in cui si consuma anche la carne di questo animale. Anche in Italia esiste la tradizione di utilizzare il brodo di tartaruga per preparare la zuppa di pesce; fino a pochi decenni fa il brodo di tartaruga di mare veniva preparato nelle isole Tremiti, in Puglia. La difficoltà maggiore sta nella preparazione: è necessario estrarre la carne dal guscio, spellarla, quindi si può procedere alla cottura. Per il brodo si deve fare cuocere la carne a fiamma moderata per almeno due ore. Il brodo può essere bevuto prima dell’inizio del pasto oppure utilizzato per insaporire la pasta. Delle tartarughe di mare si consumano anche le uova, da molti considerate prelibate. La carne della tartaruga è molto magra e ha valori nutritivi simili a quelli della carne bovina.



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venerdì 8 aprile 2016

LA BISCIOLA



La bisciola, anche chiamata Pan di fich o Panettone valtellinese, è il dolce tipico della Valtellina.

La bisciola è una pagnottella arricchita con frutta secca, burro, uova e in alcune ricette anche miele. Ha un contenuto calorico elevato e durante le feste prende spesso il posto occupato in altre zone dal panettone.

Esiste una versione più povera ed economica della besciola, i Basin de sundri.

La leggenda narra che quando le truppe napoleoniche invasero il Nord Italia, nel 1797, avanzarono fino in Valtellina dove vi fece tappa lo stesso Napoleone. In quell'occasione l'imperatore chiese al proprio cuoco di preparare un dolce che fu confezionato con gli ingredienti disponibili nella nostra valle: da qui nacque la Bisciola. Leggenda a parte, la Bisciola è certamente un dolce di antiche tradizioni tramandate da oltre duecento anni. Lo stesso veniva offerto in occasione delle feste natalizie e la sua preparazione iniziava già dai primi mesi autunnali, periodo in cui le massaie raccoglievano, essiccavano e custodivano i frutti della nostra valle per poi utilizzarli nella realizzazione delle Bisciole.

Per degustare la Bisciola  si consiglia di avvicinarla, prima del consumo, ad una fonte di calore e di tagliarla a fette sottili. Questo dolce può essere accompagnato con panna montata o spruzzato con una buona grappa bianca.




Ingredienti
100 g di latte intero
2 uova – 40 g di burro
40 g di zucchero
200 g di farina bianca
1/2 bustina di lievito
1 pizzico di sale
scorza grattugiata di 1 limone
100 g di noci – 20 g di pinoli
100 g di uva sultanina
60 g di nocciole
150 g di fichi secchi

Vino consigliato: Valtellina D.O.C. Sforzato  

Versare in una ciotola, o nell’impastatore, il latte, un uovo, il burro ammorbidito, lo zucchero, la farina miscelata col lievito, il sale.
Impastare sino ad ottenere una pasta liscia, omogenea e abbastanza morbida.
Aggiungere la scorza di limone, tutta la frutta secca sminuzzata ed impastare accuratamente.
Versare l’impasto su un tavolo infarinato, lavorarlo accuratamente dandogli una forma allungata e deporlo sulla teglia del forno imburrata.
Incidere la bisciola longitudinalmente, per far si’ che durante la cottura si apra e possa cuocere meglio.
Pennellare il dolce con l’uovo sbattuto e mettere in forno a 160ÅãC-180ÅãC per trenta o quaranta minuti.
Le fette di bisciola si possono accompagnare con panna montata o, come un tempo, si possono appena imbibire nella grappa.



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martedì 15 marzo 2016

LO ZABAIONE



Lo zabajone è una preparazione che vanta parecchi secoli di storia. Tuttavia, come accade per molte ricette, il cui ricordo si perde nei secoli, sulla sua origine sono sorte molte leggende.

Una di esse narra che l'invenzione dello zabaglione risalirebbe al 1471 e sarebbe opera del capitano di ventura Giovan Paolo Baglioni. Tuttavia, la più antica attestazione di una preparazione dello Zabaglione arrivano da Napoli. È napoletana, infatti, la più antica ricetta per uno zabaglione che ci sia nota: Per fare quatro taze de Zabaglone, piglia .xii. rossi de ova frasca, tre onze de zucaro he meza onza de canella bona he uno bucale de vino bono dolce, he fallo cocere tanto che sia preso como uno brodeto. Et poi levalo fora he ponello in uno grando piatello davante alli Compagnone. Et se vorai, gli potrai ponelre uno pezo de butiro fresco. La ricetta compare in un manoscritto risalente alla metà del XV secolo (dunque qualche decennio prima che l'intrepido capitano si avventurasse sotto le mura della città emiliana) ed è oggi conservata nel Ms. Bühler, 19, ff 1-76, presso la Pierpont Morgan Library di NY. (1450 ca.). Sul finire dello stesso secolo, la ricetta venne riproposta in un famoso ricettario di Maestro Martino da Blenio, per diventare successivamente patrimonio dei principali testi gastronomici italiani.

Secondo alcune teorie, il nome zabaglione potrebbe derivare da zabaja, bevanda dolce consumata in passato a Venezia e proveniente dalla costa illirica.

È tuttavia probabile che queste tradizioni siano almeno in parte romanzate e che, considerando la diffusione degli ingredienti e la loro semplice reperibilità, una crema simile allo zabajone fosse nota e diffusa in tempi ben più remoti: per esempio nel 1533 un dolce simile allo zabajone era servito, in forma ghiacciata, alla corte di Caterina de' Medici ed è probabile un'ascendenza ancora più antica.

La ricetta è diffusa in molti luoghi, legandosi ai diversi vini liquorosi tradizionali (Porto, Marsala, Xeres, Rivesaltes), grazie alla maliziosa tradizione che lo pubblicizzò come rinvigorente nei giochi d'amore.



Lo zabajone viene preparato a caldo, a bagnomaria, e montato sino ad essere ben soffice con una frusta da cucina. Accompagna tagli di gelato alla crema, alcuni biscotti come le paste di meliga e le lingue di gatto, oltre ad alcune torte di noci; è la base principale del ripieno della torta Ostiglia. È una preparazione diffusa in molti paesi d'Europa, comune tanto nella cucina casalinga quanto nelle cucine dei migliori chef.

Lo zabaione si prepara tradizionalmente mescolando tuorli d'uovo con lo zucchero e un vino liquoroso, per esempio Marsala, Madeira, Sherry, Porto o un qualunque vino passito.
Si possono usare anche vini secchi come Barbera o Nebbiolo.
La ricetta tradizionale prevede di utilizzare come unità di misura per il vino i mezzi gusci delle uova utilizzate nella ricetta.

Ingredienti per 4 persone:
4 tuorli d'uovo
80 g di zucchero
4 mezzi gusci di uova di vino liquoroso
Preparazione: mettere i tuorli in una ciotola, unire lo zucchero e con una frusta montare a lungo il composto fino a quando non risulterà ben gonfio e soffice. Aggiungere quattro mezzi gusci d'uovo di vino liquoroso o passito alle uova, continuando a mescolare molto delicatamente. Portare a leggero bollore dell'acqua in un recipiente che contenga un secondo tegamino con il composto dello zabaione e cuocerlo a bagnomaria continuando a lavorarlo con la frusta. Quando lo zabaione incomincerà ad addensarsi, versarlo in coppette.
Calorie per porzione: 175.


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martedì 5 gennaio 2016

IL PUNCH




Cocktail alcolico diffuso soprattutto nei paesi anglosassoni ma di origine indiana, il punch secondo la ricetta base è molto facile da preparare e può essere gustato in occasione di un cocktail party o anche dopo cena come digestivo. Visto che si beve caldo, questa bevanda è particolarmente indicata nei mesi invernali per curare il raffreddore, ogni forma di raffreddamento, di congestione nasale e pettorale, mal di gola.

200 g di zucchero
1 litro di acqua
50 cl di rum
1 scorza di arancia
1 scorza di limone

Preparare il punch con la ricetta base è davvero molto semplice. Mettete in un tegame lo zucchero e l'acqua e lasciare cuocere a fuoco non troppo vivace fino ad ottenere l'ebollizione. A questo punto, appena la superficie dello sciroppo presenterà delle increspature, togliete il tegame dal fuoco e versatevi il rum e le scorze di limone ed arancia. Poi, mettete subito di nuovo sul fuoco in modo che il liquore riprenda il bollore appena per qualche istante. Quindi togliete dal fuoco e servite il punch caldo, preferibilmente in bicchieri di vetro larghi e preriscaldati.




Il rum è l'ingrediente principale di questo cocktail che conosce, però, anche numerose varianti a base di altre bevande alcoliche come il vino rosso e spezie.

15/16° è l'apporto alcolico di questo cocktail.

L'abbinamento perfetto è con il dolce, quindi con i tipici biscotti di Natale che è molto comune gustare insieme ad un bicchiere di punch caldo facendo visita ad un mercatino di Natale. Oppure con tartine british farcite con marmellata alla frutta o con dolci molto speziati a base di cannella o vaniglia.

E' possibile preparare il punch non solo con la ricetta base. Infatti, in giro per il mondo è possibile assaggiare numerosi varianti di questo cocktail, ottenute semplicemente aggiungendo altri ingredienti a quelli base. Come ad esempio vino rosso e spezie come cannella e garofano per ottenere una bevanda molto aromatica e dal profumo intenso.




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sabato 2 gennaio 2016

LA PARANZA



La frittura di paranza è una frittura di pesce di piccolo taglio diffusa in molte zone d'Italia.

Prende il nome dalla paranza, che è una tipica barca da pesca per la pesca a strascico comunemente impiegata dalle marinerie italiane.

È di solito fatta con merluzzetti, triglie, sogliolette, suace, ma possono esservi anche altre varietà di pesce di piccolo taglio, come alici, mazzoni, retunni o vope.

La frittura viene fatta passando il pesce nella farina, quindi friggendolo rapidamente nell'olio bollente e poi asciugandolo su carta assorbente. La frittura di pesce va mangiata caldissima (frijenno magnanno, è il modo di dire tipico napoletano). Questa frittura, talvolta, viene accompagnata a tavola da spicchi di limone, il cui succo è da alcuni apprezzato come condimento.

La paranza è una pietanza a base di pesce fritto; per questo, possiede un apporto lipidico e calorico piuttosto elevati.

La paranza è un piatto tipico dell'alimentazione dei pescatori che, in seguito alla cattura ed alla vendita del pesce più pregiato, sono soliti consumare il più possibile gli esemplari avanzati; va da sé che la paranza costituisca un metodo di guadagno prevalentemente indiretto, anche se, al giorno d'oggi, è ben presente su tutte le tavole degli italiani. In definitiva, pur trattandosi di pesce, la paranza messa in vendita "dovrebbe" godere di un costo estremamente ridotto, anche se spesso ci si imbatte in misticanze contenenti Specie pregiate e per questo molto più care dell'ordinario.
La paranza non dovrebbe essere un obbiettivo primario della pesca professionale, ma un effetto collaterale di alcune trappole ittiche (soprattutto reti). Non è un caso che grosse quantità di paranza vengano ricavate dal metodo di "strascico" che - per non risparmiare canocchie, mazzancolle, scampi ecc. - si avvale di reti con maglie piuttosto sottili (in minor parte da piccole da posta e nasse). Purtroppo, lo strascico di per sé costituisce una tecnica di prelievo alquanto DISTRUTTIVA, in quanto devasta i fondali che percorre, sui quali, peraltro, le creature subacquee costruiscono i propri nidi di riproduzione; inoltre, considerando le ridotte dimensioni delle maglie di cui sopra, è logico dedurre che a rimanere intrappolate non siano solo le Specie di piccole dimensioni, ma anche quelle che potrebbero raggiungere una media o grossa taglia. Ovviamente, queste ultime finiscono nella paranza ancor prima di aver compiuto anche solo un ciclo riproduttivo.
In definitiva, la paranza può essere considerata una preparazione utile allo smaltimento dei pesci di piccole dimensioni e poco pregiati, anche se, come abbiamo visto, con lo strascico non è possibile svolgere una vera e propria pesca di selezione.

A volte la paranza più costosa viene arricchita con cubetti di pesci grossi, crostacei e molluschi.



La paranza è un secondo piatto facile da preparare. Si tratta di un fritto nel quale è essenziale uniformare le pezzature; in pratica, è opportuno assicurarsi che tutti i pesci siano della stessa dimensione. In caso contrario sarebbe necessario tagliare gli esemplari più grossi.
Per prima cosa, se possibile, i pesci NON andrebbero sciacquati in acqua dolce. Poi, in base ai gusti e alla Specie, è anche possibile decidere se eviscerarli oppure no. Mentre si porta in temperatura l'olio (meglio se extravergine d'oliva o di arachide), si infarinano i pesci avendo cura di separare per bene la polvere in eccesso. Con l'olio in temperatura e la paranza appena infarinata, tuffarne poca alla volta e friggere fino al raggiungimento di una consistenza croccante e di un colore circa biondo (non bruno). E' essenziale che l'olio non perda mai la propria temperatura ottimale e che non la superi, onde evitare che il fritto risulti troppo unto o che l'olio oltrepassi il punto di fumo dando origine a composti "non del tutto salutari". Infine, pescare la paranza cotta con una ramina a ragno e tamponarla con della carta assorbente; quindi, salarla ed eventualmente condirla con poco succo di limone fresco. La paranza dev'essere servita bollente e mangiata possibilmente senza scartare la lisca e la testa.

Non è possibile effettuare una stima precisa delle componenti chimiche e nutrizionali della paranza, in quanto la sua composizione è estremamente mutevole.
Di certo, trattandosi di un alimento fritto, sarà ipercalorica (a causa dei lipidi dell'olio), quindi sconsigliabile nell'alimentazione del soggetto in sovrappeso. Inoltre, pur contenendo inizialmente acidi grassi essenziali della famiglia omega 3 del pesce e dell'olio di arachide, ricordiamo che la temperatura necessaria alla frittura ne riduce drasticamente la concentrazione nell'alimento. Peraltro, anche se ne rimanessero delle percentuali rilevanti, l'apporto calorico complessivo la renderebbe comunque inadatta nella dieta contro le malattie di tipo metabolico.
Oltre ai grassi, la paranza contiene buone quantità di proteine ad alto valore biologico (del pesce) ed una piccola quantità di carboidrati (della farina). Tra le vitamine dovrebbero essere presenti diverse esponenti del gruppo B e la D, anche se molte subiscono negativamente l'effetto inibitorio della cottura. Per quel che concerne i sali minerali, sono tutti presenti in buone quantità, con ottime quantità di calcio (ma solo nel caso in cui si mangino i piccoli pesci - alici e lattarini - interi, ovvero con la lisca).




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sabato 26 dicembre 2015

I PIZZOCCHERI



I pizzoccheri sono una sorta di tagliatelle spesse 2 o 3 mm, larghe 1 cm e lunghe 7 cm ricavate da un impasto preparato con due terzi di farina di grano saraceno, che denota la loro colorazione grigiastra, ed un terzo di farina di frumento.

Altra specialità sono i pizzoccheri di Chiavenna, che sono invece una particolare varietà di gnocchi, preparati con farina di frumento e pane secco ammollato nel latte.

I pizzoccheri sono il piatto simbolo della cucina tradizionale Valtellinese, conosciuti un po' ovunque e molto apprezzati soprattutto nei mesi freddi.

Il nome "pizzoccheri" sembra derivare dalla radice "pit" o "piz" col significato di pezzetto o ancora dalla parola pinzare col significato di schiacciare, in riferimento alla forma schiacciata della pasta. Altre ipotesi farebbero risalire la parola pizzoccheri dal longobardo bizzo, ovvero boccone, ma questa ipotesi etimologica è piuttosto improbabile.

Nonostante un tempo venissero fatti esclusivamente a mano, al giorno d'oggi i pizzoccheri sono anche venduti sotto forma di pasta secca già imbustati e pronti alla cottura e sono realizzati con una percentuale di farina di grano saraceno attorno al 20-30%.

I pizzoccheri sono un esempio della varietà dal patrimonio culinario italiano, ma anche di come un piatto contadino e molto umile possa diventare una ricetta famosa in tutto il mondo. Si preparano molto semplicemente con farina di grano saraceno, farina bianca e quel tanto di acqua che basta per impastare il tutto. La lunghezza consigliata è di 6-7 cm, ben più corti dei bei riccioli di Lucrezia Borgia che ispirarono le tagliatelle bolognesi.

Per 6 persone

Per i pizzoccheri

200 grammi di farina di grano saraceno
200 grammi di farina 00 (per i celiaci sostituire con altra farina di riso o grano saraceno)
acqua tiepida
Per il condimento

1/2 verza
3 patate
200 grammi di Casera
100 grammi di Bitto o Scimudìn
50 grammi di Parmigiano Reggiano grattugiato
150 grammi di burro
3 spicchi d’aglio
10 foglie di salvia
sale e pepe per condire
Come preparare i pizzoccheri perfetti
Mescolate le due farine, quindi versatele su una spianatoia e disponetele a fontana. Versate l’acqua tiepida lentamente e intanto impastate con una mano. Quando tutta l’acqua è stata assorbita lavorate più energicamente l’impasto fino ad ottenere un composto sodo, poco umido. Coprite con uno straccio da cucina e fate riposare per 1 ora.


Tirate la sfoglia di grano saraceno con il mattarello, anche a piccoli pezzi per aiutarvi, infarinando se dovesse attaccarsi. La sfoglia dovrebbe avere uno spessore di 3-4 mm, non troppo sottile quindi. Ricordate che sono tagliatelle rustiche. Arrotolate la sfoglia e tagliate dei pizzoccheri di 6-7 cm, non più lunghi, altrimenti diventa difficile amalgamarli al condimento.

Mettete l’acqua a bollire in una pentola molto capiente.

Lavate e tagliate a cubetti le patate e a striscioline la verza, quando l’acqua bolle buttate dentro e lasciate cuocere per 10 minuti. Quindi tuffate anche i pizzoccheri e rimescolate.

Nel contempo prepariamo il condimento. Sciogliete il burro in una padella e aromatizzatelo con le foglie di salvia e l’aglio non schiacciato. Attenzione a non bruciarli: fiamma dolce.

Passiamo ai formaggi: tagliate tutto a fettine sottili.

Pizzoccheri con patate verze formaggio e salvia, ricetta originale pizzoccheri,
Quando i pizzoccheri sono cotti scolateli e poi iniziate a condirli strato dopo strato alternando pizzoccheri, i formaggi e il burro fuso, mettendo tutto in una teglia che ripasserete velocemente in forno per 2 minuti per far sciogliere in maniera adeguata i formaggi.

Quale vino abbinare ai pizzoccheri con patate, verze e formaggio?
Scegliamo un vino rosso di carattere e dotato di buona freschezza, per tagliare tutti i grassi del piatto, presenti in quantità notevole. Il Chianti Classico della cantina Vecchie Terre di Montefili è una sicurezza.

Se preferite abbinare un cocktail, scegliete il gusto deciso della Caipiroska.

Le più comuni varianti prevedono la sostituzione della verza con spinaci o fagiolini.

Nella cucina dei grandi chef, più ricca, vengono spesso introdotti nei condimenti anche tartufo o porcini mentre, a causa del suo particolare sapore, si riduce la percentuale di grano saraceno nell'impasto per venire incontro alle esigenze di un pubblico più vasto.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/12/la-valtellina.html






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sabato 3 ottobre 2015

IL SUSHI



Le origini del sushi sono molto incerte quanto all'epoca. L'opinione più diffusa è che sia stato portato dai monaci buddisti tornati dalla Cina nel VII secolo.

Molto simile al sushi fu una preparazione che comparve in Giappone già con l'introduzione della coltivazione del riso, intorno al IV secolo a.C., variante di un antico metodo per conservare il pesce molto diffuso in Asia sud-orientale e in Cina: il pesce crudo veniva disposto a strati con il sale alternato al riso e tenuto pressato per qualche settimana; in seguito veniva lasciato fermentare per mesi. Questo tipo di sushi si chiama narezushi, ancora molto apprezzato nella zona di Tokyo. Nel XVII secolo si cominciò ad aggiungere aceto di riso per abbreviare i tempi di fermentazione del riso e il pesce veniva marinato o cotto.

Fu soltanto intorno al 1820 che comparve ad Edo (l'odierna Tokyo) la ricetta più vicina al sushi. Hanaya Yohei è l’ideatore del nigirizushi; fu il primo a servire sul suo banco bocconcini di riso aromatizzati all'aceto con sopra fettine di pesce crudo. Da allora la vendita del sushi per strada diventò un uso diffuso. Una cosa curiosa era la tenda bianca fissata alle bancarelle sulla quale i clienti si pulivano le mani dopo aver consumato il sushi. Un sistema infallibile per individuare il miglior rivenditore era quello di guardare la tenda: più era sporca, più il posto era frequentato e quindi, probabilmente, migliore il sushi.

Da allora, il sushi si è diffuso in tutto il Giappone e in tutto il mondo dando vita a tantissime varianti. Numerose anche le iniziative e gli eventi, come il "Decouverte du Sushi", il Campionato Europeo per la preparazione del sushi fondato nel 2003.

Durante i primi due anni, un apprendista può soltanto osservare il proprio Shokunin e inoltre svolgere mansioni di lavapiatti o pulizia di pavimenti. In seguito imparerà la tecnica di cottura del riso e solo dopo quattro anni potrà apprendere l'arte del taglio del pesce e della composizione del sushi. In questo stesso periodo imparerà anche ad acquistare il pesce al mercato, cosa che richiede molta esperienza.

Quello dello chef di sushi è un mestiere originariamente precluso alle donne: si riteneva infatti che le mani femminili avessero una temperatura più alta di quelle maschili, e che quindi potessero rovinare il pesce durante la manipolazione.

Sedendosi al bancone si può ammirare, disposti in bella mostra, varietà di pesce e di verdure per verificarne la freschezza.

Vi sono principalmente due tipi diversi di sushi bar: quelli in cui si ha un classico menu con il quale ordinare di volta in volta le portate che vengono preparate al momento dallo chef. Vi sono poi i kaiten-zushi, dove su un nastro trasportatore passano tutti i piatti già preparati pochi minuti prima e si possono prendere direttamente senza chiedere allo chef. In molti kaiten-zushi il costo è identico per ogni piattino, mentre in altri, soprattutto quelli situati fuori dal Giappone, il colore del piattino indica il relativo costo.



Il sushi è un piatto tipico della cucina giapponese a base di riso insieme ad altri ingredienti come pesce, alghe, vegetali o uova. Il ripieno può essere crudo, cotto o marinato e può essere servito appoggiato sul riso, arrotolato in una striscia di alga, disposto in rotoli di riso o inserito in una piccola tasca di tofu.

In Giappone la parola sushi significa letteralmente "aspro" e si riferisce ad una vasta gamma di cibi preparati con riso. Al di fuori del Giappone viene spesso inteso come pesce crudo o come riferimento ad un ristretto genere di cibi giapponesi, come il maki o anche il nigiri e il sashimi (che in Giappone non è considerato sushi perché composto di solo pesce fresco).

La varietà del piatto nasce dalla scelta dei ripieni e guarnizioni, nella scelta degli altri condimenti e nella maniera in cui vengono combinati. Gli stessi ingredienti possono essere assemblati in maniere completamente differenti per ottenere effetti differenti.

Come altri piatti anche il Sushi ha dovuto adattarsi ai gusti alimentari dei paesi in cui si è diffuso, per cui oggi si trovano, in giro per il mondo, tipi di sushi sconosciuti in Giappone, composti con "scallops" (capasanta), tonno piccante, carne di manzo o di pollo, verdure varie, ocra (Abelmoschus esculentus) ed anche formaggi. Ad esempio, il California Roll, nato negli Stati Uniti per far accettare l'idea del pesce crudo; si tratta di un maki con avocado, surimi e cetriolo nel quale lo strato esterno di riso è cosparso di semi di sesamo tostati oppure tobiko (uova di pesce volante, di colore rosso-arancione, molto croccanti).
Il riso sushi (sushi-meshi / Sumeshi) viene preparato con un riso bianco, dolce a grano corto, viene lavato e cotto seguendo una particolare tecnica e successivamente bagnato con aceto di riso nel quale vengono disciolti zucchero e sale e leggermente scaldato, kombu e sake. Viene raffreddato alla temperatura del corpo prima di essere usato.

Il riso usato è la qualità Japonica che ha una consistenza diversa da quelle normalmente mangiate al di fuori del Giappone. Il requisito essenziale è la coesione dei chicchi. Se è troppo appiccicoso il gusto è eccessivamente dolciastro, ma se non lo è sufficientemente ha un gusto secco. Il riso raccolto di fresco (shinmai) contiene normalmente troppa acqua e richiede del tempo ulteriore per essere asciugato dopo esser stato lavato.

Ci sono varianti regionali nel riso sushi e naturalmente chef individuali hanno i propri loro metodi. La maggior parte delle varianti sono nel condimento di aceto: la versione di Tokyo usa tipicamente più sale, quella di Osaka ha più zucchero.

Il riso sushi deve tipicamente essere mangiato poco dopo esser stato preparato.

L'avvolgimento vegetale usato nel maki e nel temaki è detto nori. È un'alga commestibile tradizionalmente coltivata nei porti del Giappone. Originariamente le piante venivano raschiate dai pali del porto, pressate in fogli e seccate al sole, con un procedimento simile a quello usato per la carta. Il Nori viene tostato prima di essere usato nei cibi.

Oggi il prodotto commerciale viene coltivato, prodotto, tostato, impacchettato e venduto in fogli di dimensioni standard: circa 18 cm per 21 cm. Il nori di qualità migliore è spesso, liscio, luminoso e privo di buchi.

Per produrre il fukusazushi, viene usata come avvolgimento una frittatina spessa come un foglio al posto del nori. La frittata viene tradizionalmente preparata con una padella rettangolare (makiyakinabe), ed usata per formare una tasca per il riso ed il ripieno.

Per ripieni e guarnizionion si può utilizzare pesce fresco crudo. I pesci di acqua dolce sono tra quelli consumati cotti. I pesci comunemente usati sono tonno, salmone, snapper, sarde e sugarello. L'ingrediente considerato di miglior qualità è detto toro (in Giappone spesso chiamato anche o-toro), un taglio grasso e marmorizzato della parte più grassa del tonno, la ventresca.
Crostacei, molluschi e frutti di mare
Altri ingredienti marini sono polpo, gamberetti, anguilla, uova di pesce, riccio di mare, e vari tipi di conchiglie.
Verdura, frutta e ortaggi
Rafano, semi di soia fermentati (natto), avocado, cetrioli, tofu, prugne sottaceto.
Carne rossa
Manzo e prosciutto.
Altri ingredienti
Uova (nella forma di sottili frittate dolci), uova di quaglia.

Alcune forme di sushi, specialmente quelle contenenti il pesce palla fugu e certi tipi di molluschi possono causare avvelenamento da tossine nel caso la preparazione non sia adeguata. In particolare il fugu possiede, all'interno dei propri organi, una dose letale di tetrodotossina; per questo, in Giappone, deve essere preparato da chef provvisti di una licenza rilasciata dal governo dopo il superamento di un esame specifico.



Le parassitosi da pesce crudo coinvolgono soprattutto tre parassiti:

Anisakis, un nematode responsabile dell'anisakiasi;
Diphyllobothrium o botriocefalo, un cestode responsabile dela difillobotriasi;
Clonorchis sinensis, un trematode responsabile della clonorchiasi.
Le infezioni vengono prevenute mediante cottura e congelamento del pesce a determinate temperature per un'adeguata quantità di tempo; la marinatura, la salatura e l'affumicatura possono ridurne il rischio, tuttavia non lo eliminano.

L’anisakidosi è una parassitosi che può colpire l’uomo, causata da vermi tondi (nematodi), appartenenti alla famiglia degli Anisakidae, composta da quattro generi: Anisakis, Pseudoteranova, Contracaecum e Hysterothylacium. Di questi, i primi tre generi sono responsabili di zoonosi mentre il genere Hysterothylacium non è patogeno, data la termolabilità del parassita (muore alla temperatura di 30°C).
Il genere Anisakis, il più diffuso, è il principale responsabile di parassitosi, in quanto è  in grado di sopravvivere a trattamenti di affumicatura a freddo, a trattamenti di marinatura con basso tenore di sale ed alle temperature di refrigerazione. Viene ucciso con temperature superiori a 60°C per 10 minuti e dal congelamento (almeno 24 ore a – 20°C).
Nei pesci le larve, che misurano circa 4 mm, si localizzano sulle sierose di fegato, ovaio, stomaco e intestino, dove tendono a incistarsi e assumere una caratteristica forma a spirale.
I prodotti ittici dei mari italiani più frequentemente parassitati sono: sardine, aringhe, acciughe, sgombri, gadidi, sparidi, lophidi, pesci S. Pietro, pesci sciabola (quasi sempre infestati), totani, calamari.
Il rischio è legato al consumo dei prodotti ittici crudi, marinati o affumicati a freddo, sushi e sashimi, ultime tendenze provenienti dall’Oriente, semiconserve domestiche a base di pesce azzurro.
Il parassita adulto vive nello stomaco di vari cetacei (balene, delfini). Questi eliminano attraverso le feci le uova da cui si sviluppano le larve, dette di secondo stadio, che infestano piccoli crostacei marini, divenendo larve di terzo stadio. Quando questi crostacei vengono ingeriti dall’ospite definitivo, la larva diventa di quarto stadio e il ciclo ricomincia.
Pesci e cefalopodi che si cibano di questi crostacei possono fungere da ospiti intermedi, dove la larva rimane di terzo stadio e tende a migrare in cavità celomatica. Se il pesce parassitato viene ingerito dall’ospite definitivo, il ciclo si chiude.

L’uomo può comportarsi da ospite accidentale contraendo l’infezione cibandosi degli ospiti intermedi naturali (pesci e cefalopodi: come acciughe, sardine, sgombri, totani e calamari). Sono a rischio le popolazioni che maggiormente si cibano di pesce crudo (Paesi Scandinavi, Giappone).
Nella migliore delle ipotesi, una volta ingerita, la larva muore o non dà sintomi.
In alcuni casi, soprattutto quando vengono ingerite più larve, in seguito all’assunzione di pesce infetto crudo, non completamente cotto o in salamoia, le larve possono impiantarsi sulla parete dell’apparato gastrointestinale, dallo stomaco fino al colon.
Per difendersi dai succhi gastrici, attaccano le mucose con grande capacità perforante, determinando una parassitosi acuta o cronica.



La parassitosi acuta da Anisakis insorge già dopo poche ore dall’ingestione di pesce crudo e si manifesta con intenso dolore addominale, nausea, vomito ed occasionalmente febbre.
Le forme croniche sono diverse, possono mimare svariate malattie infiammatorie e ulcerose del tratto intestinale oppure coinvolgere altri organi come fegato, milza, pancreas, vasi ematici e miocardio.
Da alcuni anni, Anisakis è stato riconosciuto anche come possibile causa di allergia. I soggetti sensibili possono avere reazioni allergiche non solo ingerendo il pesce infetto ma anche manipolandolo o respirando allergeni diffusi nell’aria.
Si tratta di un rischio prevalentemente legato alla lavorazione del pesce (malattia professionale che riguarda i lavoratori nel settore della trasformazione dei prodotti ittici).
Sono state osservate in questi casi reazioni che vanno dall’orticaria,  all’angioedema, alla rinite o congiuntivite, all’asma, allo shock anafilattico.
L’allergia all’Anisakis compare immediatamente dopo esserne venuti a contatto, o dopo aver consumato il pesce contaminato a causa della sensibilizzazione alle proteine antigeniche termoresistenti del parassita.
La diagnosi di sospetto di Anisakidosi si basa sull’osservazione dei sintomi e sul riscontro dell’ingestione di prodotti ittici a rischio. La diagnosi di certezza è molto difficoltosa e può essere emessa solo previa identificazione del parassita nei tessuti prelevati durante biopsie o endoscopie. Non esistono, infatti, test sierologici affidabili. Per quanto concerne invece le forme allergiche si possono utilizzare alcune prove di laboratorio e lo skin test che consente di vedere la reazione del paziente dopo contatto con gli antigeni del parassita.
La cura dell’anisakidosi richiede molto spesso l’intervento chirurgico, per asportare la parte dello stomaco o dell’intestino invasa dai parassiti. Una volta contratta la malattia, infatti, la rimozione endoscopica della larva sembra essere la terapia di scelta, considerando che i comuni antielmintici non sono stati ritenuti fino ad ora efficaci.
Pertanto è importante osservare attentamente i prodotti della pesca ed eviscerarli il prima possibile dopo la cattura per evitare la migrazione delle larve nella carne.
Risulta altresì fondamentale l’impiego di adeguati processi di preparazione del cibo. E’ noto infatti che le forme gastroenteriche della malattia sono riconducibili all’assunzione di prodotti ittici contenenti larve vive. Per questa ragione durante la lavorazione dell’alimento si dovrebbero utilizzare tutti gli accorgimenti necessari ad assicurare la morte delle stesse.
Le larve dei parassiti appartenenti alla famiglia Anisakidae sono devitalizzate se il prodotto ittico viene congelato (-20°C per 24 ore) o cotto (almeno 60°C a cuore per 10 minuti).
Una circolare del ministero di sanità del 1992, ancora in vigore, obbliga chi somministra pesce crudo o in salamoia ad utilizzare pesce congelato (il limone e l’aceto non hanno alcun effetto sul parassita) o a sottoporre a congelamento preventivo il pesce fresco da somministrare crudo.
La salagione secca, se il sale è in grado di raggiungere tutte le parti del muscolo ed è impiegato alle giuste concentrazioni, devitalizza il parassita.
L’affumicatura e la marinatura non sono in grado di uccidere con sicurezza le larve di anisakidi.
La marinatura riesce ad uccidere le larve dopo circa 4 settimane nei casi in cui si proceda utilizzando il  6% di sale ed il 4% di acido acetico.
Nel caso dell’ affumicatura, invece, l’87% delle larve di Anisakis presenti nel cibo resistono se la temperatura impiegata è di 28°C, mentre la devitalizzazione è completa se il procedimento prevede l’uso di una temperatura di 53 – 60°C.



In Giappone, dato l’elevato consumo di sushi, i rischi alimentari e problemi sanitari dovuti a questo parassita sono di rilevanza tutt’altro che marginale, e rappresentano una vera e propria gatta da pelare per chi si occupa di salute pubblica. Ogni anno in Giappone sono circa 3000 le operazioni d’urgenza effettuate su persone infettate dall’Anisakis, e purtroppo si registrano diverse decine di morti all’anno. In Italia, parallelamente alla diffusione del consumo di pesce crudo, i casi di Anisakis sono cresciuti esponenzialmente; le statistiche, tuttavia, sono frammentarie poiché non esiste, al momento, un sistema di raccolta obbligatorio dei dati relativi a queste contaminazioni.

Purtroppo l’Anisakis è in buona compagnia: questo non è il solo parassita potenzialmente presente nel pesce crudo, ma si rischiano anche infezioni dal verme trematode Clonorchis e dal cestode (verme piatto) Diphyllobothrium. Anche nel caso di infezione da questi parassiti, i sintomi sono perlopiù a carico dell’apparato gastrointestinale.


Esistono almeno due problemi sui quali però vale la pena soffermarsi: il primo è che, spesso, i ristoratori sfuggono ai controlli e non rispettano il periodo di congelamento previsto sancito dalla legge. Questo può accadere, ad esempio, per negligenza oppure per ridurre i tempi di permanenza del prodotto (e velocizzarne la vendita). Il secondo problema è che, in alcuni casi, attraverso il processo di congelamento e scongelamento alcune delle caratteristiche organolettiche del pesce (colore, sapore, texture) si alterano irreversibilmente, e alcuni ristoranti scelgono di non congelare il pesce proprio per offrire un prodotto di qualità superiore. Una maggior qualità che si può, però, anche pagare cara.

Attenzione, però: anche se il pesce viene sottoposto al congelamento (eliminando, perciò, i parassiti animali), rimangono seri rischi per la salute rappresentati dalla presenza di microorganismi. Batteri e vibrioni di vario tipo, infatti, sono immuni al processo di congelamento. L’unico modo di eliminarli è l’accurata cottura del cibo: ovviamente, però, non si tratterebbe più di sashimi.

Il congelamento distrugge i parassiti, l’accurata cottura annienta i microorganismi; esiste tuttavia un altro rischio per la nostra salute, che né cottura né congelamento possono debellare: il problema dei metalli pesanti (soprattutto il famigerato mercurio) nei tessuti animali. Il mercurio, in particolare, è presente negli oceani a causa di fenomeni di inquinamento atmosferico, e vi arriva mediante le precipitazioni. Il livello di contaminazione degli organismi è proporzionale alla loro taglia ed alla posizione nella catena alimentare: i pesci predatori di grandi dimensioni, come il tonno, presentano generalmente le concentrazioni più alte di metalli pesanti. Queste specie ittiche di grandi dimensioni rientrano spesso all’interno delle preparazioni a base di sushi; ovviamente, non si incorre nei problemi legati ai metalli pesanti esclusivamente cibandosi di questa specialità gastronomica, ma anche acquistando la classica scatoletta al supermercato.

Ad esempio, il tonno tende ad accumulare mercurio all’interno dei suoi tessuti poiché si trova al vertice della catena alimentare marina. Se consumato in grandi quantità, il problema del mercurio può interessare anche l’uomo: sono stati registrati casi di intossicazione anche gravi dovuti a questo metallo pesante. E non c’è affatto da scherzare sugli effetti dell’accumulo di mercurio nell’organismo: si va dalle patologie delle mucose (asma, congiuntiviti, riniti allergiche) a quelle di fegato, pancreas e reni; fra gli effetti più gravi, oltre al cancro, ci sono anche alterazioni a carico del sistema nervoso centrale che causano epilessie, sclerosi e distrofie.

Se pensate che il problema sia marginale, i risultati di una ricerca condotta su 100 campioni di sushi (tonno) venduti nei ristoranti e nei supermercati di New York ha dato risultati agghiaccianti: la concentrazione media di mercurio superava la concentrazione stabilita per legge oltre la quale sono comprovati i rischi per la salute umana.

E non è tutto: anche il consumo di pesci ‘grassi’ come il salmone nasconde un’insidia, dovuta all’accumulo di diossina. Il salmone ha infatti carni particolarmente ricche in lipidi, e la diossina è una molecola liposolubile (cioè affine alle sostanze grasse ed in grado di rimanere legata ad esse). Accade che, quindi, sempre per via della loro posizione dominante nella catena alimentare, in zone contaminate da diossina questi pesci presentano elevate concentrazioni della pericolosa molecola, riconosciuta come tossica e cancerogena. Addirittura, una ricerca di qualche anno fa svolta sui salmoni in vendita nei negozi dell’America settentrionale mirava ad identificare la quantità ‘tollerabile’ di salmone che un uomo poteva consumare annualmente, senza correre il rischio di danni gravi da diossina.

Naturalmente, questo problema non è circoscritto al sushi in sé, ma è relativo ad un’ottica più ampia, ovvero al consumo di pesci predatori di grandi dimensioni. Sarebbe buona norma, indipendentemente dalla modalità di consumazione, cercare di non mangiare troppo frequentemente salmone, tonno o pesce spada.

Un consiglio che può sembrare banale, ma è bene diffidare dei costi eccessivamente bassi del sushi. Il pesce freschissimo, essendo un prodotto di qualità, necessariamente ha il suo prezzo. Soprattutto i take-away offrono spesso piatti sospettosamente economici: quando sono troppo bassi, diffidatene.

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