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giovedì 9 marzo 2017

IGIENE E SUSHI



Il sushi rappresenta il cibo perfetto, teoricamente non fa ingrassare, è decisamente chic nella forma con cui viene servito e i ristoranti giapponesi, solitamente, hanno un arredamento minimal-chic.

E' pressoché impossibile spendere meno di 40€ a testa mangiando decentemente; ma da un po' di tempo una nuova formula ha fatto il capolinea in alcuni ristoranti giapponesi un po' più cheap: All you can eat  mangi quello che vuoi e senza limiti ad un prezzo fisso.

Sushi, sashimi, tartare di tonno sono una tentazione irresistibile, sempre più di moda nei happy hour italiani e nei ristoranti giapponesi, ormai molto affollati. L'aumento di consumo di pesce crudo è la tendenza gastronomica del momento, anche tra i più giovani.

Il pesce crudo può essere contaminato da diversi microrganismi, che provocano infezioni gastrointestinalii, causate non solo da Escherichia coli o Salmonella, ma anche dai più pericolosi Anisakis o Opisthorchis, diffuse fino a poco tempo fa solo in alcune aree geografiche.

L'Anisakiasi è provocata dall'ingestione di pesce poco cotto o crudo contaminato dalle larve di un parassita, l'Anisakis simplex, che può infestare diversi pesci, come sardine, aringhe, acciughe, sgombri, totani e calamari, tonno, salmone, merluzzo, nasello. Una volta ingerita, la larva (un vermicello filiforme, visibile anche a occhio nudo, lattiginoso e lungo 1-2 cm) spesso muore e non provoca sintomi, ma in altri casi può manifestarsi con forme cliniche sistemiche o gastrointestinali. Le prime determinano sintomi allergici di varia gravità, che spaziano dall'orticaria, all'angioedema, fino allo shock anafilattico e sono causate da una reazione allergica verso le proteine del parassita. Altrettanto gravi le forme gastrointestinali: sono dovute alla formazione di granulomi della parete gastrointestinale, causate da una reazione alle larve del parassita.

Le forme croniche possono simulare diverse malattie infiammatorie e ulcerose del tratto intestinale, oppure coinvolgere altri organi, come fegato, milza o pancreas. In casi più rari le larve possono perforare la parete dell'intestino e causare un addome acuto, che simula un'appendicite acuta o un'ileite terminale. La cura dell'Anisakis richiede molto spesso nei casi più gravi l'intervento chirurgico, per asportare la parte dell'intestino invasa dai parassiti.

L'Opistorchiasi è invece una parassitosi causata dall'Opisthorchis, un verme piatto lungo circa 8-10 mm.L’uomo, ospite definitivo, si infetta mangiando pesci di acqua dolce crudi o poco cotti, contenenti le larve incistate. I sintomi, dovuti ai danni al fegato e alle vie biliari, sono più sfumati rispetto all'anisakiasi, con febbre, mal di testa, nausea, diarrea, dolori addominali, dolore e aumento di volume del fegato, perdita dell'appetito, possibile ittero, pancreatite, colangite. Di fronte a questa sintomatologia è quindi importante chiedere sempre se è stato consumato pesce crudo o trattato con marinatura o affumicatura, che non prevedono la cottura delle carni.



Esiste una normativa europea (CE 853/2004) in tema di sicurezza alimentare, che obbliga produttori e negozianti a congelare tutto il pesce commercializzato (quindi anche il crudo) a -20 gradi per almeno 24 ore e che deve essere estesa anche ai prodotti che subiscono un'affumicatura, come aringhe, salmone e sgombri. Una circolare (4379P del 17-02-11), emanata di recente dal Ministero della Salute stabilisce inoltre che i prodotti della pesca destinati al consumo crudo o praticamente crudo e che hanno subito il trattamento di bonifica preventiva attraverso il congelamento a -20° C per almeno 24 ore, debbano essere accompagnati da una certificazione del produttore. Se la normativa viene rispettata non si corrono rischi.

Questo trattamento assicura così come la cottura per almeno dieci minuti a 60° la completa disattivazione delle larve, mentre la marinatura con aceto, limone, la salagione, l'affumicatura non bastano a distruggere le larve di Anisakis, molto resistenti agli acidi (aceto, limone e acido cloridrico dello stomaco). Per il consumo di pesce da lago, più resistente al congelamento dell'Opisthorchis, la congelazione dovrebbe essere prolungata invece per una settimana.

Quando si va al ristorante per gustare sushi e sashimi, bisogna assicurarsi che questo venga preventivamente sottoposto a trattamento termico adeguato ed evitare alcuni ristoranti cinesi "travestiti" da giapponesi, poco attenti all'igiene e all'adesione alle norme.

Con l'aiuto di un esperto "sushi man", una trasmissione televisiva ha fatto il giro di alcuni ristoranti a Milano per valutare la qualità del cibo che viene offerto. A questo primo impatto visivo, olfattivo, gustativo e tattile, è seguita poi l'analisi in laboratorio di alcuni campioni di pesce prelevati all'interno di otto ristoranti: in cinque di questi è stata riscontrata un'elevata presenza di batteri all'interno del pesce, dall'escherichia coli allo stafilococco.

Secondo questo esame, se nel sushi di prestigiosi e rinomati ristoranti giapponesi il valore di riferimento dei batteri si colloca a 100, nei campioni dei cinque “all you can eat” risultati negativi, i parametri arrivano fino a 860.000. In altri due casi è stata rilevata la presenza di istamina, una sostanza che può provocare addirittura il soffocamento in individui particolarmente allergici.

Da tempo ormai i ristoranti "all you can eat" a prezzi stracciati hanno fatto la comparsa nelle nostre città. La maggior parte di questi serve cibo giapponese.

Come capita nella maggior parte delle occasioni, l’idea di poter entrare in un ristorante e mangiare tutto quello che si vuole pagando sempre la stessa cifra non poteva che provenire dagli Stati Uniti. Precursori di una tendenza popolare e di sicuro successo, gli americani sono stati i primi a sperimentare la formula cosiddetta “all you can eat“.

Il meccanismo è molto semplice e, fin da subito, destinato ad avere un riscontro più che positivo fra la gente. Si entra, si paga un prezzo fisso e si ha libero accesso al ricco buffet, dal quale ci si può servire fin quando si ce la fa. Si, perché con questa formula non si ha bisogno di menu e camerieri, ma basta scorrere i lunghi tavoli da buffet scegliendo quello che più piace e quante volte si vuole.

Questa tendenza nel mondo della ristorazione ha, ovviamente, preso lentamente piede anche in Italia, dove i primi a sperimentarla sono stati i ristoranti giapponesi e cinesi. Pagando una quota fissa che varia solitamente fra i 10 e i 20 euro, infatti, si avrà solo l’imbarazzo della scelta fra i ravioli al vapore, il pesce grigliato, il sushi o l’insalata di mare.

Non è raro che in questi ristoranti il cuoco sia ben visibile ai clienti che, anzi, possono porgergli il proprio piatto per fargli cuocere il pesce, la carne o le verdure crude precedentemente scelte dal buffet. In altri casi, invece, il cuoco prepara a vista i piatti ordinati facendoli scorrere, poi, su disco rotante da cui i commensali potranno gustarli.

I ristoranti giapponesi, cinesi, brasiliani ma anche mongoli e messicani sono stati i primi ad adeguarsi alla nuova tendenza anche se, man mano, ristoranti italiani e pizzerie hanno seguito l’esempio. Sulla scia del tipico happy hour del tardo pomeriggio organizzato da pub e lounge bar, infatti, i ristoranti più alla mano offrono l'”all you can eat”.

In pizzeria, questa formula americana ha assunto una connotazione e un nome tutto italiano e non è raro, perciò, doverla individuare sotto il nome di giro pizza. Ovviamente, per evitare costosi e inutili sprechi di cibo, i ristoratori impongono quasi sempre un’unica regola: finire completamente quello che si ha nel piatto prima di rituffarsi nel goloso buffet proposto.

Solitamente le bevande sono escluse dal prezzo fisso stabilito e in alcuni casi si può scegliere solo tra i piatti proposti dal locale. Quando si è alla ricerca di un buon “all you can eat”, infatti, è necessario verificare che il buffet proposto sia ricco e vario ma, soprattutto, preparato con alimenti freschi e sicuri.




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sabato 23 luglio 2016

LA CARNE IN SCATOLA



Il primo cibo inscatolato risale al 1812 in seguito agli studi di Nicolas Appert; presentava numerosi problemi, tra cui la mancanza di metodi autonomi di apertura. Solo nel 1855 fu inventato l'apriscatole, e nel 1866 le scatole furono dotate di chiave. Nel 1876 si ebbe la prima esportazione intercontinentale di carne in scatola, dall'Argentina alla Francia.

In Italia l'invenzione della carne in scatola e del minestrone per le truppe si deve al colonnello don Ettore Chiarizia, che brevettò nel 1929 la produzione di prodotti alimentari scatolati per le truppe, tra cui la carne in scatola, il minestrone e la minestra di pasta e lenticchie. Tali prodotti, pertanto, costituirono un notevole passo verso la soluzione dell'importante e delicato problema di vettovagliamento delle truppe in campagna e specialmente per il fatto che consentivano la distribuzione di un rancio caldo e sostanzialmente gradito dalle truppe che si trovavano in località particolarmente disagiate, dove non era possibile o agevole confezionare o far giungere in buone condizioni il rancio caldo normale.

La carne in scatola è un prodotto alimentare di tipo industriale, caratterizzato da una spiccata praticità d'impiego, dal completo isolamento con l'ambiente di stoccaggio e da una lunga durata del prodotto.

La carne più usata è quella bovina, di cui si impiegano i tagli più adatti. Si utilizzano soprattutto le carni di vacche a fine carriera, in quanto altre tipologie di animali (vitelloni, manze, ecc.) vengono meglio remunerate nella vendita diretta. I pezzi sono prima sottoposti a una parziale lessatura, poi sono suddivisi a tocchetti e sistemati nei barattoli di lamiera stagnata, che vengono chiusi ermeticamente (aggraffatura con giunto di gomma). Le scatole così confezionate sono poi sterilizzate in autoclave, dove restano per circa un'ora alla temperatura di 120 °C.

La carne in scatola è uno dei prodotti meno genuini, in quanto in questa categoria abbonda l’uso di conservanti potenzialmente pericolosi. L’ingrediente sospetto delle carni in scatola è, infatti, il nitrito di sodio, conservante principale oltre che della carne, degli insaccati in genere.

Nonostante la praticità (in particolar modo in estate), la carne in scatola è quindi un prodotto da evitare o da consumare sporadicamente, non certo come alimento abituale (è importante distinguere fra nitriti e nitrati e capire come comportarsi di fronte a questi prodotti industriali di dubbia qualità) sfruttando magari la sua ipocaloricità.

Come se non bastasse, per cercare di dare appetibilità al prodotto, molte marche usano il classico esaltatore del sapore, il glutammato monosodico, il cui consumo però andrebbe limitato, soprattutto da coloro che devono abbassare la quota di sodio nella dieta.

Recentemente sono state introdotte sul mercato carni in scatola esplicitamente senza glutammato e con carni italiane; lodevole passo, ma la presenza dei nitriti non permette ancora di ritenere il prodotto accettabile.

Secondo la dieta italiana andrebbe evitato il consumo di carne in scatola contenente nitriti o glutammato di sodio. Prodotti conservati con nitrati e contemporaneamente acido ascorbico, ma senza glutammato sono ammessi per un uso saltuario. L’assenza di etichetta nutrizionale è quindi solo un dettaglio, visto l’uso non frequente di questo tipo di prodotti.

Le principali marche di carne in scatola si contendono il mercato italiano essenzialmente con una martellante pubblicità: se si confrontano gli ingredienti si scopre, infatti, che questi sono pressoché identici (brodo vegetale con non precisati aromi e/o spezie o ortaggi), miele, marsala, sale. L’addensante usato è generalmente sempre lo stesso, la farina di semi di carrube, il gelificante è l’agar agar, ottenuto da alghe marine. Per quanto riguarda la carne bovina impiegata, la provenienza dei capi è in quasi tutti i casi dichiarata e/o tracciabile.



Anche la percentuale di carne sull’intero prodotto è, in tutte le ricette, praticamente equivalente (intorno al 40%). Quasi tutti i prodotti contengono nitrati (senza il protettivo acido ascorbico) e soprattutto nitriti e, in alcuni casi, anche glutammato di sodio. Patetico è poi il tentativo di nascondere questi gravi difetti con il pregio nutrizionistico che la carne in scatola è povera di grassi (si va dall’1 al 2%).

Nessun pregio hanno anche i tentativi di valorizzare la carne, decisamente penalizzata dalla presenza di conservanti. Accanto alla proposta “storica” della carne bovina, sono comparsi sul mercato anche alcuni prodotti a base di pollo.

Tutti i cibi in scatola sia il principale punto fermo della tavola degli italiani, se è vero che una famiglia su due la consuma abitualmente  per la sua praticità, sempre pronta e si conserva a lungo (anche 4 o 5 anni).

Rispetto alla carne fresca, quella in scatola ha un modesto apporto energetico perché è bollita e sgrassata: ecco perché viene spesso inserita nel menu di chi segue una regime ipocalorico.
Di solito si utilizza il muscolo del bovino, lessato e inscatolato assieme alla gelatina vegetale o animale. A volte vengono aggiunte altre parti dell’animale, come la lingua, che però contribuisce ad aumentare il contenuto di grassi. Per questo, prima di acquistare una confezione, è sempre meglio dare un’occhiata alle informazioni sull’etichetta.
La carne in scatola contiene una discreta quantità di sale, circa un quarto della dose massima raccomandata ogni giorno: per questo non dovrebbe far parte della dieta di chi soffre di ipertensione oppure del menu di chi combatte la ritenzione idrica. E ancora: trattandosi di carne, non bisogna esagerare perché è appurato, ormai, che mangiare troppa carne rossa espone a seri rischi di salute.

A volte i prodotti conservati e sottovuoto possono presentare sorprese e lasciarci dubbiosi. Verificate sempre che all’interno della scatola non vi siano macchie di ruggine e che la confezione non sia deformata o gonfia. Sono chiari segni di cattiva conservazione del prodotto.
Una gelatina troppo liquida o che emana un cattivo odore è segno di alterazione dell’alimento.
Se sulla carne trovate piccoli grumi bianchi, scartateli con la punta di un coltello, ma non preoccupatevi: sono solo depositi di grasso, da evitare solo per problemi di linea.



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domenica 8 maggio 2016

LE BACCHETTE



Le bacchette sono state utilizzate per almeno 5000 anni. La loro derivazione risale probabilmente all'uso di rametti che , in antichità, venivano utilizzati per recuperare il cibo cotto in grosse pentole. Oltre alle bacchette i cinesi usano comunemente un piccolo cucchiaio in ceramica e preferiscono le ciotole ai piatti. Le forchette e i coltelli non sono utilizzati perché non appartengono alla cultura cinese. Fu Confucio stesso, che era vegetariano, a suggerire di non utilizzare coltelli a tavola perché, essendo strumenti pericolosi con cui si uccidono gli animali, rovinano l'armonia a tavola. Nella mentalità cinese il pasto è un momento molto importante e ogni elemento di disturbo deve essere bandito dal tavolo in cui si mangia.

Le bacchette sono storicamente realizzate in bambù, che è un legno molto resistente e flessibile, poco costoso, non ha odori né sapori, ha un'ottima resistenza al calore ed è molto diffuso e facile da lavorare. Talvolta si utilizzano altri tipi di legni come quello di cedro, sandalo, pino e taek, bacchette meno comuni sono realizzate in osso, giada, oro, bronzo, agata, corallo, avorio e argento. Queste storicamente erano prerogativa della classe ricca e soprattutto della famiglia imperiale. Era credenza comune che le bacchette di argento, se a contatto con veleni, assumessero un colore nero. Oggi sappiamo che questa credenza non corrisponde al vero e che veleni come l'arsenico e il cianuro non creano alcuna reazione chimica quando vengono in contatto con l'argento, ma è invece vero che uova non fresche, aglio e cipolle, a causa dei solfati che rilasciano, possono cambiarne leggermente il colore.

L’uso delle bacchette incide sul modo di cucinare: in Oriente, infatti, i piatti sono preparati con ingredienti tagliati piccoli, soprattutto la carne, e pulire il pesce dalle lische usando le bacchette è più comodo.

Ma il vero motivo per cui si usano le bacchette è relativo al fatto che i bocconi sono di solito caldissimi, poiché si estraggono dal brodo o dai condimenti, per disperdere il calore si girano qualche istante sulle bacchette e poi si mangiano a una temperatura accettabile.


Le bacchette per il cibo provengono dall'antica Cina: sulla loro origine sono fiorite numerose leggende, ma è provato che venivano utilizzate già ai tempi della dinastia Shang (1600-1100 a.C.). Utensili simili a bacchette sono stati dissotterrati anche nel sito archeologico di Megiddo in Israele. Questa scoperta potrebbe rivelare l'esistenza di rapporti commerciali tra il Medio Oriente e l'Asia nei primi tempi dell'antichità oppure potrebbe trattarsi di uno sviluppo parallelo avvenuto in modo indipendente. Le bacchette erano oggetti domestici comuni anche tra gli Uiguri civilizzati delle steppe mongole durante il VI-VIII secolo.

Le bacchette molto lunghe, solitamente circa 30 o 40 centimetri, tendono ad essere utilizzate per cucinare, specialmente per friggere a fondo i cibi. In Giappone sono chiamate saibashi. Le bacchette più corte sono usate generalmente come utensili per mangiare, ma anche per cucinare.
Le bacchette per prendere il cibo sono affusolate con l'estremità smussata o appuntita. Quelle smussate forniscono una superficie maggiore per trattenere il cibo e per spingere il riso nella bocca. Quelle appuntite consentono di manipolare più facilmente il cibo e di spinare il pesce cotto intero.
Le bacchette possono essere fatte di una varietà di materiali: bambù, plastica, legno, osso, metallo, giada e avorio.
Le bacchette di bambù e legno sono a buon mercato, conducono poco il calore e forniscono una buona presa per trattenere il cibo grazie alle loro superfici opache. Si possono incurvare e deteriorare con l'uso prolungato e se non vengono pulite adeguatamente possono annidare batteri. Quasi tutte le bacchette per cucinare e quelle usa e getta sono fatte o di bambù o di legno. Le bacchette usa e getta non laccate si usano in particolare nei ristoranti. Si presentano spesso come un pezzo di legno che è parzialmente tagliato e deve essere spezzato in due bacchette dall'utilizzatore.
Le bacchette di plastica sono a buon mercato e conducono poco il calore. Inoltre non annidano batteri né si deteriorano molto con l'uso prolungato. Tuttavia, a causa della loro composizione, non sono buone come quelle di legno e di bambù per prendere il cibo. Per la stessa ragione, le bacchette di plastica non possono essere impiegate per cucinare dal momento che le temperature elevate potrebbero danneggiarle e produrre composti tossici.
Le bacchette di metallo sono durevoli e facili da pulire. Come quelle di plastica, non trattengono il cibo bene quanto quelle di legno o di osso. Tendono anche ad essere più costose. La loro più elevata conduzione del calore, inoltre, significa che non sono comode da usare per cucinare.
Materiali come avorio, giada, oro e argento sono scelti tipicamente per ragioni di lusso.
Le bacchette di legno o di bambù possono essere dipinte o laccate per decorarle e renderle impermeabili all'acqua. Le bacchette di metallo a volte vengono irruvidite o rigate all'estremità affusolata per renderle meno scivolose quando si prende il cibo. Coppie di bacchette di metallo molto lunghe talvolta sono legate da una corta catena all'estremità non affusolata per impedirne la separazione.



Le bacchette cinesi sono bastoncini più lunghi che hanno la sezione trasversale quadrata ad un'estremità (quella con cui si tengono) e rotonda all'altra (quella con cui vengono a contatto con il cibo), terminando con una punta smussata.
Le bacchette giapponesi sono bastoncini di lunghezza da corta a media che si affusolano con un'estremità appuntita. Questa forma si potrebbe attribuire al fatto che la dieta giapponese consiste in grandi quantità di pesce con la lisca intera. Le bacchette giapponesi sono fatte tradizionalmente di legno laccato. Alcuni servizi comprendono bacchette di due lunghezze diverse: più corte per le donne e più lunghe per gli uomini. Sono inoltre assai diffuse bacchette a misura di bambino.
Le bacchette coreane sono asticciole affusolate di media lunghezza, in acciaio inossidabile, con una sezione trasversale piatta e rettangolare. (Tradizionalmente, erano fatte di ottone o di argento.) Molte bacchette coreane di metallo sono riccamente decorate all'impugnatura.
Le bacchette vietnamite sono lunghi bastoncini che si affusolano con una punta smussata; tradizionalmente di legno, ma fatte ora anche di plastica.
In Italia si usano bacchette simili a quelle giapponesi e sono fatte di legno laccato oppure di plastica; esistono anche quelle usa e getta. Nello scegliere tra i due tipi di bacchette è bene tener conto dei loro difetti: quelle di legno laccato possono essere portatrici di malattie, mentre quelle usa e getta hanno l'inconveniente di essere costose. Riprendendo il termine giapponese, le bacchette in Italia si chiamano Hashi.

Molte sono le regole di etichetta che governano il modo appropriato di usare le bacchette. Tenute fra il pollice e le dita di una mano, le bacchette si usano a mo' di pinza per prendere piccole quantità di cibo, che sono preparate e portate in tavola in porzioni piccole e adeguate. Le bacchette si possono utilizzare (tranne che in Corea) per spingere in bocca il riso e altri piccoli bocconi direttamente dalla ciotola.
Solo le estremità più piccole delle bacchette vengono a contatto con il cibi.
Le bacchette si tengono insieme nella stessa mano, solitamente la destra. Alcune persone, specialmente i mancini, hanno cominciato ad usare le bacchette anche con la mano sinistra. In alcune occasioni (formali), tuttavia, questo comportamento potrebbe essere considerato sconveniente.

Nelle culture che fanno uso delle bacchette, il cibo generalmente è preparato in piccole porzioni; tuttavia, alcuni modelli di bacchette hanno bordi intagliati intorno alle punte per aiutare ad afferrare porzioni di cibo più grandi. Il riso, che solitamente sarebbe quasi impossibile da mangiare con le bacchette se preparato utilizzando metodi occidentali, normalmente in Asia orientale è preparato con una minor quantità di acqua, il che lo porta ad "agglutinarsi", rendendo così più facile mangiare con le bacchette. Le caratteristiche collose del riso dipendono anche dalla cultivar selezionata; quella impiegata nei paesi est-asiatici di solito è la cultivar japonica, che è un tipo di riso naturalmente più agglutinante dell'indica, il riso utilizzato nella maggior parte dei paesi occidentali e sud-asiatici.

Oltre che come posate per mangiare, le bacchette sono utilizzate anche come utensili da cucina per mescolare gli ingredienti in una pentola o trasferire i cibi dalla pentola ai piatti.

Mettete una bacchetta tra il palmo e la base del pollice, usando il dito anulare (cioè il quarto dito a partire dal pollice) per sostenere la parte inferiore del bastoncino. Con il pollice, schiacciate il bastoncino verso il basso mentre il dito anulare lo spinge verso l'alto. La bacchetta dovrebbe essere fissa e molto stabile.
Usate le punte del pollice, dell'indice e del medio per tenere l'altra bacchetta come una penna. Assicuratevi che le punte dei due bastoncini siano allineate.
Ruotate la bacchetta superiore in alto e in basso verso la bacchetta inferiore fissa. Con questo movimento si possono prendere cibi di dimensioni sorprendenti.
Con sufficiente pratica, i due bastoncini funzionano come un paio di pinze.
Per maneggiarle più facilmente all'inizio, tenete le bacchette a metà come farebbe un bambino. Quando sarete divenuti più bravi, tenete le bacchette alle estremità superiori per arrivare più lontano ed avere un movimento più sicuro ed elegante.

Se le punte non riescono ad allinearsi, sarà difficile trattenere i cibi. Tenete le bacchette diritte con una delle punte che tocca leggermente il tavolo, e spingete le bacchette verso il basso o allentate la presa per un istante (sempre delicatamente) per far sì che le punte raggiungano la stessa lunghezza. In questo modo potete anche regolare la presa o la posizione di tenuta.

Nei vari paesi in cui si utilizzano le bacchette per mangiare, generalmente si osservano le seguenti regole:
Le bacchette non si usano per fare rumore, per attirare l'attenzione o per gesticolare. Giocare con la bacchette è considerato maleducato e volgare (proprio come sarebbe giocare con le posate in un ambiente occidentale).
Le bacchette non si usano per spostare ciotole o piatti.
Le bacchette non si usano per giocherellare con il cibo o con i piatti in comune.
Più spesso, le bacchette non si usano per infilzare il cibo, tranne poche eccezioni, ad esempio quando si fanno a pezzi cibi più grandi come verdure e kimchi. Nell'uso informale, cibi piccoli, difficili da prendere come pomodori ciliegia e polpette di pesce possono essere infilzati, ma quest'uso è biasimato dai tradizionalisti.
Le bacchette si possono appoggiare orizzontalmente sul proprio piatto o ciotola per tenerle completamente lontano dalla tavola. Per tenere le punte lontano dalla tavola si può utilizzare un poggiabacchette.
Le bacchette non si dovrebbero lasciare appoggiate verticalmente in una ciotola di riso o di altro cibo. Qualsiasi oggetto simile ad un bastoncino con la punta rivolta verso l'alto assomiglia, infatti, ai bastoncini d'incenso che alcuni popoli asiatici usano come offerte per i familiari defunti; non a caso, certi riti funerari indicano le offerte di cibo ai defunti usando bacchette messe in posizione eretta.

Nella cultura cinese, è normale sollevare la ciotola di riso alla bocca e usare le bacchette per spingere il riso direttamente in bocca. Se il riso però viene servito su un piatto, come è più comune in Occidente, è accettabile e più pratico mangiarlo con una forchetta, un cucchiaio o una forchetta-cucchiaio.
L'estremità smussata si usa a volte per trasferire il cibo da un piatto comune al piatto o alla scodella di un commensale.
È accettabile trasferire il cibo a persone strettamente imparentate (ad es. nonni, genitori, moglie, figli e altre figure importanti) se stanno avendo difficoltà a prenderlo. Inoltre è un segno di rispetto passare il cibo per primi ai più anziani prima che inizi il pasto.
Le bacchette non devono mai essere appoggiate sul piatto, ma sulla tovaglia o sugli appositi poggiabacchette. Lasciare le bacchette infilzate in una portata è un segno di ostilità verso il padrone di casa.

Il cibo non si dovrebbe trasferire dalle bacchette di qualcuno a quelle di qualcun altro. I Giapponesi offriranno sempre il loro piatto per trasferirlo direttamente, o passeranno il piatto della persona da servire se la distanza è grande. In Giappone, infatti, le bacchette si usano in questo modo solo durante la cerimonia del funerale buddhista: dopo aver cremato il defunto, la famiglia e gli amici spostano le ossa bruciate del morto dalla bara ad una pentola appunto con le bacchette.
Quando le bacchette non si usano, le estremità appuntite dovrebbero essere appoggiate su un poggiabacchette.
È abbastanza frequente rovesciare le bacchette ed usare l'estremità opposta pulita per spostare il cibo dal piatto comune, sebbene non sia considerato segno di buona educazione. Piuttosto, i commensali dovrebbero chiedere altre bacchette per trasferire il cibo dal piatto comune.
Le bacchette non si dovrebbero incrociare sulla tavola, né lasciare appoggiate verticalmente in una ciotola di riso, poiché questo simboleggia la morte.
In Giappone, si adoperano spesso bacchette monouso chiamate waribashi ("bacchette divise"), che sono unite tra loro e devono quindi essere spezzate in due per poter essere usate. In questi casi, è da maleducati sfregare insieme le bacchette dopo averle divise, perché questo gesto comunica all'ospite che si pensa siano a buon mercato.

I Coreani considerano segno di maleducazione sollevare la ciotola di riso dal tavolo per mangiare.
Diversamente da altre culture che fanno uso delle bacchette, i Coreani adoperano un cucchiaio per il riso e la zuppa, e le bacchette per la maggior parte degli altri cibi in tavola. (Tradizionalmente, i cucchiai coreani hanno una testa relativamente piatta, circolare, con un manico diritto, diversamente dai cucchiai da minestra cinesi o giapponesi.)
Diversamente dal riso consumato in molte parti della Cina, il riso cucinato in Corea può essere preso facilmente con le bacchette, sebbene mangiare riso con il cucchiaio sia più accettabile.
Quando si posano le bacchette sul tavolo accanto ad un cucchiaio, non bisogna mai metterle a sinistra di quest'ultimo. Le bacchette, infatti, si poggiano a sinistra solo per i membri defunti della famiglia.
Le estremità smussate del manico delle bacchette non si usano per trasferire il cibo dai piatti comuni.
Quando non sono disponibili bacchette comuni, è perfettamente accettabile prendere il banchan e mangiarlo senza prima metterlo giù sulla propria ciotola.
Inoltre, c'è un vecchio detto secondo cui più si tiene la mano vicina alle punte delle bacchette, più a lungo si rimane non sposati.

In Vietnam come nel caso dell'etichetta cinese, la ciotola di riso si solleva alla bocca ed il riso si spinge in bocca usando le bacchette.
Diversamente dai piatti cinesi, è pratico usare le bacchette anche per prendere il riso nei piatti, ad esempio il riso fritto, perché quello vietnamita è tipicamente colloso.
È corretto usare sempre due bacchette insieme, anche quando le si adopera per mescolare.
Non si dovrebbe prendere il cibo dalla tavola e porlo direttamente in bocca. Il cibo deve prima essere messo nella propria ciotola.
Non si dovrebbero tenere le bacchette in bocca mentre si sceglie il cibo.
Dopo mangiato, le bacchette non si dovrebbero mai poggiare sulla tavola formando una "V"; è interpretato come un segno di malaugurio.

Usare una sola volta un servizio di bacchette e poi gettarle via, causa problemi per l'ambiente. Sono sorti alcuni movimenti volti a spingere la gente ad utilizzare più volte lo stesso paio di bacchette. In Cina, si usano circa 45 miliardi di paia di bacchette usa e getta all'anno. Questo equivale ad 1,7 milioni di metri cubi di legname - circa 25 milioni di alberi adulti. La Cina è il più grosso produttore di bacchette usa e getta: basti pensare che quasi 60.000 persone sono impiegate in questo settore. Se la produzione continuerà al livello attuale, le foreste della Cina saranno esaurite nel giro di qualche decennio.

Per questa ragione, nell'aprile 2006 sulle bacchette monouso è stata introdotta un'imposta. Si parla anche di sostituire le bacchette usa e getta fatte di legno con quelle in plastica o metallo.

Nel 2003, fu fatto uno studio in base al quale l'uso regolare delle bacchette potrebbe aumentare lievemente il rischio di sviluppare l'artrosi nella mano, una condizione in cui la cartilagine si consuma, causando dolore alle articolazioni della mano, in particolare tra gli anziani. Sono stati inoltre avanzati timori circa il fatto che l'utilizzo di certi tipi di bacchette usa e getta, fatte di legno scuro sbiancato con candeggina, possa causare tosse o addirittura asma.

Un'indagine condotta nel 2006 dal Ministero della salute di Hong Kong rilevò che la proporzione di persone che si servono di bacchette o altri utensili per il cibo è aumentata dal 46% al 65% dopo lo scoppio della SARS nel 2003, determinando anche un miglioramento delle condizioni igieniche generali.




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martedì 1 dicembre 2015

I CIBI DELLA SPAZZATURA



Sul fatto che bisogna evitare di sprecare cibo siamo ormai tutti d'accordo e la consapevolezza rispetto a qualche anno fa in Italia è decisamente aumentata. Ma a parte questo dato acquisito, tantissimo c'è da fare. E questo emerge leggendo il Rapporto 2015 Waste Watcher, dove ci sono i primi dati assoluti (malgrado nel resto d'Europa sia una policy) dei 'Diari di famiglia', un test preciso che indica la misura quali-quantitativa dello spreco a ogni pasto. Ecco così che spreco reale e spreco percepito non coincidono. Proprio alla luce di questo primo test condotto nella primavera 2015 da Waste Watcher con la validazione scientifica dell'Università di Bologna-Distal, è possibile infatti affermare che lo spreco di cibo domestico reale è circa il 50% superiore allo spreco percepito e dichiarato nei sondaggi. Ne deriva che gli italiani sprecano effettivamente circa 13 miliardi di euro ogni anno con il cibo buttato nella pattumiera di casa.

"Lo spreco di cibo, dalla dispensa di casa al frigorifero, dai fornelli al bidone della spazzatura domestico, vale complessivamente 8,4 miliardi di euro all'anno, ovvero 6,7 euro settimanali a famiglia per 650 grammi circa di cibo sprecato", spiega il fondatore di Last Minute Market Andrea Segrè, presidente del Comitato tecnico-scientifico del Programma nazionale di Prevenzione dei rifiuti (Min. Ambiente) in occasione della Giornata mondiale per il cibo.

Il test dei 'Diari di famiglia', guidato dalla ricercatrice Claudia Giordano sotto la supervisione di Luca Falasconi, funziona con monitoraggi e rilevazioni annotate da famiglie campione (16 gruppi familiari intercettati dalla trasmissione di Radio2 Decanter e 30 gruppi multigenerazionali di famiglie di Bologna) che devono indicare con precisione la misura dello spreco a ogni pasto e spiegano come il cibo gettato viene di volta in volta smaltito. Il Rapporto 2015 Waste Watcher si sofferma sui comportamenti degli italiani e registra che un italiano su due compila una lista della spesa per prevenire lo spreco e l'eccesso di acquisto (51%). Si tratta della medesima quantità di intervistati che attribuisce lo spreco domestico all'eccesso di cibo acquistato (46%). Rilevante il dato degli italiani che dichiarano di non gettare in automatico il cibo scaduto, ma di voler assicurarsi che sia davvero andato a male: sono l'81%, 4 su 5 italiani. E ancora: 3 italiani su 4 fanno la spesa al supermercato, e ben 9 italiani su 10 dichiarano di consultare abitualmente l'etichetta dei cibi acquistati.

La quantità di italiani che chiede o auspica di ottenere una doggy bag al ristorante per non sprecare il cibo che avanza è pari al 30%, 1 italiano su 3. Il rapporto rileva l'aumentata sensibilità degli italiani per il tema spreco alimentare in rapporto all'impatto ambientale: quasi un plebiscito, 9 italiani su 10 finalmente mettono in relazione spreco di cibo e danno ambientale, altrettanti (oltre il 90%) auspicano che il tema dell'educazione alimentare possa essere affrontato già a scuola, analogamente all'educazione civica. Auspicio per ora disatteso dalle linee direttrici della buonascuola che non ha introdotto focus specifici sull'educazione alimentare.

Benessere e povertà convivono nei nostri paesi e nelle nostre città. C'è chi pranza al ristorante e chi, a pochi metri di distanza, rovista nel cassonetto alla ricerca di un tozzo di pane. La Caritas avverte: la povertà sta aggredendo il ceto medio. Non sono più, dunque, solo i senzatetto o i rom a frugare tra i rifiuti. Da qualche anno non è difficile sorprendere italiani, pensionati o anche cinquantenni disoccupati, ad "ispezionare" la spazzatura.

La mattina si aggirano tra i banchi dei mercati. Persone distinte. All'apparenza normalissimi clienti, e fino a pochi anni fa lo erano. Guardano i prodotti esposti sulle bancarelle: frutta, pane, verdura, pesce e carne. Sembra che valutino la merce esposta. Poi all'improvviso, ma con molta discrezione, si avvicinano alle buste gialle degli scarti vegetali. Un'occhiata svelta per individuare il residuo "buono", prima di infilare rapidamente la mano e via tra la folla. La loro "spesa", quando va bene, è un'arancia, una mela o un pomodoro andato a male, in alternativa qualche foglia di lattuga o il gambo di un carciofo. "Pensano di passare inosservati  -  spiega una fruttivendola  -  ma non è così. Li vediamo e facciamo finta di niente. Per noi è doloroso riconoscere i nostri ex acquirenti che frugano tra gli scarti".



È un fenomeno, spiegano diversi commercianti dei mercati, che c'è sempre stato ma che negli ultimi tre anni ha conosciuto un forte incremento: "Ho questa attività dal 1953  -  spiega il titolare di un banco alimentari  -  ma quello a cui assisto da tre anni è incredibile. Non avevo mai visto così tanti anziani rovistare nell'immondizia. Le pensioni minime, evidentemente, non sono sufficienti e così si assiste a queste scene". "Il sabato mattina  -  afferma un fruttivendolo -  è il giorno in cui si vedono più persone rovistare nei cassonetti attorno al mercato. Prima era un fenomeno che riguardava solo gli extracomunitari, ora anche i nostri connazionali, soprattutto gli anziani". Queste situazioni a volte imbarazzano, come racconta un macellaio: "Capita che ex clienti passino dal bancone al retrobottega, a frugare tra gli scarti  -  dove vengono depositati momentaneamente i rifiuti. Quando li sorprendi si giustificano dicendoti che hanno il coniglio, la gallina, o la tartaruga a cui dare da mangiare".

Il direttore dell'Istituto di igiene dell'Università Cattolica di Roma, Walter Ricciardi spiega il pericolo di malattie causato dall'ingerimento di cibo raccolto dall'immondizia: "La salmonellosi e la shigellosi sono le due patologie più facili da contrarre. Più in generale, le tossinfezioni alimentari. Ossia il rischio sia di intossicazione sia di infezione dovuto al cibarsi di alimenti ricchi di germi. Ovviamente  -  conclude Ricciardi  -  le tossinfezioni sono maggiormente pericolose su soggetti deboli, come appunto gli anziani".
Dalla Caritas spiegano che i pensionati che rovistano nella spazzatura sono il simbolo della crisi. "Gli anziani che frugano tra i rifiuti  -  sottolinea Roberta Molina dell'associazione cattolica  -  rappresentano un ceto medio italiano che mai come in questi ultimi due anni è in grossa difficoltà. Dei servizi mensa usufruiscono, dal 2009, anche tante famiglie di nostri connazionali appartenenti a quella che si può definire ormai la "ex" classe media".

Le azioni di sostegno a chi è in difficoltà non vengono, però, solo dalla Caritas. La solidarietà, infatti, non manca anche tra i piccoli banchi nei vari mercati: "Abbiamo imparato a riconoscere chi è nell'indigenza e con molta delicatezza, per non offenderli, gli offriamo qualche cosa  -  racconta un macellaio di un mercato di Roma  -  come delle fettine panate o delle ali di pollo".

Per farsi un’idea di chi sia il povero oggi basta entrare un giorno in mensa per i poveri durante l’orario di apertura: accanto allo “zoccolo duro” degli stranieri, ci sono oggi interi nuclei famigliari, anziani che non riescono, con la loro semplice pensione, a garantire l’acquisto della spesa, padri separati che non avanzano il denaro sufficiente per l’affitto della propria casa, working poors, cioè lavoratori con contratti precari o che non guadagnano a sufficienza per vivere, persone tagliate fuori dal circuito lavorativo per età o per condizioni di salute.



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domenica 1 novembre 2015

I CIBI DEL RISTORANTE



Il termine francese restaurant (da restaurer, "ristorare") comparve per la prima volta nel XVI secolo, con il significato di "un cibo che ristora", e si riferiva specialmente ad una minestra ricca e di gusto raffinato.

Secondo il Guinness dei primati, il Sobrino de Botin, a Madrid, in Spagna, sarebbe il più antico ristorante tuttora in esercizio. Fu infatti aperto nel 1725.

Il significato moderno del termine nacque attorno al 1765, quando un cuoco parigino di nome Boulanger aprì un'attività di ristorazione. Il primo ristorante ad adottare la forma divenuta poi standard al giorno d'oggi (con i clienti seduti al proprio tavolo con la propria porzione, avendo inoltre la possibilità di scegliere la portata da un menu, durante specifici orari di apertura) fu la Grand Taverne de Londres, fondata nel 1782 da un uomo di nome Antoine Beauvillier. Sembra che il nome sia derivato dal motto "venite e io vi ristorerò" affisso nel primo locale di questo tipo.

I ristoranti spaziano da locali senza troppe pretese per persone che lavorano nelle vicinanze, con cibo semplice a basso costo, fino a posti a caro prezzo, che servono cibo e vino in un ambiente formale.

L'espressione "ristoranti a tema" viene utilizzata per indicare quei ristoranti in cui prevale una tematica specifica sul tipo di arredamento o abbigliamento del personale, o sul tipo o il nome delle portate. Alcuni esempi sono i ristoranti a tema americano, come le steak houses (letteralmente case della bistecca), che prevedono un menu composto principalmente da carne grigliata e un arredamento che ricorda i saloon statunitensi; i ristoranti vegetariani, che prevedono un menu composto unicamente da piatti vegetariani; o i ristoranti dark, il cui arredamento e i nomi delle portate del menu ricordano gli ambienti horror o i grandi registi del cinema del genere.

Mangiare in un ristorante può far male alla salute quanto o anche di più che mangiare del takeaway a buon mercato o in un fast food. La cucina raffinata dei ristoranti, infatti, è più ricca di grassi e sale. Lo ha scoperto un gruppo di ricercatori della University of Illinois. Per arrivare a queste conclusioni gli scienziati hanno esaminato i dati di 18.098 adulti degli Stati uniti. Dai risultati è emerso che se i pasti consumati al ristorante sono più sani di quelli di un fast food o takeaway in termini di un più elevato contenuto di vitamine, potassio e acidi grassi omega-3, sono anche più pericolosi per via dell'elevato contenuto di sale e colesterolo.Minima la differenza tra ristorante e fast food - "Le persone che hanno mangiato nei ristoranti hanno assunto significativamente più colesterolo al giorno rispetto alle persone che hanno mangiato a casa. Questo apporto extra di colesterolo, pari a circa 58 mg al giorno, rappresenta il 20 per cento in più dei livelli massimi raccomandati". Coloro che hanno mangiato al fast food, invece, hanno consumato solo un extra di 10 mg di colesterolo al giorno in più rispetto a chi ha mangiato a casa.



Nei fast food e nei ristoranti si consumano 10 grammi di grassi in più e, rispettivamente 3,49 grammi e 2,46 grammi di grassi saturi in più rispetto a chi mangia a casa. Inoltre i fast food aggiungono circa 300 mg di sodio, la parte di sale che aumenta la pressione sanguigna, alla dieta quotidiana. Mentre il ristorante aggiunge 412 mg di sodio al giorno. Il consiglio dei ricercatori non è quindi quello di preferire i fast food ai ristoranti, ma di cercare di mangiare il più possibile cibi preparati in casa.

Un aspetto fondamentale della sicurezza alimentare nei ristoranti e in tutti i locali che si occupano di somministrazione di alimenti è la conservazione, lo stoccaggio e l’immagazzinamento dei prodotti alimentari. Il controllo di questi processi deve essere accuratamente riportato nel manuale HACCP e seguire quelli che sono i principi di questo metodo, al fine di garantire l’assenza di eventuali deteriorazioni e alterazioni che possono compromettere la salubrità degli alimenti.

La conservazione degli alimenti ha lo scopo di assicurare l’integrità degli alimenti per un certo periodo di tempo. Affinché ciò sia possibile occorre seguire precise regole che dipendono dal tipo di prodotto e dalle indicazioni offerte dal produttore e dalla normativa in materia. In genera.le è indispensabile predisporre aree apposite per la conservazione e controllare i livelli di temperatura, umidità e ventilazione di tali aree.

Le aree deputate allo stoccaggio degli alimenti devono:

Essere dotate di termometri,
Essere pulite e disinfettate,
Essere protette da eventuali infestazioni,
Avere un sistema di refrigerazione costante e controllato, predisponendo interventi immediati per evitare l’interruzione della catena del freddo.
Nell’immagazzinamento dei prodotti bisogna seguire alcuni principi che consentiranno una migliore organizzazione del lavoro e un’utilizzo dei prodotti che riduca qualsiasi rischio:

I prodotti immagazzinati per primi dovranno essere impiegati per primi,
Le merci nuove vanno immagazzinate dietro a quelle già presenti,
Su ogni prodotto deve essere apposta un’etichetta chiara e leggibile che riporta la data di scadenza,
I prodotti che vanno utilizzati per primi sono quelli che hanno la data di scadenza più prossima.
Nel caso in cui la conservazione dei prodotti debba avvenire in ambiente refrigerato:

La temperatura deve essere inferiore ai 7ºC,
i prodotti devono essere disposti su pedane o ripiani smontabili,
vegetali e carni crude devono essere conservati in maniera separata,
prodotti semi-lavorati e lavorati devono essere tenuti separati dagli altri prodotti,
qualora lo spazio non fosse sufficiente, conservare i prodotti in contenitori che si possono sigillare,
ogni tipologia di prodotto deve essere etichettata per facilitarne l’identificazione
misurare e registrare la temperatura quotidianamente.
Se si tratta di prodotti congelati:

le temperature devono essere sotto i -18°C,
i prodotti confezionati vanno conservati in contenitori chiusi,
bisogna etichettare ogni tipo di prodotto,
i congelatori devono essere puliti e disinfettati secondo le istruzioni del fabbricante,
la temperatura deve essere monitorata ogni giorno,
i prodotti che sono stati conservati a temperature superiori ai -12°C,
i prodotti scaduti vanno eliminati.
Per conservare prodotti alimentari asciutti:

il magazzino dove avviene lo stoccaggio deve essere ventilato e pulito,
la temperatura non deve superare i 25°C,
in questo modo posso essere conservati solo prodotti confezionati,
derrate alimentari e prodotti per la pulizia non possono essere conservati nello stesso luogo,
tutti i prodotti devono essere etichettati,
se ci sono confezioni aperte e non ancora terminate devono essere richiuse e opportunamente etichettate.
Nel magazzino di un ristorante è necessario conservare anche tutti quei prodotti chimici che servono alla pulizia e all’igiene dei locali. Tali sostanze:

vanno conservate in stanze  chiuse o in armadi,
vanno conservate nel loro contenitore originale,
prima del loro utilizzo occorre leggere e rispettare le istruzioni d’uso,
i prodotti che non hanno sufficienti indicazioni sulla confezione vanno eliminati.



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martedì 22 settembre 2015

Oggi Cosa Si Mangia? VELENO



In occasione della Giornata Mondiale della Salute, celebrata martedì 7 aprile, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha voluto mettere in luce i rischi legati alla sicurezza del cibo, richiedendo interventi trans-nazionali che affrontino il problema.

"La produzione del cibo è stata industrializzata, e commercio e distribuzione sono state globalizzate", ha spiegato Margaret Chan, direttore generale dell'OMS. "Questi cambiamenti introducono numerose nuove opportunità per il cibo di essere contaminato da batteri, virus, parassiti e composti chimici. Un problema locale di sicurezza del cibo può velocemente diventare un'emergenza internazionale. Indagare su un'epidemia di una malattia proveniente dal cibo è decisamente più complicato quando in una singola ci sono ingredienti da diversi paesi".

Come riportato dai medici dell'organizzazione, le possibili contaminazioni del cibo possono portare alla diffusione di oltre 200 patologie, che vanno dalla diarrea al cancro. Alcuni esempi di alimenti pericolosi possono essere i cibi di origine animale non sufficientemente cotti, frutta e verdura contaminata da feci, o crostacei che contengono biotossine marine.

Per provare a fornire un quadro della situazione, l'OMS ha rilasciato i primi dati di un'analisi globale delle malattie derivanti dalla contaminazione del cibo, con i risultati definitivi sono attesi per ottobre 2015. Un elemento preoccupante è costituito dalle infezioni enteriche causate da virus, batteri e protozoi che entrano nel corpo tramite cibo contaminato. Secondo i dati OMS, dal 2010 ci sono stati 582 milioni di casi di questo tipo, con 351.000 morti.



I principali responsabili sono agenti come la salmonella enterica (52.000 morti associate), l'Escherichia coli (37.000 decessi) ed il norovirus (35.000 morti). La zona più colpita dai decessi causati dal cibo contaminato è l'Africa, seguita dal sud-est asiatico. Oltre il 40% dei soggetti che hanno sviluppato una malattia enterica in questo modo sono bambini al di soto dei 5 anni.

Il problema, ad ogni modo, non riguarda solamente la salute, ma anche l'economia: è stato stimato che l'epidemia di Escherichia coli in Germania nel 2011 abbia causato perdite di 1,3 miliardi di dollari per agricoltori ed aziende, ed ulteriori 236 milioni di dollari in aiuti per 22 stati membri dell'Unione Europea.

"Spesso c'è bisogno di una crisi perché la consapevolezza collettiva della sicurezza del cibo venga scossa e si intraprendano azioni decise", commenta Kazuaki Miyagishima, direttore del Dipartimento per la sicurezza del cibo e la zoonosi dell'OMS. "L'impatto sulla salute pubblica e sull'economia può essere grande. È quindi necessaria una risposta sostenibile che garantisca che standard e controlli siano al loro posto, per proteggere dai rischi legati alla sicurezza del cibo".

Nei primi quattro mesi del 2015 nei Paesi dell'Unione Europea sono scattati "33 alert". Si rischia un anno record, con il pericoli di danni anche gravi per la salute dei cittadini
Il rischio più grande è di sottostimare i rischi. Un gioco di parole per dire che, nel mondo globalizzato, nessuno può sentirsi al sicuro limitandosi a comportamenti virtuosi. Perché le minacce, dal terrorismo alla scoperta di cibo contaminato, fino alle catastrofi naturali possono mandare gambe all'aria anche aziende che si sentivano al sicuro.

Del tema si è discusso in un convegno organizzato a Milano da Anra (Associazione Nazionale dei Risk Manager) e Agcs (Allianz Global Corporate & Specialty), dal titolo emblematico: "Hot topics: Crisis Management e Weather Risk... Nuovi rischi, nuovi scenari. Quali risposte?".



L'Europa si è dotata di un sistema di alert efficiente, che tuttavia non è fin qui risultato sufficiente. Dal 2009 al 2014 gli allarmi sono stati in media 87 all'anno e questo 2015 potrebbe toccare cifre record, se si considerano che solo tra gennaio e aprile si è attivati a quota 33. Lo spettro dei rischi è molto ampio: si va dalla scoperta di contaminati da ritirare dal commercio (basti pensare al caso della "mozzarella blu") ad automobili e prodotti di consumo da richiamare in fabbrica perché difettosi o pericolosi, dagli eventi climatici estremi agli atti di terrorismo (questi ultimi esplosi negli ultimi anni, tanto da interessare non solo Paesi tradizionalmente caldi come Afghanistan e Iraq, ma anche i Paesi occidentali). Al di là delle preoccupazioni per la salute dei cittadini, queste variabili chiamano in causa il comportamento delle aziende, che non sempre si sono dotate di sistemi di risk management, in grado di scattare prontamente per minimizzare l'impatto sui conti delle società.

Christof Bentele, responsabile global crisis management di Agcs, ha citato l'esempio dell'automotive, un'industria nella quale sono frequenti i richiami di modelli per il malfunzionamento emerso solo dopo che gli stessi erano già in commercio. Inoltre, molti settori dell'economia, come energia, dettaglio, alimentazione, turismo, costruzioni e trasporti sono sensibili ai mutamenti del clima quanto o persino più di quanto non lo siano ai tassi di interesse o alle fluttuazioni dei cambi. Si stima che il 70% delle aziende siano esposte a "seri rischi meteorologici", un dato sinora sottovalutato. Per esempio il costo di ritardi dovuti al meteo per le imprese di autotrasporti negli Usa ammonta a 3,5 miliardi di dollari all'anno. Mancano dati europei, ma sicuramente da noi  - dove la cultura del risk management è poco diffusa  -  la situazione è peggiore.

Christof Bentele, responsabile global crisis management di AGCS, ha elencato i costi e descritto gli scenari delle crisi in cui rischiano di precipitare le aziende costrette a richiamare o ritirare un prodotto alimentare contaminato per cause accidentali o dolose, portando quindi al dibattito le soluzioni assicurative e di gestione della crisi che AGCS offre alle imprese. Non soltanto per i cibi e gli alimenti, ma per tutti i prodotti oggetto di “recall” (richiamo) da parte dei produttori sia perché risultano pericolosi, o soltanto difettosi.

Molti settori dell’economia, come energia, dettaglio, alimentazione, turismo, costruzioni, trasporti, sono sensibili ai mutamenti del clima quanto o persino più di quanto non lo siano ai tassi di interesse o alle fluttuazioni dei cambi. Si stima che il 70% delle aziende siano esposte a “seri rischi meteorologici”, un dato sinora sottovalutato. Per esempio il costo di ritardi dovuti al meteo per le imprese di autotrasporti negli USA ammonta a 3,5 miliardi di dollari all’anno.

Gestione del rischio meteorologico, ha spiegato Dan Tomlinson, managing director di Allianz Risk Transfer, significa gestione dei rischi finanziari che sono direttamente o indirettamente legati al verificarsi di un evento meteo osservabile o alla variabilità di un indice meteo misurabile: “Sostanzialmente non è necessario alcun danno fisico perché avvenga un pagamento, a differenza di quanto avviene per i prodotti assicurativi tradizionali.

Questo tipo di prodotti si basa sull’uso di dati meteo - temperatura, precipitazioni, nevicate e vento - come riferimento per gli indici di rischio”.

Le relazioni e il dibattito sono stati introdotti dagli interventi di Andreas Berger, AGCS board of management - chief regions & markets officer, di Patrick Thiels, regional Ceo Mediterranean France e Benelux AGCS, di Giorgio Bidoli, country manager AGCS Italy, e di Angela Rebecchi, head of market management AGCS Italy.






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giovedì 30 aprile 2015

BLOG DI CIPIRI: EXPO 2015: Nutrire le Multinazionali Nocive per il...

Il Primo Maggio
Expo, assieme a “grandi eventi” (Mondiali di calcio ed Olimpiadi), Grandi Opere e gestione
dei grandi disastri ambientali ha, quindi, un ruolo centrale in questa fase del capitalismo. 

 Partendo dalla speculazione sui terreni agricoli, il “governo Expo” accelera i processi di svendita del patrimonio pubblico e di “privatizzazione all’italiana”: si fondano aziende di diritto privato che in realtà sono costituite da enti pubblici (vedi Expo spa); vengono drenate risorse a settori di supporto sociale, come l’abitare, la mobilità accessibile, la cultura...
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BLOG DI CIPIRI: EXPO 2015: Nutrire le Multinazionali Nocive per il...: Il Primo Maggio  non sarà  la giornata di inaugurazione di un Grande Evento. Il Primo Maggio va in scena il teatrino che prese...

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sabato 8 marzo 2014

Torta Mimosa


Nel 1946 l’ Unione Nazionale Donne scelse come fiore simbolo la mimosa; i motivi furono diversi: per il suo colore giallo brillante, per il suo profumo delicato e nello stesso tempo intenso, per la rapida fioritura nel mese di marzo. Da qui l’ usanza da parte degli uomini di regalare alle donne mazzetti di mimosa e parte sempre da qui la realizzazione del dolce tipico della festa delle donne, la torta mimosa appunto. Stiamo ben attenti però: la mimosa è un fiore molto velenoso e la dizione mimosa proviene dal pan di spagna sbriciolato e posto a mo di fiori di mimosa.

Torta mimosa (ingredienti per 6/8 persone)

Per il pan di spagna, 6 uova, 180gr di zucchero, 75gr di farina, 75gr di fecola, un pizzico di sale, Per la crema pasticcera, 500gr di latte, 4 tuorli, 100gr di zucchero, 25gr di farina 00, scorza di limone, cannella, vaniglia (facoltativi), Per la panna montata, 200gr di panna da montare, 50gr di zucchero a velo, Rhum o succo di arancia per bagnare il pan di Spagna,


Preparazione:

Sgusciare in una ciotola le uova intere. Frullare a lungo (almeno 15 minuti)con uno sbattitore a frusta le uova e lo zucchero (a mano servono almeno 30 minuti), finché diventano una massa gonfia, ben spumosa e di colore giallo chiaro. Sollevare le fruste e lasciare cadere un po’ di composto sull’impasto montato: è montato a sufficienza se il filo di pasta “scrive“.

Aggiungere la farina e la fecola mescolate insieme, versandole a pioggia da un setaccio, e mescolarle delicatamente con un cucchiaio di legno, in modo che si incorpori al composto senza smontarlo. Versare l’impasto al centro dello stampo bene imburrato e infarinato, livellarlo bene dando un paio di colpi sul tavolo con la teglia piena, e infornare a 150° – in forno già caldo – per circa 40 minuti. Preparare la crema pasticcera: bollire il latte con vaniglia, cannella e buccia di limone, poi farlo intepidire, aggiungere tuorli, zucchero e farina, cuocere a fuoco medio mescolando in continuazione finché non si addensa, farla raffreddare. Montare la panna con lo zucchero in una pirofila messa in precedenza del frizer.

A questo punto possiamo assemblare la torta: incorporare la panna nella crema fredda.Scavare nel centro del pan di spagna creando una concavità molto grande; inumidirlo con rum o succo di arancia. Farcire il vuoto ottenuto con parte della crema chantilly. Appoggiare il coperchio capovolto, con la parte più gialla esterna. Nappare tutta la torta con la crema avanzata, in modo da livellare le imperfezioni e creare un elemento collante per le briciole ottenute dallo scavo, che verranno appiccicate su tutta la superficie della torta dando l’effetto di un fiore di mimosa.


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sabato 1 marzo 2014

BLOG DI CIPIRI: Salmone di Allevamento Intesivo

Salmone di Allevamento Intesivo



Uno dei cibi che forse più di tutti rappresenta la globalizzazione alimentare che stiamo vivendo: il salmone di allevamento intesivo. Prima lusso natalizio, ora si trova in grandi quantità in ogni stagione: gli allevamenti intensivi si sono moltiplicati a dismisura, mentre gli stock di salmone selvatico sono ben lontani dal ripopolamento...
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