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sabato 23 luglio 2016

LA CARNE IN SCATOLA



Il primo cibo inscatolato risale al 1812 in seguito agli studi di Nicolas Appert; presentava numerosi problemi, tra cui la mancanza di metodi autonomi di apertura. Solo nel 1855 fu inventato l'apriscatole, e nel 1866 le scatole furono dotate di chiave. Nel 1876 si ebbe la prima esportazione intercontinentale di carne in scatola, dall'Argentina alla Francia.

In Italia l'invenzione della carne in scatola e del minestrone per le truppe si deve al colonnello don Ettore Chiarizia, che brevettò nel 1929 la produzione di prodotti alimentari scatolati per le truppe, tra cui la carne in scatola, il minestrone e la minestra di pasta e lenticchie. Tali prodotti, pertanto, costituirono un notevole passo verso la soluzione dell'importante e delicato problema di vettovagliamento delle truppe in campagna e specialmente per il fatto che consentivano la distribuzione di un rancio caldo e sostanzialmente gradito dalle truppe che si trovavano in località particolarmente disagiate, dove non era possibile o agevole confezionare o far giungere in buone condizioni il rancio caldo normale.

La carne in scatola è un prodotto alimentare di tipo industriale, caratterizzato da una spiccata praticità d'impiego, dal completo isolamento con l'ambiente di stoccaggio e da una lunga durata del prodotto.

La carne più usata è quella bovina, di cui si impiegano i tagli più adatti. Si utilizzano soprattutto le carni di vacche a fine carriera, in quanto altre tipologie di animali (vitelloni, manze, ecc.) vengono meglio remunerate nella vendita diretta. I pezzi sono prima sottoposti a una parziale lessatura, poi sono suddivisi a tocchetti e sistemati nei barattoli di lamiera stagnata, che vengono chiusi ermeticamente (aggraffatura con giunto di gomma). Le scatole così confezionate sono poi sterilizzate in autoclave, dove restano per circa un'ora alla temperatura di 120 °C.

La carne in scatola è uno dei prodotti meno genuini, in quanto in questa categoria abbonda l’uso di conservanti potenzialmente pericolosi. L’ingrediente sospetto delle carni in scatola è, infatti, il nitrito di sodio, conservante principale oltre che della carne, degli insaccati in genere.

Nonostante la praticità (in particolar modo in estate), la carne in scatola è quindi un prodotto da evitare o da consumare sporadicamente, non certo come alimento abituale (è importante distinguere fra nitriti e nitrati e capire come comportarsi di fronte a questi prodotti industriali di dubbia qualità) sfruttando magari la sua ipocaloricità.

Come se non bastasse, per cercare di dare appetibilità al prodotto, molte marche usano il classico esaltatore del sapore, il glutammato monosodico, il cui consumo però andrebbe limitato, soprattutto da coloro che devono abbassare la quota di sodio nella dieta.

Recentemente sono state introdotte sul mercato carni in scatola esplicitamente senza glutammato e con carni italiane; lodevole passo, ma la presenza dei nitriti non permette ancora di ritenere il prodotto accettabile.

Secondo la dieta italiana andrebbe evitato il consumo di carne in scatola contenente nitriti o glutammato di sodio. Prodotti conservati con nitrati e contemporaneamente acido ascorbico, ma senza glutammato sono ammessi per un uso saltuario. L’assenza di etichetta nutrizionale è quindi solo un dettaglio, visto l’uso non frequente di questo tipo di prodotti.

Le principali marche di carne in scatola si contendono il mercato italiano essenzialmente con una martellante pubblicità: se si confrontano gli ingredienti si scopre, infatti, che questi sono pressoché identici (brodo vegetale con non precisati aromi e/o spezie o ortaggi), miele, marsala, sale. L’addensante usato è generalmente sempre lo stesso, la farina di semi di carrube, il gelificante è l’agar agar, ottenuto da alghe marine. Per quanto riguarda la carne bovina impiegata, la provenienza dei capi è in quasi tutti i casi dichiarata e/o tracciabile.



Anche la percentuale di carne sull’intero prodotto è, in tutte le ricette, praticamente equivalente (intorno al 40%). Quasi tutti i prodotti contengono nitrati (senza il protettivo acido ascorbico) e soprattutto nitriti e, in alcuni casi, anche glutammato di sodio. Patetico è poi il tentativo di nascondere questi gravi difetti con il pregio nutrizionistico che la carne in scatola è povera di grassi (si va dall’1 al 2%).

Nessun pregio hanno anche i tentativi di valorizzare la carne, decisamente penalizzata dalla presenza di conservanti. Accanto alla proposta “storica” della carne bovina, sono comparsi sul mercato anche alcuni prodotti a base di pollo.

Tutti i cibi in scatola sia il principale punto fermo della tavola degli italiani, se è vero che una famiglia su due la consuma abitualmente  per la sua praticità, sempre pronta e si conserva a lungo (anche 4 o 5 anni).

Rispetto alla carne fresca, quella in scatola ha un modesto apporto energetico perché è bollita e sgrassata: ecco perché viene spesso inserita nel menu di chi segue una regime ipocalorico.
Di solito si utilizza il muscolo del bovino, lessato e inscatolato assieme alla gelatina vegetale o animale. A volte vengono aggiunte altre parti dell’animale, come la lingua, che però contribuisce ad aumentare il contenuto di grassi. Per questo, prima di acquistare una confezione, è sempre meglio dare un’occhiata alle informazioni sull’etichetta.
La carne in scatola contiene una discreta quantità di sale, circa un quarto della dose massima raccomandata ogni giorno: per questo non dovrebbe far parte della dieta di chi soffre di ipertensione oppure del menu di chi combatte la ritenzione idrica. E ancora: trattandosi di carne, non bisogna esagerare perché è appurato, ormai, che mangiare troppa carne rossa espone a seri rischi di salute.

A volte i prodotti conservati e sottovuoto possono presentare sorprese e lasciarci dubbiosi. Verificate sempre che all’interno della scatola non vi siano macchie di ruggine e che la confezione non sia deformata o gonfia. Sono chiari segni di cattiva conservazione del prodotto.
Una gelatina troppo liquida o che emana un cattivo odore è segno di alterazione dell’alimento.
Se sulla carne trovate piccoli grumi bianchi, scartateli con la punta di un coltello, ma non preoccupatevi: sono solo depositi di grasso, da evitare solo per problemi di linea.



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sabato 11 giugno 2016

I MARSHMALLOW



I marshmallow (conosciuti in italiano anche come toffolette o cotone dolce) sono dei cilindretti di zucchero, forma evoluta di un dolce ricavato in origine dalla pianta Althaea officinalis e consumati principalmente negli Stati Uniti. Sono di solito di colore bianco e morbidi al tatto.

Il nome deriva dal fatto che i marshmallow venivano in origine preparati con il succo dell'Althaea officinalis (volgarmente chiamata marsh mallow), una malvacea.

La ricetta tradizionale dei marshmallows utilizza la radice in polvere dell'Althaea officinalis, che al giorno d'oggi non è così facile da reperire.
Attualmente, la maggior parte dei marshmallows contemporanei sono a base di gelatina animale (collagene ricavato da cotenna ed ossa di animali, soprattutto maiale), ragion per cui sono esclusi dalla dieta vegetariana. Inoltre, i marshmallow non vengono considerati alimenti kosher (dieta ebraica), né halal (dieta musulmana), a meno che la gelatina di cui sono fatti provenga da animali kosher o halal.
Una valida alternativa alla gelatina animale, che mette d'accordo ebrei, musulmani e vegani, è costituita dalle gelatine vegetali come l'agar agar.
Le creme di marshmallow ed altri prodotti meno densi contengono poco o nessun gelatinizzante, che serve prevalentemente a mantenere la forma della caramella. Questi prodotti sfruttano invece l'effetto chimico dell'albume (proteine albumine), meno potente dei suddetti additivi. Queste versioni non gelatinizzate senza collagene possono essere consumate tranquillamente dai latto ovo vegetariani, dagli ebrei e dai musulmani, ma non da vegani e crudisti.

E' probabile che i primi marshmallow siano stati inventati a scopo medicinale, in quanto derivati dalla lavorazione della pianta Althaea officinalis.
Gli estratti delle radici di questo vegetale sono utilizzati come rimedio per il mal di gola fin dall'antichità, spesso in associazione al miele (soprattutto nella cultura egizia); il resto della pianta vanta altre applicazioni, sempre di natura erboristica.
La seconda versione dei marshmallow fu di origine francese e venne chiamata “Pâte de guimauve” (o solamente “guimauve”); questa, che prevede l'aggiunta di albume d'uovo ed aromi come l'acqua di rose, somiglia parecchio ad una meringa.
L'uso dell'Althaea officinalis per fare i dolci risale all'antico Egitto, dove la ricetta prevedeva l'estrazione della linfa dalla pianta, da mescolare poi a noci e miele.
Una formula più moderna sfrutta invece il “midollo” della pianta in sostituzione alla linfa. Per fare ciò è necessario decorticare l'Althaea officinalis, dunque estrarre la parte spugnosa e farla bollire in uno sciroppo di zucchero; a questo punto si lascia asciugare ed è pronta al consumo.
La linfa della pianta marshmallow veniva utilizzata anche da gladiatori romani, che la applicavano sulla pelle, come preparazione alla lotta.

Nel ventesimo secolo i marshmallow sono stati diffusi negli Stati Uniti grazie a un nuovo processo di fabbricazione inventato da Alex Doumak negli anni cinquanta. Qualche forma dei marshmallow già esisteva nel 2000 a.C. presso gli Egizi. Nel XIX secolo i marshmallow erano popolari in Francia, dunque i francesi hanno iniziato a cercare di fabbricarli in modo più efficace: intorno al 1850 invece di fare il dolce sbattendo il succo estratto dalla radice della pianta di altea a mano, li hanno fatti con gelatina di grano. Comunque il procedimento era ancora molto lungo. Quindi Doumak ha inventato il processo utilizzato oggigiorno in cui gli ingredienti del marshmallow vengono estrusi e poi tagliati e impacchettati. Dopo l'invenzione di Doumak, il marshmallow è diventato estremamente popolare.

I marshmallow possono essere preparati secondo una varietà di modi: i più noti sono la cottura sul fuoco per essere mangiati da soli (di tradizione anglosassone), o inseriti tra due biscotti Graham insieme a un pezzo di cioccolata formando così lo s'more.

I marshmallow si prestano anche come ingrediente di dolci più elaborati come per esempio una torta (marshmallow pie).



I marshmallow sono alimenti dolci dall'apporto energetico piuttosto elevato. Le calorie provengono soprattutto dai glucidi, che sono tendenzialmente semplici (saccarosio) e in minor parte complessi (amido).
Le proteine e i lipidi sono proporzionalmente meno rilevanti; i peptidi risultano comunque ad alto valore biologico (da collagene) e gli acidi grassi prevalentemente insaturi.
I marshmallow non contengono colesterolo e fibra alimentare.
Dal punto di vista salino e vitaminico, i marshmallow non contengono nutrienti in quantità rilevanti.
Questi alimenti sono sconsigliati in caso di sovrappeso, iperglicemia o diabete mellito tipo 2, e ipertrigliceridemia. L'elevata quantità di zuccheri semplici può anche risultare nociva per i soggetti predisposti a carie dentaria.
I marshmallows non presentano altre controindicazioni ed, essendo privi di lattosio e glutine, sono concessi nella dieta contro le relative intolleranze alimentari.
La porzione media di marshmallows, se utilizzati come spuntino, e comunque a frequenza saltuaria, è di circa 30g (95kcal).

I marshmallow arrostiti sulla fiamma viva sono un cibo tradizionale da campeggio, diffuso in tutto il Nord America, nel Regno Unito, in Nuova Zelanda e in Australia.
Questa preparazione è molto semplice: si pone un marshmallow al vertice di un bastone o di uno spiedino e lo si mantiene sul fuoco fino al livello di caramellizzazione desiderato.
Tale processo crea una pellicola esterna croccante, che trattiene un ripieno dalla consistenza liquida. Secondo le preferenze individuali, i marshmallows possono essere riscaldati a vari livelli, da quello più delicato ad una vera e propria carbonizzazione (sconsigliata per motivi igienici); quest'ultima è frequentemente ottenuta infiammando l'alimento.
Il marshmallow arrosto può essere consumato intero o “sbucciato” (metodologia consigliata), scartando la porzione esterna bruciacchiata per conservare solo il ripieno.

Nel cartoon A tutto reality, al termine di ogni puntata, la squadra perdente viene convocata attorno al falò dove il presentatore Chris McLean annuncia il nome di chi è destinato a lasciare per sempre l'isola ed i personaggi rimanenti sono premiati con un marshmallow.
Nelle strisce dei Peanuts i marshmallow sono la componente fondamentale dei pasti intorno al fuoco di Snoopy e della sua compagnia scout composta da Bill, Conrad, Harriet e Oliver, gli amici del piccolo uccello giallo Woodstock. Non esistendo un corrispettivo italiano della parola inglese marshmallow, i traduttori hanno optato per un termine di loro invenzione, denominandole "toffolette".
Nel film Ghostbusters - Acchiappafantasmi uno dei nemici degli acchiappafantasmi è lo Stay Puft Marshmallow Man vestito da marinaretto.
Nel testo della celebre canzone dei Beatles, Lucy in the Sky with Diamonds si parla di una marshmallow pie.
Anche nei romanzi delle avventure di "Percy Jackson" i ragazzi speciali nel campo mezzosangue li mangiano intorno al fuoco.
Nella serie TV How I Met Your Mother, i protagonisti Marshall Eriksen e Lily Aldrin sono soprannominati "Marshmallow and Lilypad".
Nel telefilm Scrubs - Medici ai primi ferri Elliot viene ripetutamente chiamata marshmallow dall'infermiera Roberts.
Nel film Star Trek V: L'ultima frontiera del 1989, il Capitano Kirk, il signor Spock e il Dottor McCoy, in licenza sulla Terra, accampati in una foresta del Nord America, allestiscono un fuoco e cenano a base di fagioli e whisky. Dopo cena Spock estrae da un cilindro un Marshmallow destando sorpresa nei suoi compagni che gli chiedono come facesse a conoscere quel dolce, al che Spock risponde di aver compiuto una ricerca sugli usi e costumi umani.
Nel film Svalvolati on the road i quattro protagonisti mangiano marshmallow una sera davanti al fuoco in campeggio.
Nel film Il ritorno della scatenata dozzina i componenti della famiglia Baker mangiano marshmallow davanti al fuoco durante la vacanza sul lago.
In una scena del film L'amore non va in vacanza (The Holyday), Amanda (Cameron Diaz) e Graham (Jude Law) insieme alle due figlie di lui, le piccole Sophie e Olivia, consumano marshmallow dando vita ad un simpatico quadretto familiare.
Nella pagina iniziale del romanzo Fahrenheit 451 di Ray Bradbury si dice che il protagonista, impegnato a bruciare dei libri e la casa che li contiene, vorrebbe "above all, like the old joke, to shove a marshmallow on a stick in the furnace"; l'espressione rimanda all'abitudine di arrostire i marshmallow sul fuoco, ma il traduttore italiano scrive "spingere un'altea su un bastone dentro la fornace", traducendo marshmallow con il nome della pianta (altea) e non con quello del dolce da essa ricavato, il che rende l'espressione incomprensibile al lettore italiano.
I marshmallow sono spesso presenti nelle scene del telefilm Una mamma per amica.
In un episodio di The Vampire Diaries, Damon insegna a Rebekah come cuocere un marshmallow al falò annuale di Mystic Falls.
Nel film del 2011 Una notte da leoni 2 sono dei marshmallow, sofisticati da uno dei personaggi (Alan), a drogare i protagonisti del film.
Nel cartone animato Rio il protagonista, un macao blu di nome Blu, dichiara che la sua colazione preferita è a base di latte caldo e marshmallow.
La versione 6.0 del sistema operativo Android rilasciata nel 2015 ha come nome di dolce Marshmallow.
Nella 5a Stagione della serie The L Word c'è una scena intorno al fuoco durante la quale le amiche arrostiscono i Marshmallow.
In Mirmo i marshmallows sono i dolci preferiti di Murmo.



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venerdì 29 gennaio 2016

LA MARMELLATA



Nonostante nel gergo comune i termini confettura e marmellata siano sinonimi, dal 1982, per effetto di una direttiva comunitaria, solo prodotti ottenuti da agrumi possono essere venduti nell'Unione europea con la denominazione di "marmellata", mentre tutte le altre preparazioni vanno chiamate confettura.

Il nome probabilmente deriva dalla parola portoghese marmelo, per mela cotogna. Diffusa in quasi ogni paese, ha generato una serie di leggende sulla sua origine, che spesso coinvolgono personaggi reali come Elisabetta d'Inghilterra o Maria de' Medici. Si dice, infatti, che i cuochi fiorentini che aveva portato con sé, preparassero per la regina di Francia indisposta e debole dopo una gravidanza, una gelatina ricostituente a base di agrumi. La gelatina piacque tanto alla regina che ne ordinò una gran quantità. Essa fu riposta in vasi con la scritta francese "pour marie malade" da cui verrebbe il francese "marmalade". Già gli antichi greci conservavano le mele cotogne cuocendole lentamente per addensare gli zuccheri contenuti. L'addensamento del composto ottenuto si ha durante il raffreddamento, ad effetto della azione della pectina.

È da notare comunque che, prima dell'avvento dello zucchero, evento alquanto recente, l'unico dolcificante conosciuto oltre ai succhi di frutta (Sapa) era il miele, materiale costosissimo, usato dai ceti poveri come merce di scambio per avere prodotti essenziali, piuttosto che per il consumo diretto.

Il termine "mela di miele" non deriverebbe perciò dalla aggiunta di miele, ma per il fatto, facile da verificare, che la polpa del frutto che è praticamente immangiabile anche in fase di maturità, pochissimo dolce, dura, e piuttosto acre, subisce con la cottura, prima di qualsiasi aggiunta di eventuali addolcenti, una trasformazione drastica degli zuccheri a lunga catena contenuti (quindi "poco dolci") in zuccheri decisamente "dolci", con uno spiccato profumo di miele.

Una preparazione affine è quella della canditura della frutta o della verdura, considerata un regalo principesco nello stesso periodo. È tuttavia probabile che entrambe le tecniche siano ben più antiche: la cottura e, insieme, la concentrazione degli zuccheri assicurano una lunga conservazione della frutta, altrimenti impossibile in epoche prive di sistemi di refrigerazione.

Nella marmellata, confettura, gelatina, composta il principio delle quattro preparazioni è identico. Il risultato varia, però, leggermente. Nella terminologia attuale con marmellata si intende una crema cotta di zucchero e agrumi a pezzetti (limone, arancia, mandarino, e più raramente di pompelmo, clementina, cedro e bergamotto).
La confettura indica la stessa preparazione riferita agli altri tipi di frutta.
La gelatina di frutta viene prodotta con zucchero e succo della frutta, senza polpa o buccia, ed è maggiormente usata in pasticceria per apricottare i dolci prima di glassarli. Compare anche come ingrediente di creme dolci.

La legge prevede che la percentuale di frutta non debba scendere, in ogni caso, sotto il 20%.
Marmellata, confettura o gelatina vengono definite extra se il tenore di frutta è di almeno il 45% e solitamente ne hanno il 35% o 40%.

La composta di frutta si distingue dalla marmellata o dalla confettura per il maggior contenuto di frutta e conseguentemente il minor quantitativo di zucchero aggiunto. La percentuale di frutta deve essere, per legge, superiore al 65%.

La frutta viene mondata delle parti di scarto, tagliata a pezzetti e cotta a lungo nello zucchero sino a che diventa cremosa. Viene quindi messa, bollente, in barattoli. Una volta tappati il calore residuo del composto si occupa di sterilizzarli. La marmellata viene consumata dopo qualche tempo dalla preparazione.

L'aggiunta di piccole quantità di pectina riduce drasticamente i tempi di cottura necessari per ottenere l'addensamento, portandoli da ore a minuti; per tale motivo è comunemente utilizzata nella produzione industriale ma può facilmente essere reperita anche per uso domestico. Viene quindi messa (bollente) in barattoli, subito tappati e messi capovolti (dalla parte del tappo) in mezzo a coperte fino a raffreddamento (questa operazione serve per sterilizzare, con il calore del composto, anche la parte interna del tappo, evitando la formazione di muffe). La piccola quantità di aria che rimane nel barattolo, raffreddandosi, diminuisce di volume e si forma quindi il sottovuoto.

Oggi la produzione industriale inscatola marmellate usando esclusivamente il metodo del sottovuoto e con doppia sterilizzazione: questa tecnica, eseguibile anche in ambito casalingo, evita la crescita di muffe. Il botulino invece non può svilupparsi nella marmellata né nelle confetture perché il loro tenore di zucchero è letale per questo batterio anaerobico; le contaminazioni da botulino nei prodotti casalinghi sono spesso riscontrabili nei sottoli. Lo zucchero o miele rappresenta circa il 40-50% del peso totale: la marmellata è sostanzialmente metà frutta e metà zucchero.



La marmellata e la confettura vengono conservate in vasetti di vetro in genere sottoposti a un doppio processo di sterilizzazione e sotto vuoto. Sia quelle artigianali sia quelle industriali possono essere conservate fuori dal frigorifero finché restano sigillate, ma vanno tenute in frigo una volta aperte, e consumate in genere entro tre settimane. Se si notano rigonfiamenti nel tappo, alterazioni nel colore e formazioni di muffe, è bene gettare marmellata e vasetto senza consumarla.

La marmellata è un alimento glucidico con valori nutrizionali variabili, tra le 130 kcal e le 260 kcal ad etto. Gli zuccheri totali dovrebbero stare (idealmente) tra i 35 e i 40 grammi per 100 grammi di prodotto (corrispondenti a 140-200 calorie per etto). L'etichetta del prodotto deve obbligatoriamente riportare alcuni dati, fra cui la quantità di zuccheri presenti in 100 grammi di prodotto, e la quantità di frutta utilizzata, sempre in 100 grammi. Come già segnalato, per legge la frutta deve rappresentare almeno il 20 per cento del totale nelle marmellate, il 35 per cento nelle confetture e il 45 per cento nelle confetture extra. Sempre per legge non è consentito aggiungere coloranti e conservanti al prodotto; l'unico additivo utilizzabile è la pectina, un enzima presente nella frutta fondamentale per il processo di gelificazione.

Preparare marmellate e confetture in casa non è difficile, e i risultati sono generalmente ottimi. L'unico imperativo categorico da rispettare è quello delle norme igieniche: è fondamentale seguire accorgimenti, come la doppia sterilizzazione dei vasetti, indispensabili ad esempio per distruggere eventuali spore di botulino che possono svilupparsi nelle conserve.
Ingredienti:
Frutta
zucchero
un preparato a base di pectina.
La quantità di zucchero dipende dalla dolcezza o acidità dei frutti scelti per la marmellata; può variare quindi da 500 grammi a un chilo, per ogni chilo di frutta.
Materiali:
Una pentola bassa e larga di rame o acciaio inox (mai di alluminio)
vasetti di vetro con chiusura sottovuoto e guarnizioni nuove
una pentola alta e larga
un mestolo di legno
un piatto.

Lavare la frutta ed eliminare le impurità. Evitare, tranne nel caso degli agrumi, di sbucciarla (la buccia contiene generalmente la pectina necessaria alla gelificazione). Sminuzzare la frutta in parti piccolissime e versarla nella pentola di rame o acciaio inox. Contemporaneamente, far bollire dell'acqua nella pentola più grande, ed immergervi i vasetti aperti che dovranno contenere la marmellata. Lasciarli in acqua bollente per circa dieci minuti.
Far bollire la frutta su fiamma media, mescolare senza interruzione e aggiungere gradualmente lo zucchero. Eliminare schiuma ed eventuali impurità. Se si vuole aggiungere il preparato a base di pectina, abbassare la fiamma, mescolare aggiungendo il preparato, e poi riportare a ebollizione.
Mantenere l'ebollizione per circa cinque minuti, senza aggiungere acqua. Abbassare la fiamma al minimo, e posare una cucchiaiata di marmellata su un piatto appena tolto dal frigo: il composto deve essere compatto e scivolare solo leggermente. Se risulta troppo liquido, aggiungere il succo di un limone per ogni chilo di frutta e riportare a ebollizione finché la marmellata raggiunge la consistenza desiderata.
Versare la marmellata nei vasetti sterilizzati, lasciando tre centimetri di distanza dal tappo, chiudere immediatamente sigillandoli con il tappo ermetico, capovolgerli per cinque minuti, quindi immergerli nella pentola per la sterilizzazione riempita con nuova acqua. Portare l'acqua a ebollizione e poi sobbollire per circa mezz'ora, quindi estrarre i vasetti, asciugarli e riporli in luogo fresco e riparato dalla luce.
La marmellata fatta in casa va consumata entro un anno; una volta aperta, va conservata in frigo e consumata entro venti giorni al massimo. Se il tappo risulta gonfio, se la marmellata subisce alterazioni di colore o presenta muffa, il vasetto va immediatamente buttato.



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