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martedì 1 dicembre 2015

I CIBI DELLA SPAZZATURA



Sul fatto che bisogna evitare di sprecare cibo siamo ormai tutti d'accordo e la consapevolezza rispetto a qualche anno fa in Italia è decisamente aumentata. Ma a parte questo dato acquisito, tantissimo c'è da fare. E questo emerge leggendo il Rapporto 2015 Waste Watcher, dove ci sono i primi dati assoluti (malgrado nel resto d'Europa sia una policy) dei 'Diari di famiglia', un test preciso che indica la misura quali-quantitativa dello spreco a ogni pasto. Ecco così che spreco reale e spreco percepito non coincidono. Proprio alla luce di questo primo test condotto nella primavera 2015 da Waste Watcher con la validazione scientifica dell'Università di Bologna-Distal, è possibile infatti affermare che lo spreco di cibo domestico reale è circa il 50% superiore allo spreco percepito e dichiarato nei sondaggi. Ne deriva che gli italiani sprecano effettivamente circa 13 miliardi di euro ogni anno con il cibo buttato nella pattumiera di casa.

"Lo spreco di cibo, dalla dispensa di casa al frigorifero, dai fornelli al bidone della spazzatura domestico, vale complessivamente 8,4 miliardi di euro all'anno, ovvero 6,7 euro settimanali a famiglia per 650 grammi circa di cibo sprecato", spiega il fondatore di Last Minute Market Andrea Segrè, presidente del Comitato tecnico-scientifico del Programma nazionale di Prevenzione dei rifiuti (Min. Ambiente) in occasione della Giornata mondiale per il cibo.

Il test dei 'Diari di famiglia', guidato dalla ricercatrice Claudia Giordano sotto la supervisione di Luca Falasconi, funziona con monitoraggi e rilevazioni annotate da famiglie campione (16 gruppi familiari intercettati dalla trasmissione di Radio2 Decanter e 30 gruppi multigenerazionali di famiglie di Bologna) che devono indicare con precisione la misura dello spreco a ogni pasto e spiegano come il cibo gettato viene di volta in volta smaltito. Il Rapporto 2015 Waste Watcher si sofferma sui comportamenti degli italiani e registra che un italiano su due compila una lista della spesa per prevenire lo spreco e l'eccesso di acquisto (51%). Si tratta della medesima quantità di intervistati che attribuisce lo spreco domestico all'eccesso di cibo acquistato (46%). Rilevante il dato degli italiani che dichiarano di non gettare in automatico il cibo scaduto, ma di voler assicurarsi che sia davvero andato a male: sono l'81%, 4 su 5 italiani. E ancora: 3 italiani su 4 fanno la spesa al supermercato, e ben 9 italiani su 10 dichiarano di consultare abitualmente l'etichetta dei cibi acquistati.

La quantità di italiani che chiede o auspica di ottenere una doggy bag al ristorante per non sprecare il cibo che avanza è pari al 30%, 1 italiano su 3. Il rapporto rileva l'aumentata sensibilità degli italiani per il tema spreco alimentare in rapporto all'impatto ambientale: quasi un plebiscito, 9 italiani su 10 finalmente mettono in relazione spreco di cibo e danno ambientale, altrettanti (oltre il 90%) auspicano che il tema dell'educazione alimentare possa essere affrontato già a scuola, analogamente all'educazione civica. Auspicio per ora disatteso dalle linee direttrici della buonascuola che non ha introdotto focus specifici sull'educazione alimentare.

Benessere e povertà convivono nei nostri paesi e nelle nostre città. C'è chi pranza al ristorante e chi, a pochi metri di distanza, rovista nel cassonetto alla ricerca di un tozzo di pane. La Caritas avverte: la povertà sta aggredendo il ceto medio. Non sono più, dunque, solo i senzatetto o i rom a frugare tra i rifiuti. Da qualche anno non è difficile sorprendere italiani, pensionati o anche cinquantenni disoccupati, ad "ispezionare" la spazzatura.

La mattina si aggirano tra i banchi dei mercati. Persone distinte. All'apparenza normalissimi clienti, e fino a pochi anni fa lo erano. Guardano i prodotti esposti sulle bancarelle: frutta, pane, verdura, pesce e carne. Sembra che valutino la merce esposta. Poi all'improvviso, ma con molta discrezione, si avvicinano alle buste gialle degli scarti vegetali. Un'occhiata svelta per individuare il residuo "buono", prima di infilare rapidamente la mano e via tra la folla. La loro "spesa", quando va bene, è un'arancia, una mela o un pomodoro andato a male, in alternativa qualche foglia di lattuga o il gambo di un carciofo. "Pensano di passare inosservati  -  spiega una fruttivendola  -  ma non è così. Li vediamo e facciamo finta di niente. Per noi è doloroso riconoscere i nostri ex acquirenti che frugano tra gli scarti".



È un fenomeno, spiegano diversi commercianti dei mercati, che c'è sempre stato ma che negli ultimi tre anni ha conosciuto un forte incremento: "Ho questa attività dal 1953  -  spiega il titolare di un banco alimentari  -  ma quello a cui assisto da tre anni è incredibile. Non avevo mai visto così tanti anziani rovistare nell'immondizia. Le pensioni minime, evidentemente, non sono sufficienti e così si assiste a queste scene". "Il sabato mattina  -  afferma un fruttivendolo -  è il giorno in cui si vedono più persone rovistare nei cassonetti attorno al mercato. Prima era un fenomeno che riguardava solo gli extracomunitari, ora anche i nostri connazionali, soprattutto gli anziani". Queste situazioni a volte imbarazzano, come racconta un macellaio: "Capita che ex clienti passino dal bancone al retrobottega, a frugare tra gli scarti  -  dove vengono depositati momentaneamente i rifiuti. Quando li sorprendi si giustificano dicendoti che hanno il coniglio, la gallina, o la tartaruga a cui dare da mangiare".

Il direttore dell'Istituto di igiene dell'Università Cattolica di Roma, Walter Ricciardi spiega il pericolo di malattie causato dall'ingerimento di cibo raccolto dall'immondizia: "La salmonellosi e la shigellosi sono le due patologie più facili da contrarre. Più in generale, le tossinfezioni alimentari. Ossia il rischio sia di intossicazione sia di infezione dovuto al cibarsi di alimenti ricchi di germi. Ovviamente  -  conclude Ricciardi  -  le tossinfezioni sono maggiormente pericolose su soggetti deboli, come appunto gli anziani".
Dalla Caritas spiegano che i pensionati che rovistano nella spazzatura sono il simbolo della crisi. "Gli anziani che frugano tra i rifiuti  -  sottolinea Roberta Molina dell'associazione cattolica  -  rappresentano un ceto medio italiano che mai come in questi ultimi due anni è in grossa difficoltà. Dei servizi mensa usufruiscono, dal 2009, anche tante famiglie di nostri connazionali appartenenti a quella che si può definire ormai la "ex" classe media".

Le azioni di sostegno a chi è in difficoltà non vengono, però, solo dalla Caritas. La solidarietà, infatti, non manca anche tra i piccoli banchi nei vari mercati: "Abbiamo imparato a riconoscere chi è nell'indigenza e con molta delicatezza, per non offenderli, gli offriamo qualche cosa  -  racconta un macellaio di un mercato di Roma  -  come delle fettine panate o delle ali di pollo".

Per farsi un’idea di chi sia il povero oggi basta entrare un giorno in mensa per i poveri durante l’orario di apertura: accanto allo “zoccolo duro” degli stranieri, ci sono oggi interi nuclei famigliari, anziani che non riescono, con la loro semplice pensione, a garantire l’acquisto della spesa, padri separati che non avanzano il denaro sufficiente per l’affitto della propria casa, working poors, cioè lavoratori con contratti precari o che non guadagnano a sufficienza per vivere, persone tagliate fuori dal circuito lavorativo per età o per condizioni di salute.



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giovedì 8 ottobre 2015

GLI AVANZI ALIMENTARI



Piatti gourmet, servizio ospitale e rispetto dell'ambiente. Sono questi i tre pilastri che reggono l'attività del Rub & Stub, il primo ristorante europeo che serve in tavola alimenti destinati, a volte per motivi puramente estetici, al secchio della spazzatura. Una  battaglia quella contro lo spreco alimentare in cui hanno creduto i cento volontari che nel 2013 hanno deciso di investire tempo ed energie per creare un luogo di convivialità trasformando gli "scarti" in portate gustose e attente all'ambiente.

Avanzi, non spazzatura. Ad arrivare nelle cucine del locale sono le eccedenze e le donazioni di agricoltori, panifici, ma anche aziende della grande distribuzione. Gli alimenti scartati non sono spazzatura, ma spesso finiscono nel secchio dell'immondizia per motivi che nulla hanno a che fare con la loro "commestibilità". A volte si tratta di frutta e verdura che non  rispecchiano i canoni estetici desiderati, altre cibi vicini alla data di scadenza che ingombrano magazzini e scaffali e di cui i commercianti non sanno che farne. Per questo gli ideatori del progetto hanno deciso di lanciare una sfida alla spreco, sfida che nei primi 18 mesi ha permesso di salvare dalla discarica 3,5 tonnellate di cibo.
Ma un'iniziativa del genere non manca di ostacoli. Uno in particolare riguarda la varietà dei cibi. Se verdure e frutta non mancano, reperire altri alimenti attraverso le donazioni non è sempre facile. Fino a oggi il 30% delle materie prime servite nel ristorante derivano direttamente dagli avanzi, ma si spera che in futuro attraverso delle partnership con produttori e supermercati si possa aumentare la percentuale e di conseguenza il guadagno da destinare in beneficenza.
Tra le finalità del progetto ci sono non solo la lotta agli sprechi alimentari, ma anche "mostrare  -  si legge nel sito dell'azienda  -  quanto l'industria alimentare sia diventata irragionevole e trovare un modo per tornare a un consumo alimentare intelligente". Dall'1 gennaio 2015 Rub&Stub è entrato a far parte del Consiglio danese per i rifugiati. I profitti dell'azienda sono in parte reinvestiti nell'attività e in parte destinati a promuovere altri progetti che hanno come fine quello di trovare un'alternativa al consumo smodato che ogni anno getta nel secchio della spazzatura miliardi di tonnellate di alimenti ancora commestibili.



Food sharing, campagne di sensibilizzazione, corsi di cucina con gli avanzi. Fioriscono ovunque le iniziative contro lo spreco alimentare. Ogni anno il cibo ancora buono che viene gettato nella spazzatura è troppo.

Si compra troppo cibo, si sbagliano le dosi, si rispettano alla lettera le date di scadenza impresse sulle confezioni e si spreca tantissimo. Secondo la Fao ogni anno il 30 per cento del cibo prodotto per il consumo umano viene sprecato, e secondo i dati dell’Unep, il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, il cibo buttato o lasciato marcire equivale alla metà della produzione di cereali annua mondiale.

Sono sempre più numerose le iniziative mirate che coinvolgono amministrazioni, associazioni ed esercizi commerciali, dalla grande distribuzione al singolo bar o ristorante per evitare lo spreco di cibo: ecco in rassegna alcune idee già messe in atto nel mondo per ispirarci, magiare meglio e non sprecare.

In Belgio, nei comuni di Herstal e di Namur, una nuova norma impone ai  supermercati di donare i prodotti invenduti ancora buoni alle associazioni di volontariato che li ridistribuiscono alle persone indigenti.

A Lisbona con il progetto Refood centinaia di volontari girano in bicicletta per ristoranti, negozi di alimentari, panetterie, supermercati e case dei privati per recuperare il cibo avanzato e lo portano poi alle associazioni che si occupano di assistenza ai poveri sul territorio. Nel quartiere di Nossa Senhora de Fàtima sono più di cento i locali che aderiscono e più di 300 i volontari; a Telheira ci sono 200 volontari e 150 negozi iscritti.

A Helsinki, nell’area di Roihuvuori, l’attenzione è sul food sharing di quartiere: gli abitanti possono portare il cibo in eccesso o usufruire di quello a disposizione grazie al progetto “Saa syödä!” (letteralmente: “licenza di mangiare”) che è stato messo a punto da alcune società private con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente.

In Danimarca il movimento di consumatori Stop Wasting Food porta avanti la lotta allo spreco alimentare con campagne di sensibilizzazione nelle scuole, conferenze pubbliche e seminari; inoltre, con la collaborazione di noti chef danesi ha realizzato una serie di ricettari, i Leftovers Cookbook, che spiegano come riutilizzare gli avanzi dei pasti per cucinare nuovi piatti.

In Francia, la catena di supermercati Intermarché ha lanciato la campagna Inglorious fruits and vegetables, che mira a vendere gli ortaggi esteticamente brutti, ma buoni: in base alle norme europee la “frutta brutta” non ha mercato e quindi finisce direttamente dal campo alla discarica pur essendo perfettamente commestibile. Grazie a questa campagna frutta e verdura dalle forme strane vengono riabilitate e avvicinate alla sensibilità delle persone. Questi prodotti brutti ma simpatici si trovano in un apposito banco nel reparto ortofrutta e hanno un packaging dedicato che ne sottolinea la bontà: in pochi mesi i negozi in cui la campagna è stata messa in atto hanno registrato un aumento delle vendite del 24 per cento.



Sulla falsariga dell’esperienza francese in Germania è nata Ugly Fruits, una campagna di riabilitazione della frutta esteticamente brutta ma nutrizionalmente buona lanciata da tre studenti. Grazie alla loro iniziativa ora limoni bitorzoluti, zucchine scolorite e carote deformi si trovano sugli scaffali dei supermercati e sulle tavole. Il sogno dei tre studenti, secondo quanto riportato dal settimanale Der Spiegel è quello di vedere la nascita di supermercati "Ugly Fruits”, negozi che vendano esclusivamente i prodotti che vengono rifiutati da altre catene.

Ancora in Germania, ma a Berlino, nel cortile di un condominio del quartiere di Kreuzberg sono stati collocati dei frigoriferi che ospitano cibo appena scaduto o vicino alla scadenza o avanzi e frutta e verdura esteticamente brutti. Si tratta di frigoriferi condivisi, riempiti da volontari che si occupano di raccogliere eccedenze da aziende, negozi e ristoranti, ma anche da gente comune del quartiere.

Sempre in Germania dal 2012 esiste Culinary Misfits, un’azienda di catering che per realizzare i suoi piatti utilizza solo ingredienti scartati da ristoranti e supermercati per via della loro forma non convenzionale o di qualche ammaccatura: frutta e verdura che non rispettano canoni estetici e dimensionali diventano così ingredienti buoni e saporiti alla base di piatti che vengono preparati per feste, ricevimenti, eventi di ogni genere. L’idea è nata dalle due ex designer tedesche Lea Emma Brumasck e Tanja Krakowski, che hanno scelto l’ironia per il nome della loro iniziativa: “culinary misfits” significa infatti “scherzi della natura”, un concetto che si rifà all’aspetto estetico della frutta e della verdura ma sfata anche il luogo comune secondo cui il cibo è buono solo se è bello.

Rubies in the Rubble è un’esperienza inglese che dimostra come è possibile evitare lo spreco di cibo e allo stesso tempo e affrontare i problemi della disoccupazione e dell'esclusione sociale. Il progetto vuole realizzare un cambiamento nella comunità locale offrendo impiego a individui meno fortunati e vuole andare contro la cultura attuale dei rifiuti eccessivi, utilizzando frutta e verdura scartati per fare chutney e marmellate.

Stanco di buttare i prodotti invenduti della fattoria della sua famiglia, la Bloomfield Organics, Nick Papadopoulos ha lanciato la piattaforma di community on-line CropMobster™. Questo strumento consente agli agricoltori, ai commercianti, ai ristoratori della San Francisco Bay Area di pubblicare avvisi in cui offrono eccedenze alimentari per la vendita, donazione, o il commercio. I messaggi vengono immediatamente trasmessi attraverso il sito ai vari social media, tra cui Facebook e Twitter. Dal suo lancio nel marzo 2013 CropMobster ha rimesso in circolo 500.000 £ di prodotti alimentari, circa un milione di porzioni per persone, banchi alimentari, scuole e altri gruppi in difficoltà.

Almeno una volta al giorno qualcuno si domanderà dove va a finire tutto quel cibo che scorre nei programmi televisivi dedicati alla cucina. Per soddisfare questa curiosità siamo andati a scoprire cosa succede dietro le quinte dei programmi più gettonati. A cominciare da MasterChef condotto dagli chef Bruno Barbieri, Carlo Cracco e dal ristoratore Joe Bastianich. Quando lo zoom scorre gli scaffali della dispensa o le prelibatezze nascoste nelle mistery box ogni appassionato di cucina prova un brivido di piacere. O di dispiacere, se si domanda che fine fanno gli «avanzi» pregiati. Ma il pluristellato chef Bruno Barbieri ci conforta: «Niente di quello che vedete nella trasmissione si butta o va sprecato, tutto viene redistribuito».
«Le derrate che arrivano ogni giorno nel grande ristorante della trasmissione viene stoccato e conservato con attenzione maniacale dal nostro gruppo di chef che lavora dietro le quinte, spiega lo chef - Il cibo che si deteriora in giornata viene riutilizzato per la mensa interna che serve almeno un centinaio di persone». Ma poi ci sono insaccati, formaggi, pesce e carne, pasta, scatolame. Tutto questo ben di dio è già assegnato: esce dagli studi su camioncini per alimenti refrigerati e raggiunge l'Opera Cardinal Ferraris di Milano che lo distribuisce ai poveri. MasterChef , per la donazione, si affida infatti a «Last minute market», una società spin off dell'Università di Bologna impegnata sulla riduzioni degli sprechi a favore dei bisognosi. «È normale che la gente si domandi che destino avrà la dispensa, spiega Barbieri, da noi arrivano prodotti da tutto il mondo e di grande qualità. Ma non va sprecato nulla e trovo un'iniziativa meravigliosa quella di destinare parte del nostro cibo a gente bisognosa. Insomma, anche noi non facciamo solo spettacolo».



In Rai le cose sono molto diverse nonostante la simpatica Antonella Clerici, abbia più volte suggerito di coinvolgere associazioni caritatevoli per poter donare i prodotti in rimanenza della Prova del cuoco . Ma ci sono regole ferree che vanno rispettate. E dei distinguo da fare. «La merce che viene portata in esibizione, come per esempio il prosciutto di montagna, il produttore se lo riporta a casa, premette la Clerici - Poi il cibo cucinato e quello che viene regalato allo studio si mangia dietro le quinte. Siamo in diretta e finiamo alle 13,30, ora di pranzo. Così tutti gli operatori ne approfittano e se qualcosa mi attira me ne faccio dare anch'io una porzione e la mangio in camerino».

E il resto? «Scatolame e i prodotti confezionati non possiamo donarli, spiega la conduttrice amareggiata. Ci sono regole pazzesche. L'unica consolazione è che qui abbiamo un consumo giornaliero, non abbiamo la dispensa di MasterChef . Quanto al pubblico, può solo venirgli l'acquolina in bocca, nessuno può assaggiare neppure una nocciolina». Il perché, lo spiega Simone Rugiati, chef empolese e conduttore di Cuochi e fiamme su La 7. «Se uno spettatore assaggia qualcosa e si sente male ci chiudono la trasmissione. Però io odio buttare via il cibo e per fortuna i piatti che cuciniamo... finiscono in bocca ai miei operatori».

Rugiati pianifica la spesa per evitare avanzi. «Se registro tre giorni io faccio la spesa per due terzi delle puntate, poi l'ultimo giorno controllo cos'è rimasto le cucina e mi invento qualcosa. Il resto della spesa finisce nella nostra pausa pranzo, riutilizziamo tutto: se avanza del pece il giorno dopo nella cucina d'appoggio ci facciamo spaghetti altro e olio e pesce saltato».

Non ha alcun problema di avanzi da riciclare invece Davide Mengacci, Nelle puntate di Ricette all'italiana su Rete4, i piatti cucinati nelle piazze delle città italiane viene mangiato dalle persone che assistono. «Sono come le cavallette, spiega Mengacci - appena smettiamo di registrare si fiondano sui tavoli. C'è un sacco di gente, compreso tanti bisognosi che ne approfittano per riempirsi la pancia a fine puntata». Anche per Benedetta Parodi, il cibo è sacro. Nel suo programma, Molto bene in onda su Real Time dal 23 febbario, tutto è pianificato. «Quando registriamo la mattina, i piatti pronti li utilizziamo per il pranzo di tutta la troupe e la redazione. I cibi cucinati nel pomeriggio, invece, vengono smistati tra me e gli altri collaboratori del programma e vanno davvero a ruba. Nulla viene sprecato, per noi questa è una regola fondamentale».

Ad ogni ora del giorno e della notte i palinsesti delle reti televisive pubbliche, private, dei canali satellitari ne prevedono almeno una: stiamo parlando delle trasmissioni che hanno come argomento la cucina. Declinata in tutti i modi e in tutte le salse. Che ci piaccia o meno, è un dato di fatto. Per capire come viene realizzata e per svelarvi i segreti di una delle rubriche culinarie più seguite della tv, Cotto e Mangiato (in onda su Italiauno all'interno di Studio Aperto ), condotta dal 2011 da Tessa Gelisio, siamo andati dietro le quinte durante le registrazioni. Prima sorpresa: le riprese non si svolgono in uno studio tv ma nella cucina di casa della stessa conduttrice-autrice, affiancata dalla produzione. Si tratta di un gruppo di lavoro affiatato: Angela, la regista; Massimo e Giancarlo, gli operatori; Monica, la produttrice, Arielle, la costumista; Stefania, trucco e parrucco. Si registra 3 o 4 volte al mese, in media 5 puntate al giorno, per 6/7 ore; la messa in onda è dopo circa 3 settimane dal «girato». Le ricette, pre-testate da Tessa, sono tutte interamente eseguite al momento, quindi non c'è nulla di «già pronto» (dubbio che onestamente avevamo anche noi...).

I tempi effettivi di esecuzione sono piuttosto lunghi e decisamente superiori alla durata dei passaggi televisivi: mentre una torta cuoce si passa alla preparazione di un primo o di un secondo, per poi ritornare con le riprese sul dolce una volta sfornato. Per rimanere impeccabile dall'inizio alla fine la conduttrice adotta un accorgimento comodo: abbigliamento informale e niente tacchi, sostituiti da morbide pantofole, che però non vengono mai inquadrate. Oltre all'abilità di Tessa e alla velocità dei cambi di scena ciò che colpisce è il clima di familiarità, l'aria festosa che si respira nella sua cucina. Lo staff nel corso degli anni ha dovuto affrontare anche qualche imprevisto che ha rischiato di compromettere il lavoro e di allungare i tempi di registrazione. «Tempo fa durante una fase di cottura si ruppe il forno. Ma grazie alla disponibilità dei vicini di pianerottolo portammo a termine il programma», ha ricordato Monica. Tessa e i suoi collaboratori ritengono che la vera difficoltà stia nel montaggio perché la durata della rubrica durante il tg non deve sforare il minuto e trenta secondi.

I tecnici utilizzano però con maestria e ottimi risultati un programma che si chiama Final Cut (il sistema digitale di messa in onda è invece il Dalet). E dopo tanta fatica nulla viene sprecato... ogni piatto cucinato viene gustato e giudicato attentamente dalla «squadra» (e in questa occasione anche dall'ospite), i primi e più severi critici del prodotto finale.





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giovedì 17 settembre 2015

Andiamo al FAST FOOD? No Grazie!!!!!



Una tenera mamma che allatta, ma il bebè sembra succhiare non il seno quanto un enorme hamburger imbottito di formaggio a più strati o altri cibi "fast food". Il manifesto choc fa parte di una campagna brasiliana che punta a mettere in guarda le mamme sui pericoli per i propri figli rappresentati da una dieta non salutare. E se lo slogan è chiaro - "Tuo figlio mangia ciò che mangi tu" - le immagini sono forti.
La campagna è stata studiata per la Pediatric Society of Rio Grande brasiliana, e realizzata dalla agenzia Paim, proprio per ricordare alle neomamme che possono danneggiare la salute del proprio bambino scegliendo una dieta povera di nutrienti o ricca di sostanze nocive.

I rischi per il feto. «Se la madre si nutre male e aumenta anche di peso - spiega Claudio Giorlandino, ginecologo, segretario generale Sidip, Italian College of Fetal Maternal Medicine - il suo comportamento alimentare può predisporre il feto a un dismetabolismo, ossia all'alterazione del metabolismo. E una tipica malattia del dismetabolismo è il diabete. C’è da dire che da noi le donne in gravidanza sono più attente alla dieta. Tra l’altro si tratta di una dieta mediterranea».
Ma la gravidanza, evidenzia, «non è una malattia e deve essere vissuta con estrema serenità. Se stravolgere le proprie abitudini in vista di una possibile gravidanza è controindicato, perché può provocare eccessivo stress, adottare alcuni comportamenti può essere di grande aiuto. Non solo per il concepimento, ma anche per migliorare il proprio stato di salute. L'alimentazione è importantissima. Un regime corretto riduce il rischio di malattie croniche, anche gravi, a carico del nascituro, quali diabete, obesità, patologie cardiovascolari, tumori e malattie mentali».

C'è poco da dire, il cibo da fast food fa male alla salute. Non parliamo soltanto dei danni che produce alle nostre arterie o al peso in eccesso che fa accumulare, infatti dietro un appetitoso hot-dog può nascondersi la depressione.
Quindi in gioco c'è anche la salute psichica. È quello che emerge da uno studio eseguito dai ricercatori spagnoli delle Università di Las Palmas e di Granada. La ricerca, pubblicata su Public Health Nutrition, riferisce che assecondare il proprio desiderio consumando questo tipo di alimenti aumenta fino al 51% il rischio di una depressione.
Lo studio ha coinvolto per circa sei mesi di osservazione 8.964 persone e ha cercato di far luce sulla relazione esistente tra stile alimentare, tipo di alimentazione e salute psichica.
A finire sul banco degli accusati non ci sono soltanto patatine fritte, hamburger e hot-dogs ma anche tutti quei prodotti da forno come ad esempio le merendine preconfezionate di produzione industriale.
Lo studio spagnolo di fatto conferma i risultati di un'altra ricerca pubblicata sulla rivista PloS che aveva rappresentato intorno al 40% il maggior rischio di depressione.
Quindi l'effetto sulla salute psichica prodotto dai cosiddetti cibi spazzatura viene confermato. E sembra evidente l'esistenza di una relazione del tipo dose-risposta, cioè che più si consumano alimenti fast-food e maggiore è il rischio.
Nel loro lavoro i ricercatori hanno anche tracciato un profilo di chi maggiormente privilegia il consumo del cibo fast-food. Secondo gli studiosi quello ad essere più sedotto da un bell'hamburger pieno di grassi insaturi è single, non fa attività fisica, mangia poca verdura, frutta o pesce.



I bambini e i giovani che mangiano nei fast food più volte alla settimana, soffrono con maggiore frequenza di asma grave, raffreddore da fieno ed eczemi. A questo risultato è giunto uno studio internazionale coordinato da un team di ricercatori dell'Università dell'Auckland in Nuova Zelanda.

Gli scienziati hanno analizzato i dati di circa 180.000 bambini di età compresa tra i sei e i setti anni e di circa 320.000 giovani di età compresa tra i 13 e i 14 anni. I giovani soggetti sottoposti al test e i loro genitori hanno fornito indicazioni sulla frequenza con la quale si erano presentati determinati sintomi per malattie come l'asma, il raffreddore da fieno e gli eczemi nei dodici mesi precedenti. Il sintomo preso in considerazione per l'asma era una respirazione da difficile ad affannosa, per il raffreddore da fieno (rinocongiuntivite allergica) la rinorrea, l'ostruzione nasale nonché la lacrimazione e il prurito agli occhi, e per gli eczemi le eruzioni cutanee pruriginose. Si doveva anche stimare quanto tali disturbi rendessero difficile la vita quotidiana e il sonno. Ai partecipanti sono state anche poste domande sulle loro abitudini alimentari settimanali.

Un consumo di prodotti fast food per tre o più volte alla settimana, aumentava il rischio di asma grave del 39% nei giovani e del 27% nei bambini. Cresceva anche la probabilità di soffrire di eritemi pruriginosi e raffreddore da fieno grave, indipendentemente dal sesso e dalla situazione economica dei soggetti sottoposti al test. Il consumo di frutta, al contrario, aveva un effetto positivo: se la frutta era presente nel menù per almeno tre volte la settimana, si riduceva la gravità dei sintomi asmatici dell'11 per cento sui giovani e del 14 per cento sui bambini. Un maggiore consumo di verdura aveva sui bambini almeno un effetto profilattico.
La relazione tra un elevato consumo di fast food e la comparsa delle malattie era superiore nei giovani rispetto ai bambini. Questo dipende probabilmente dal fatto che i teenager sono più liberi e indipendenti nella scelta degli alimenti che vogliono consumare. Secondo gli scienziati, gli effetti negativi sono dovuti agli acidi grassi saturi e trans contenuti negli hamburger, nelle patatine & co., che incidono negativamente sul sistema immunitario. La frutta al contrario è ricca di antiossidanti e altre sostanze preziose. Sono comunque necessarie ulteriori ricerche per consolidare i risultati ottenuti.

Il fast food, in italiano cibo veloce, è un tipo di distribuzione alimentare nato nei paesi anglosassoni, che a partire dagli anni '80 si è diffuso rapidamente in quasi tutto il mondo; fast food è un metodo di ristorazione collettiva (fisso o mobile) incentrato sulla produzione e somministrazione VELOCE di alimenti ECONOMICI, dal costo SOSTENIBILE per la popolazione media.
Il basso valore nutritivo degli alimenti distribuiti nei fast food, associato ad una strategia commerciale incentrata sull'ottimizzazione del profitto, compromette significativamente la salubrità del pasto, esponendo i consumatori a rischi di notevole importanza.
Anche le bibite gassate e/o dolci e la birra sono da considerare cibi spazzatura o junk food.

I rischi dei fast food legati ai "cibi spazzatura - junk foods" sono numerosi. Quel che è certo, è che tutte le forme di fast food NON possiedono un bilancio nutrizionale idoneo; quest'affermazione potrebbe essere ribattuta affermando che l'idoneità di ogni alimento nella dieta deve essere valutato in base alla contestualizzazione GIORNALIERA dei pasti. Tuttavia, osservando accuratamente tutti i prodotti dei fast food, è abbastanza lampante che ognuno di essi possiede una o più caratteristiche negative quali:
Densità energetica elevata
Basso quantitativo di acqua (bibite a parte), pochi sali minerali e vitamine tipici degli ortaggi freschi
Apporto notevole di: grassi saturi, idrogenati e colesterolo; ma anche di saccarosio e/o dolcificanti, e alcol
Basso quantitativo di fibra alimentare
Alta razione di cloruro di sodio
Scarsa concentrazione di grassi essenziali.
I rischi dell'alimentarsi frequentemente con fast food sono legati all'incremento del peso (massa adiposa), alla potenziale alterazione del metabolismo lipidico (ipercolesterolemia ed ipertrigliceridemia), glucidico (iperglicemia e diabete) e pressorio ematico (preipertensione e ipertensione), ed alla carenza in vitamine, sali minerali e fibra alimentare tipici degli ortaggi e della frutta freschi.



I rischi dei fast food provocati dall'elevata concentrazione di molecole tossiche riguardano soprattutto la contaminazione da:
Idrocarburi policiclici aromatici e relativi EPOSSIDI (metaboliti epatici)
Acroleina e formaldeide
Acrilamide
Gli idrocarburi policiclici aromatici derivano dalla carbonizzazione dei grassi e delle proteine alimentari; sono pericolosi per la salute umana perché aumentano i rischi di mutazione cellulare del DNA provocando CANCEROGENESI soprattutto ai tessuti esofagei, gastrici, intestinali ed epatici.
L'acroleina e la formaldeide invece vengono liberati SOLO dalla combustione del glicerolo presente nei grassi: essendo sostanze volatili aumentano significativamente i rischi di: irritazione delle muscose oculari e nasali, tumori esofagei e probabilmente leucocemie.
L'acrilamide viene liberata dalla carbonizzazione dei carboidrati e anch'essa favorisce i rischi di cancerogenesi.
Queste molecole vengono liberate a causa di alcuni tipi di cottura quali: frittura, cottura alla piastra e cottura alla griglia, e sono presenti sia negli alimenti fast-food, sia nell'aria delle cucine e/o sale dei ristoranti arrecando danno sia all'operatore che al consumatore.
Si noti come tutti i cataboliti tossici sopra indicati, che aumentano sensibilmente i rischi di cancerogenesi, vengano racchiusi in un unico pasto a base di hamburger e patatine fritte; al contrario, i cibi poco bilanciati di origine italiana (piadine, panini con i salumi, pizza ecc.) NON incrementano significativamente i suddetti rischi.

Nei fast food esiste una buona possibilità di contrarre alcune malattie alimentari; in realtà sarebbe più corretto parlare sia di infezioni, sia di intossicazioni e tossinfezioni, poiché è possibile ammalarsi sia per i batteri (o virus) patogeni che per le loro tossine o per entrambi.
I rischi di contrarre queste malattie sono legati prevalentemente al consumo di cibi NON salubri, quindi contaminati (come la carne macinata), che oltretutto non raggiungono temperature di cottura sufficienti al centro dell'alimento.
A tal proposito, alcuni pensano (compresi gli alimentaristi poco competenti) che "una buona cottura" possa sterilizzare i cibi rendendoli innocui... nulla di più pericoloso! Ricordiamo che SOLO la carica batterica e le ESO-tossine PROTEICHE possono essere annientati dalla cottura, batteri Gram positivi (+), mentre i batteri Gram negativi (-) possiedono ENDO-tossine LIPIDICHE di membrana termoSTABILI capaci di originare intossicazioni alimentari ANCHE dopo la morte del batterio stesso! In definitiva, un alimento contaminato favorisce sempre i rischi di intossicazione alimentare e la politica commerciale dei fast food ("poca spesa e tanta resa!") può favorirne la distribuzione al pubblico ed il contagio.

Come se non bastasse, abituare le persone (soprattutto giovani e giovanissimi) ad alimentarsi presso i fast food, rappresenta un fattore DISeducativo che aumenta sensibilmente tutti rischi di cui sopra... soprattutto in presenza di abuso alimentare (sempre più frequente). I bambini si abituano ai sapori molto dolci, salati e "unti", consolidando pessime abitudini alimentari perseguite anche nell'alimentazione casalinga.







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