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venerdì 18 agosto 2017

PANE E FRUTTA



Il pane unito a confettura, miele, ecc. non viene digerito bene; ogni amidaceo infatti male si trasforma qualora sia associato a dello zucchero. La digestione amidacea (pane), ad esempio, inizia nella bocca e continua nello stomaco, gli zuccheri invece vengono digeriti esclusivamente nell'intestino. Quando gli zuccheri prolungano la loro permanenza nello stomaco, a causa della digestione del pane, essi fermentano rapidamente coadiuvati dal calore e dall'umidità, e tutta la massa entra in fermentazione provocando così acidità, indigestione, bruciori e gas. Il melone è indigesto per molti, ma se preso solo e lontano dai pasti esso è facilmente digeribile, per tutti. I frutti acidi (limone, pomodoro ecc.) ostacolano la digestione e consumano i minerali dell'organismo, se vengono ingeriti unitamente agli amidacei (pane, patate ecc.). La frutta deve essere consumata da sola in unico pasto, associandola se si vuole con altri tipi di frutta di gusto uguale.
Ogni alimento proteico deve essere preso associato a della verdura e basta, senza olio, poiché i grassi ostacolano la digestione delle proteine.
Gli amidacei devono essere ingeriti unitamente alla verdura con olio se si vuole e nulla d'altro.

Occorre evitare che la frutta trovi sul suo cammino cibo indigerito e residui putrefattivi di pasti precedenti e di digestioni prolungate oltremisura, mandando se stessa e il resto in putrefazione, e creando gas e rigonfiamenti intestinali. Se mangi due fette di pane e poi una porzione di frutta, rovini un meccanismo perfetto. La porzione di frutta è pronta per andare direttamente nell’intestino tenue, nel duodeno, ma viene impedita di fare quel percorso e viene trattenuta nello stomaco da quelle fette di pane, per cui l’intero pasto, sia il pane che la frutta, si trasforma in un bolo acido carico di fermentazione, per cui tutto è da considerarsi compromesso e rovinato.



La digestione avviene ad opera di sostanze particolari, chiamate enzimi, che scindono gli alimenti nei loro costituenti fondamentali. Nell’organismo ci sono numerosi enzimi ed ognuno specifico per ogni sostanza.

La frutta può essere divisa in frutta dolce, frutta semiacida e frutta acida.
Frutta acida: ananas, arance, clementine, limoni, mandarini, melagrane, pompelmi, ribes.
Frutta semiacida: albicocche, ciliegie, fragole, mele, pere, pesche, prugne, uva.
Frutta dolce: banane, datteri, fichi, mele dolci, uva dolce.
Melone e anguria.

Possiamo mangiare diversi tipi di frutta insieme rispettando la combinazione: Frutta acida + semiacida; Frutta dolce + semiacida. Evitare invece di mescolare frutta dolce con frutta acida.

Il melone e l’anguria vanno mangiati da soli altrimenti fermentano con grossa facilità dato l’elevato contenuto di glucidi (zuccheri). Ma c’è un lato positivo: impiegano solo 10 minuti per essere digeriti quindi l’ideale è mangiarli prima di iniziare il pasto.

Una buona combinazione è data invece dalla frutta acida con quella oleosa, soprattutto se mangiate prima quella acida. Un buon abbinamento, quindi, sono le arance e le noci. Se vogliamo abbinare la frutta dolce, invece, possiamo preferire della frutta amidacea, come le castagne e le banane.



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mercoledì 17 febbraio 2016

IL LIEVITO


In natura il lievito è presente nelle bucce dell’uva e nel grano con cui, probabilmente per caso, venne prodotto per la prima volta il vino.

Il lievito, infatti, è di solito utilizzato sia in bevande come vino e birra sia in alcuni tipi di impasti alimentari (come il pane) e, in questo caso, si usa il Saccharomyces cerevisiae (saccaromicete) conosciuto anche con il nome di lievito di birra che ha la capacità di far “crescere” gli alimenti con cui viene in contatto.

La risposta è da ricercarsi in una reazione chimica: il lievito fermentato, infatti, converte gli zuccheri, presenti nella farina, in anidride carbonica ed etanolo, rispettivamente un gas e un alcol. Il primo provoca il rigonfiamento dell’impasto poiché causa l’espansione delle proteine di glutine; il secondo evapora durante la cottura. Tuttavia, l’etanolo è utile quando si producono bevande come la birra e il vino.
In biologia, i lieviti sono organismi monocellulari appartenenti al regno dei funghi. In cucina, invece, il termine lievito ha un significato più ampio e viene esteso a qualsiasi microrganismo, o sostanza chimica, in grado di far "gonfiare" un impasto per incorporazione di bolle gassose. Esistono due tipi principali di lieviti:
lieviti naturali o lieviti propriamente detti: lievito di birra, pasta acida o lievito madre, kefir.
Lieviti chimici: acido tartarico, cremor tartaro, bicarbonato d'ammonio o di sodio ecc.
L'aggettivo "chimico" non ha una connotazione necessariamente negativa: ogni tipo di lievito presenta i propri vantaggi e svantaggi, che lo rendono adatto a particolari impieghi piuttosto che ad altri. Va da sé che il lievito chimico non è protagonista di una vera e propria lievitazione, dato che non produce alcuna fermentazione microbica.
Accanto alla lievitazione naturale e a quella chimica, esiste anche una cosiddetta lievitazione fisica. Per esempio, nella preparazione della pasta sfoglia, in cottura si assiste ad una lievitazione perché l'acqua dell'impasto evapora e viene intrappolata negli strati impermeabili di grasso, che impediscono ai fogli di pasta di aderire tra loro. Nelle meringhe e nelle altre preparazioni a base di albume d'uovo montato, l'azione meccanica di sbattitura ingloba minutissime bollicine d'aria che fanno aumentare sensibilmente il volume iniziale, fino a 6/8 volte.

Saccharomyces cerevisiae è conosciuto anche come lievito da fornaio o lievito di birra; è usato come organismo modello da biologi che studiano genetica e biologia molecolare (in particolare ciclo cellulare) perché è facile crescerlo in coltura e come Eucariota ha una struttura cellulare complessa. Quello di Saccharomyces cerevisiae è stato il primo genoma di un eucariota a essere sequenziato completamente. Il database del genoma dei lieviti è uno strumento molto importante per sviluppare la conoscenza del funzionamento e organizzazione della genetica e della fisiologia delle cellule eucariote. Un altro importante S. cerevisiae database è mantenuto dal Centro di informazione per le sequenze proteiche di Monaco di Baviera.

Il lievito di birra è economico, naturale, apporta vitamine e minerali alla preparazione,impiega minor tempo di lievitazione rispetto all'impiego del lievito madre.

Può dare problemi di gonfiore intestinale. Tali effetti sono amplificati da una lievitazione incompleta e/o da una cottura insufficiente del prodotto. Molto dipende comunque dal grado di tolleranza individuale e dalle dosi di consumo.
Rispetto al prodotto ottenuto con pasta acida, quello che sfrutta il lievito di birra è meno digeribile e contiene più tiramina.

L'attività del lievito di birra è massima attorno ai 26/28°C. Per la maggior parte delle ricette, la lievitazione dovrebbe quindi avvenire in un ambiente con una temperatura pari a circa 30/40°C (in modo che al centro dell'impasto si raggiunga la temperatura ideale); si tenga presente che il lievito muore a temperature di circa 55-60°C, quindi - ad esempio - il calore di un termosifone acceso a diretto contatto con l'impasto è eccessivo.
L'attività del lievito di birra è influenzata dall'umidità ambientale, che non dev'essere né eccessiva né incompleta (ideale intorno al 70/80%). A tal proposito, i panificatori professionisti usano delle camere a temperatura e umidità costanti per ottenere sempre il miglior risultato possibile. E' anche importante evitare di esporre l'impasto a correnti d'aria durante la lievitazione.
Il lievito di birra si trova sul mercato come lievito fresco pressato in cubetti o come lievito secco in polvere. Non esistono grandissime differenze in termini di attività, poiché il lievito in condizioni sfavorevoli non muore veramente; piuttosto, entra in uno stato di "morte apparente", pronto a "rinascere" non appena le condizioni ambientali tornano favorevoli. Principali differenze tra i due tipi di lievito:
il lievito di birra secco si conserva più a lungo, per circa un anno se mantenuto in ambiente fresco e asciutto;
il lievito di birra fresco, invece, si conserva per circa un mese, purché conservato in frigo, a una temperatura dai 2 agli 8 °C.
In generale, si tenga presente che un lievito vicino alla data di scadenza o già scaduto è meno attivo e tende a modificare le caratteristiche organolettiche dell'impasto in senso sfavorevole.
Le dosi di impiego del lievito di birra fresco e di quello essiccato sono diverse; quello secco, in particolare, presenta un'attività fermentativa inferiore (a parità di peso reidratato), ma contiene molte più cellule per grammo di prodotto.

1g di lievito di birra fresco = 0,33g di lievito di birra essiccato = 4g di lievito madre essiccato
Di regola, si consiglia di sciogliere il lievito in acqua appena calda (40-45°C), a volte con un po' di zucchero (o estratto di malto) disciolto; ciò ha lo scopo di favorire l'attivazione dei microrganismi. Se l'acqua è fredda, si ha la perdita di glutatione dalla parete cellulare del lievito, rendendo l'impasto più colloso e difficile da maneggiare. Inoltre, con il freddo i lieviti rallentano la propria attività.
Anche il tipo di acqua usato per l'impasto è importante, poiché influenza il risultato finale. Ad esempio, un'acqua molto alcalina rallenta i tempi di lievitazione.
Il lievito di birra fresco conservato in frigorifero andrebbe riportato a temperatura ambiente prima dell'uso.
L'aggiunta di una piccola quantità di zucchero (saccarosio) o maltosio all'impasto favorisce ed accelera l'azione lievitante del lievito di birra.
Mettere il lievito direttamente a contatto con alte concentrazioni di sale o di zucchero, determina la morte dello stesso a causa dell'elevata pressione osmotica (priva il lievito dell'acqua cellulare fondamentale per il suo metabolismo). Anche un eccesso di burro e grassi in genere compromette l'attività dei lieviti.



Il lievito di pasta acida - noto anche come lievito madre, lievito naturale, lievito acido, pasta crescente o pasta madre - si ottiene prelevando un pezzetto di impasto (contenente lievito) dalla precedente preparazione non cotta. Tale composto va conservato e lasciato maturare per un certo periodo di tempo. Questo campione - detto lievito capo - fungerà da mezzo di coltura e riserva di lieviti, e verrà quindi aggiunto al successivo impasto (di cui se ne preleverà una parte per la lavorazione successiva e così via).
Sembra semplice, ma si tratta di una vera e propria arte, che richiede molta esperienza.

A differenza del lievito di birra, nel lievito di pasta acida troviamo svariati tipi di microrganismi, come saccaromiceti, fermenti lattici ed acetici che vengono "assorbiti" direttamente dall'ambiente. Proprio per questo, oltre all'anidride carbonica e all'alcool, l'attività fermentativa determina la produzione di acidi e sostanze aromatiche (ad esempio acido lattico, acetico, propionico, butirrico ecc), a tutto vantaggio delle caratteristiche organolettiche.
I maggiori tempi di lievitazione richiesti danno agli enzimi litici presenti nei lieviti - come proteasi, lipasi e amilasi - più tempo per scomporre le macromolecole proteiche, lipidiche e amidacee in nutrienti più semplici. Un prodotto ottenuto con lievito madre è quindi generalmente più digeribile. Tra questi enzimi vi è anche la fitasi, presente negli involucri esterni del chicco, la quale - durante i lunghi tempi di lievitazione - neutralizza l'acido fitico (un antinutriente, presente nella crusca, che tende a impedire l'assorbimento da parte dell'intestino di alcuni importanti minerali, fra cui il calcio, il ferro, il magnesio e lo zinco); per questo motivo, un pane integrale ottenuto con lievito madre è anche più nutriente e digeribile. La pasta acida può inoltre avere un'azione probiotica ed eliminare (o ridurre) i problemi di gonfiore addominale legati al consumo di impasti lievitati.
Il maggior grado di acidità legato alla fermentazione polimicrobica, garantisce anche una maggiore conservabilità del prodotto.

La lievitazione con pasta acida è un processo lento e difficilmente standardizzabile. Pertanto, questa vera e propria arte è ormai rilegata a pochissimi tradizionalisti e alla panificazione casereccia.
Molti vantaggi (e svantaggi) sono legati alla microflora che compone la pasta madre, al suo stato di conservazione e rinfresco ecc. Ad esempio, l'impasto potrebbe essere troppo acido o presentare un'alveolatura irregolare.

Per utilizzare il lievito di pasta acida occorre molta dimestichezza nelle cosiddette operazioni di rinfresco. Queste si effettuano aggiungendo al lievito di pasta acida nuova farina ed acqua, con lo scopo di conferirgli il giusto grado di "forza" e acidità

Per ottenere una nuova pasta acida è anzitutto necessario produrre un impasto di acqua e farina, lasciato a contatto con l'aria in modo che si arricchisca dei lieviti presenti nell'ambiente.
2 parti di farina (es. 200g)
1 parte di acqua tiepida (es. 100ml)
un cucchiaino di zucchero (o malto o miele) che funge da starter.
Mescolare gli ingredienti ed impastare sino ad ottenere un composto morbido. Praticare un taglio a croce e lasciare riposare il tutto in un contenitore di vetro coperto con un canovaccio pulito e umido, a temperatura ambiente per 48 ore (durante le quali raddoppierà di volume).

FASE 2 (3°-4° giorno). Dopo le 48h di riposo, prelevare una parte di composto (es. 200 grammi) ed aggiungervi:
1 parte di farina (es. 200g)
Metà parte di acqua tiepida (es. 100ml)
Mescolare gli ingredienti e impastare sino ad ottenere un composto morbido. Quindi lasciare riposare per 48 ore con le stesse modalità elencate per la fase 1.

FASE 3 (5°-6° giorno). Trascorse le 48h di riposo, ripetere la fase 2.

FASE 4 (7°-13° giorno). Trascorse le 48h di riposo, ripetere la fase 3 lasciando però riposare soltanto per 24 ore. Ripetere ogni 24 ore per altri 7 giorni.

FASE 5 (14° giorno). Dopo due settimane dall'inizio della fase 1, la pasta madre sarà pronta. Qualora la preparazione risultasse troppo acida, estendere la fase 4 per qualche altro giorno.

Una volta ottenuta, la pasta madre viene conservata in frigorifero e tenuta in vita e riprodotta per mezzo di successivi rinfreschi ogni 2/6 giorni.

La sera precedente alla preparazione, prelevare il lievito madre dal frigo. Lasciare riposare almeno 15 minuti a temperatura ambiente e aggiungervi farina e acqua tiepida nelle proporzioni di:
una parte di pasta madre
una parte di farina
mezza parte di acqua
Eventualmente aggiungere come starter anche un cucchiaino scarso di zucchero ogni 150g di pasta madre
Impastare e far riposare a temperatura ambiente per almeno una notte. Il giorno seguente:
prelevarne una parte di pasta acida da conservare in frigorifero per le preparazioni future.
aggiungere la pasta acida rinfrescata ai vari ingredienti della preparazione e procedere secondo ricetta
In commercio si trova il lievito madre essiccato che garantisce la relativa standardizzazione delle preparazioni, pur mantenendo molti vantaggi tipici dell'utilizzo di questo tipo di lievito. In genere, si utilizza in abbinamento ad uno starter (piccole quantità di lievito di birra o di yogurt).
Se volete preparare da soli il lievito madre, preventivate diversi fallimenti fino a quando non avrete accumulato sufficiente esperienza.

La biga è un impasto "grezzo", poco idratato e composto da farina, acqua e lievito in piccolissime quantità, da utilizzare il giorno successivo in sostituzione del lievito.

Il poolish è un metodo di panificazione chiamato anche "biga liquida". È un lievito semiliquido ottenuto attraverso la miscelazione di acqua e farina in parti uguali e lievito in quantità molto ridotta (proporzionale ai tempi di lievitazione). È preparato diverse ore prima dell'impasto definitivo e lasciato a temperatura ambiente tanto più a lungo quanto minore è il contenuto di lievito. Quando il poolish è maturo si aggiunge la quantità di farina necessaria per ritrovare la giusta consistenza dell'impasto e gli altri ingredienti. Segue una seconda fase di lievitazione prima della cottura.

Il lievitino deve essere sciolto in un po' d'acqua dolcificata con zucchero, miele, malto ecc. Si utilizza dopo aver fatto riposare la soluzione per mezz'ora in un luogo caldo; quando sarà pronto si formerà una leggera schiuma in superficie.

Per la pasta di riporto si preleva una porzione dell'impasto lievitato del giorno precedente, la si conserva per un giorno o due (non oltre) e la si utilizza nella successiva panificazione insieme ad un piccolo quantitativo di lievito di birra.

Con il bicarbonato di ammonio inauguriamo la lista dei cosiddetti lieviti chimici; si tratta per l'appunto di sostanze in grado di scatenare una reazione chimica dalla quale si libera gas, in genere anidride carbonica. Vengono usati soprattutto per la lievitazione dei dolci durante la cottura, dato che il gas si sviluppa tipicamente con il riscaldamento del lievito chimico e/o per interazione di più lievitanti chimici. Anche l'umidità e il pH tendono ad avere un ruolo molto importante.
Proprio perché non hanno bisogno di un tempo di riposo per la lievitazione prima della cottura, i lieviti chimici sono chiamati anche lieviti istantanei.
Ad esempio, con il calore il bicarbonato di ammonio si decompone in tre gas: vapore acqueo, anidride carbonica e ammoniaca. Si usa soprattutto nell'industria dolciaria per la produzione di biscotti secchi, mentre a livello domestico è poco utilizzato.
Come tutti i lieviti chimici, rende più veloce e sicura la lievitazione.
I lieviti chimici sono meglio tollerati da chi soffre di intolleranza o allergia ai lieviti.

L'ammoniaca è un gas dall'odore acre e quando non evapora completamente (in caso di sovradosaggio dell'agente lievitante o cottura incompleta) può impartire un sapore amarognolo al prodotto.
Appena sfornati, i prodotti da forno preparati con bicarbonato d'ammonio possono avere un sentore e un retrogusto amarognolo, che tendono però a svanire man mano che il prodotto si raffredda.
Ideale per i dolci, è invece sconsigliato per la panificazione; infatti tende a dare prodotti meno digeribili, meno conservabili e dal sapore "artificiale".

A cottura ultimata, accendere la cappa ed aprire il forno mantenendo il volto lontano dai vapori; la respirazione dei gas di ammoniaca, infatti, oltre che poco salutare può causare episodi di lipotimia.
Le polveri di lievitanti chimici non devono essere disciolte in un liquido, ma mescolate direttamente agli ingredienti secchi (farine, zucchero ecc.). Una volta amalgamati gli ingredienti, è bene infornare subito l'impasto.
In genere, i lieviti chimici temono molto l'umidità atmosferica, per cui devono essere custoditi con cura in un contenitore a tenuta stagna.
Quando una ricetta prevede l'impiego di un certo tipo di lievito chimico, seguire alla lettera le indicazioni in merito al quantitativo e al tipo di lievito suggerito.

Cremor tartaro è il nome di fantasia dato al bitartrato di potassio. Si tratta ancora una volta di un lievito chimico, utilizzato principalmente per stabilizzare l'albume montato a neve (grazie alla sua lieve acidità favorisce la coagulazione delle globuline del'albume).

Spesso i lieviti chimici vengono usati in combinazione tra loro e addizionati di correttivi del sapore (come la vanillina); tutto ciò allo scopo di ridurre gli effetti negativi di un sovradosaggio o impedire che il lievito liberi tutto il gas mentre l'impasto è ancora in fase di lavorazione. Oltre al cremor tartaro, si ricordano l'acido tartarico, il bicarbonato di sodio, il carbonato di calcio e di magnesio, e i pirofosfati. La velocità di liberazione dei gas è un aspetto fondamentale; se ad esempio è troppo veloce, il gas si svilupperà prima che la struttura dell'impasto si sia sufficientemente irrigidita per effetto del calore; di conseguenza, il prodotto si gonfierà velocemente per poi afflosciarsi.

I lieviti Top-fermenting (così chiamati perché galleggiano sulla superficie della birra) preferiscono temperature più alte, e danno alla birra un profilo aromatico complesso, con toni fruttati e speziati. Il classico lievito ad alta fermentazione è Saccharomyces cerevisiae, conosciuto come ale yeast. Esempio classico di birre in cui vengono utilizzati sono le ale.

I lieviti Bottom-fermenting lavorano a basse temperature e alla fine della loro attività si depositano sul fondo. Fra questi: Saccharomyces uvarum e Saccharomyces carlsbergensis usati per produrre birre tipo -lager.

I produttori di vino in antichità usavano differenti ceppi di lieviti a seconda del tipo di vino e delle condizioni dell'uva. Troppo zucchero o un'eccessiva concentrazione di alcool rallentano la crescita del lievito, perciò per mosti con elevate concentrazioni zuccherine sono necessari lieviti con un'elevata resistenza all'alcol etilico. Se il lievito muore prima che tutti gli zuccheri fermentescibili siano stati trasformati in alcool, si incorre in un arresto fermentativo.

Alcuni lieviti sono selezionati in base agli aromi che tendono a sviluppare. Lieviti naturali sono già presenti sulla superficie degli acini d'uva (la pruina) perciò il succo d'uva tenderà spontaneamente a fermentare a meno che i lieviti non vengano fermati con temperature basse o con solfiti.

Negli anni novanta si è discusso molto sulla pratica di fermentare il vino con lieviti selezionati anziché i cosiddetti lieviti autoctoni. I fautori dell'uso dei lieviti selezionati sostenevano che si potevano ottenere vini molto più fini, eleganti e privi di difetti. I sostenitori dei lieviti autoctoni sostenevano che l'uso di lieviti selezionati deformava anche pesantemente i sentori tipici di una zona e che si sarebbero potuti creare sentori secondari a tavolino.

Parlare di una "tipicità del lievito" è però un concetto alquanto arduo. A proposito sono stati condotti numerosi studi relativi all'identificazione delle specie di lievito che popolano la superficie dell'uva, sia in Italia (De Rossi 1935, Castelli 1955 1967) sia presso vigneti francesi (Domercq 1953 e 1956). Tali studi non solo analizzano le caratteristiche delle specie sull'uva e in fermentazione, dove si sviluppano maggiormente quali sono i vettori, ma soprattutto hanno quantificato l'incidenza di tali ceppi sulla qualità o sui difetti del prodotto. Si è verificato come dei pochi ceppi "autoctoni" isolati molti presentano caratteristiche deleterie dal punto di vista enologico (alte produzioni di Acido Acetico, scarsa resistenza a basse temperature e a pH bassi, basse rese fermentative). La stragrande maggioranza degli isolamenti conferma infatti come i lieviti presenti sull'uva prima e nel mosto poi, vengano in realtà da contaminazioni con macchinari di cantina e ambientali. Senza alcuna connessione con il concetto di Tipicità o di Terroir. L'incidenza del lievito sulla qualità del vino (a differenza di quanto avviene con la birra) è relativa solo all'assenza di difetti; la qualità o la tipicità risiedono maggiormente nelle potenzialità dell'uva e nelle tecniche colturali ed enologiche.

Nella vinificazione sono in genere utilizzati Saccharomyces cerevisiae per le fermentazioni dei mosti normali e Saccharomyces bayanus per le fermentazioni di mosti ad alto contenuto zuccherino o per la presa di spuma.




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domenica 14 febbraio 2016

LE FRAGOLE



Lo studio, pubblicato sul Journal of Nutritional Biochemistry, è stato condotto da un team di ricercatori dell’Università Politecnica di Ancona con la collaborazione delle Università di Salamanca, Siviglia e Granada.

Ovviamente non si tratta della prima ricerca che prende in considerazione le tante virtù delle fragole. Negli anni passati infatti si erano valutate in particolare le potenzialità antiossidanti del frutto simbolo della bella stagione. Questa è però la prima volta che le fragole vengono associate alla riduzione del colesterolo e di conseguenza al minor rischio di incorrere in problematiche di tipo cardiovascolare.

I ricercatori hanno preso come campione un gruppo di volontari in buona salute a cui è stato chiesto di consumare mezzo chilo di fragole ogni giorno per un mese. Grazie a questo esperimento gli scienziati si sono accorti che in questo modo si andavano a ridurre i livelli di colesterolo cattivo (LDL) e i trigliceridi.

Quello che non è chiaro ai ricercatori è esattamente quale principio (o combinazione di essi) presente nelle fragole sia responsabile di questi benefici. Secondo quanto dichiarato da Maurizio Battino, dell'Università di Ancona: “studi epidemiologici già pubblicati e dati sperimentali in nostro possesso convergono indicando le antocianine, i pigmenti che offrono al frutto il colore rosso, come primi attori dell’intero processo”.

Oltre ad abbassare il colesterolo e i trigliceridi, gli esperti hanno notato in precedenti studi come questi frutti aiutano a proteggere il nostro organismo dai danni provocati dai raggi UV, agiscono come antiossidanti anche sul sangue, rendono più forti i globuli rossi e riducono i danni alla mucosa gastrica provocati dall’alcool.

Contengono vitamina C e aiutano a regolare il livello degli zuccheri. Sono ricche di antiossidanti e hanno capacità anti-infiammatorie. .



Le fragole, come tutti i frutti rossi in genere, sono davvero ricche di antiossidanti (flavonoidi e antocianine) e dunque si rivelano un ottimo aiuto per la lotta ai radicali liberi, direttamente legati all’invecchiamento della pelle e alle malattie.

Sapevate che 8 fragole contengono, mediamente, più vitamina C di un’arancia? La vitamina C contenuta nelle fragole è essenziale per il nostro benessere perché rinforza le arterie, previene i lividi, aiuta a combattere lo stress e supporta le ghiandole surrenali, fondamentali per la salute del nostro organismo, che richiedono un fabbisogno di vitamina C maggiore rispetto agli altri organi.

Diversi studi hanno dimostrato che le fragole possono regolare il livello di zuccheri nel nostro organismo. I picchi di glucosio nel sangue sono collegati ai disturbi diabetici, sbalzi d’umore, aumento di peso e ipoglicemia ma la buona notizia è che una tazza di fragole fresche può regolare efficacemente i nostri livelli glicemici.

Le fragole hanno dimostrato di possedere notevoli capacità anti-infiammatorie e anti-dolorifiche e basta consumarle almeno 3 volte alla settimana per capitalizzare questi effetti benefici. Uno studio condotto dalla Harvard Medical School ha inoltre sottolineato che le fragole possono abbassare i livelli ematici di proteina C-reattiva.

Pochi sanno che le fragole contribuiscono al benessere delle nostre ossa, migliorandone il metabolismo e allontanando il pericolo di ammalarsi di artrite, artrosi e gotta. Grazie alle vitamine C e B5, ma soprattutto al rame e al manganese che contengono, come confermano gli studi effettuati dalla Arthritis Foundation .

Grazie alla ricca presenza di flavonoidi in esse contenute, le fragole hanno dimostrato di avere proprietà anti-tumorali. Infatti permetterebbero al corpo di interferire tanto con lo sviluppo che con il moltiplicarsi delle cellule cancerogene. Uno studio della Ohio State University ha rivelato che le fragole sono attualmente in sperimentazione per elaborare una cura naturale contro il tumore all’esofago.

Grazie agli acidi fenolici in esse contenuti, le fragole sono un ottimo aiuto per prevenire gli attacchi allergici, riuscendo a rallentare i processi biochimici ad essi collegati. Tuttavia una considerevole fascia di popolazione soffre di intolleranza proprio nei confronti delle fragole, dunque è sempre consigliabile confrontarsi con il proprio medico, evitando cure fai-da-te.





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domenica 13 dicembre 2015

IL PISTACCHIO



Il pistacchio è un albero della famiglia delle Anacardiaceae. Può raggiungere un'altezza di circa 12 metri e un'età di 300 anni.

È originario del Medio Oriente, dove veniva coltivato già in età preistorica, particolarmente in Persia. Come riferisce nel suo celebre Deipnosophistai (I Deipnosofisti o I dotti a banchetto), Ateneo di Naucrati, scrittore e sofista greco vissuto nel II secolo, nell'Impero Romano, diversi autori greci ed ellenistici parlano del pistacchio, collocandone la coltivazione in Siria, Persia ed India, e chiamandolo "bistachion" o "pistakia" o "pistakion". Destituita di fondamento è, quindi, la tesi, propugnata soprattutto per recenti ragioni ideologiche, secondo la quale "pistacchio" derivi dall'arabo (fustuaq).

Il frutto è una drupa con un endocarpo ovale a guscio sottile e duro, contenente il seme, chiamato comunemente "pistacchio" che ha colore verde vivo sotto una buccia viola.

È una specie dioica: i fiori, unisessuali, sono presenti su individui separati. I fiori sono a petali e raccolti in cime. Un albero maschile può produrre abbastanza polline per fecondare fino a 10 piante femminili.

Il pistacchio fruttifica in un ciclo biennale, il che, insieme alle variazioni climatiche, causa grandi variazioni nelle rese e nei prezzi.

Zone di coltivazione a rilevanza internazionale si trovano in Medio Oriente (soprattutto Iran, ma anche Turchia e Siria, anche se quest'ultima in forte calo), in California e, negli ultimi anni, anche in Cina. In Italia vi è storicamente una coltivazione di nicchia: rinomati sono i pistacchi di Bronte ed Adrano alle pendici dell'Etna, tutelati dal marchio DOP "Pistacchio Verde di Bronte". L'Italia è passata da una produzione di 2.400 tonnellate nel 2005 a 2.850 tonnellate del 2012, diventando il settimo produttore al mondo. In Grecia, la cui produzione è in calo ma si attesta attorno alle 10.000 tonnellate, si coltiva un pistacchio dal guscio quasi bianco, con nucleo rosso-verde e con l'apertura del guscio simile alla varietà "Kerman", la varietà maggiormente utilizzata in California. La maggior parte della produzione in Grecia proviene dalla regione di Almyros.

I pistacchi vengono utilizzati sia sgusciati sia pelati, spesso tostati e salati, anche in pasticceria, per preparare gelati, creme, bevande e per la produzione di salumi (mortadella Bologna, ad esempio), o come condimenti per primi e secondi piatti.

I pistacchi, se coltivati in condizioni che espongono la pianta a grandi stress, possono soffrire di contaminazioni con la muffa Aspergillus flavus, che produce nei frutti la tossina insapore aflatossina. Come tutta la frutta a guscio la presenza del pistacchio negli alimenti va indicata per legge in etichetta, ciò al fine di prevenire il possibile scatenamento di una allergia alimentare.



I pistacchi sono costituiti per il 3,9% da acqua, per il 20% da proteine, da carboidrati, 3% da ceneri, 10% da fibre, 7,60 da zuccheri e per l’1,5% da amido.

I minerali presenti sono: calcio, fosforo, potassio, ferro, zinco, magnesio, manganese, selenio, fluoro e rame.

Per quanto riguarda le vitamine troviamo la vitamina A, le vitamine B1, B2, B3, B5, B6, la vitamina C, K e la vitamina E.

Questi invece gli aminoacidi contenuti nel pistacchio: l’arginina, l’acido aspartico e l’acido glutammico, fenilalanina, serina, valina, treonina, tirosina, lisina, leucina, istidina, isoleucina, glicina, prolina, triptofano, cistina, alanina e metionina.

Come tutta la frutta secca il pistacchio è in grado di favorire l’abbassamento del tasso di colesterolo nel sangue riducendo così il rischio di malattie cardiovascolari; infatti la maggior parte dei grassi contenuti nei pistacchi sono monoinsaturi, che a differenza dei grassi saturi contenuti nelle carni rosse, hanno effetti benefici sul fronte della riduzione del colesterolo “cattivo”. La presenza nei pistacchi di sostanze con proprietà antiossidanti, dei fitosteroli e degli acidi grassi insaturi porta benefici al cuore rendendo questo frutto un alimento idoneo per la sua salute.

Uno studio condotto negli Stati Uniti dalla Tufts Univerity, nel Massachusetts, ha rivelato che alcuni componenti ad attività antiossidante come la luteina e zeaxantina sono in grado di arginare il rischio di contrarre malattie agli occhi, soprattutto per gli anziani.

I pistacchi contengono inoltre grassi saturi le cui proprietà sono in grado di apportare benefici nei soggetti con pelle secca.

L’alto contenuto di rame invece può essere d’aiuto nei casi di anemia in quanto questo minerale facilita l’assorbimento del ferro da parte dell’organismo.

Grazie al suo contenuto di vitamina A, di ferro e di fosforo, il pistacchio è un alimento molto indicato come ricostituente del sistema nervoso e sempre grazie alle proprietà di molte sostanze contenute nel pistacchio, come ad esempio gli isoflavoni ed alcuni acidi organici, l’organismo umano, tramite l’assunzione di pistacchi, è in grado di rafforzare le proprie difese nei confronti degli attacchi dei tanto temuti radicali liberi.

Il pistacchio contiene polifenoli con proprietà antiossidanti ed è stato dimostrato, tramite sperimentazione, la sua capacità di lenire le infiammazioni, di combattere i batteri e i funghi.

I pistacchi non contengono sodio e possono quindi essere consumati dalle persone con problemi di ipertensione.

Secondo le ultime ricerche condotte dalla American Association for Cancer Research Frontiers, pare che mangiare una ventina di pistacchi al giorno contribuirebbe a ridurre il rischio di insorgenza del tumore al polmone.

Il pistacchio di Brone presenta delle caratteristiche che lo distinguono sia per la qualità, sia per la grandezza, dagli altri tipi di pistacchio prodotti nelle altre parti del mondo.

Il suo sapore quando fresco è estremamente gradevole, è un frutto molto pregiato che riscontra una grande approvazione anche all’estero dove viene esportato, soprattutto nei paesi europei e nel Giappone grazie alle sue notevoli dimensioni e all’intensa colorazione verde.

Il pistacchio è molto indicato per chi si mette a dieta; infatti contenendo una buona percentuale di fibre e proteine ed essendo molto nutriente, è in grado di calmare a lungo l’appetito permettendo così di mangiare meno durante il pasto che ne segue.

I pistacchi contengono una quantità di proteine maggiore rispetto agli altri tipi di frutta secca; alcuni studi hanno dimostrato come una dieta basata sull’assunzione di proteine e fibre può essere utilizzata per perdere peso.

Un sinonimo di freschezza, quando si acquistano pistacchi, è dovuto al suo peso; se il pistacchio è pesante significa che è fresco. Infatti quando il pistacchio invecchia secca e perde peso.
Per quanto riguarda la conservazione i pistacchi si possono conservare fino a sei mesi, meglio se in un vaso chiuso ed in un luogo asciutto.
Strano ma vero, esiste una società, la Western Pistachio Association, che da tempo promuove le proprietà ed i benefici del pistacchio.

Da recenti ricerche si è scoperto che anche il guscio dei pistacchi contiene antiossidanti; ovviamente non è possibile mangiare il guscio per cui si sta pensando a come estrarre ed utilizzare questa altra proprietà del pistacchio.

Essi sono inoltre ricchi di fosforo, un minerale che contribuisce ad crescere la tolleranza al glucosio. Per questo motivo la loro assunzione è stata valutata come una possibile alleata nella prevenzione del diabete di tipo 2. Infine, la presenza di due carotenoidi rari nella frutta secca rende i pistacchi un alimento utile per la protezione della vista e degli occhi dall'azione dei radicali liberi. In proposito il riferimento è al loro contenuto di luteina e zeaxantina, sostanze che sono state entrambe correlate alla riduzione del rischio di degenerazione maculare causata dall'avanzamento dell'età.



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mercoledì 28 ottobre 2015

I DATTERI




Il dattero è il frutto tipico dell'Africa mediterranea, Israele e di paesi dell'Asia occidentale, originario della zona mediorientale del delta dei fiumi Eufrate e Tigri.

La palma da dattero comincia a fruttificare a partire dal terzo anno d'età e può vivere oltre i trecento anni, arrivando a produrre, nelle annate migliori, fino a cinquanta chili di datteri.

Si tratta di bacche carnose ovate alle estremità, dal sapore molto dolce e gradevole. Il nome “dattero” deriva dal greco daktilos, che significa dito.
I datteri presentano una forma oblunga di colore marroncino-brunastro; al loro interno, contengono un unico seme legnoso, duro ed appuntito; sono avvolti da una sottile e fragile pellicola. I datteri, nelle spighe, si riuniscono in grappoli fitti  da 200 o addirittura 1.000 frutti ciascuno.
Esistono due tipologie di datteri, a polpa dura o molle: i primi sono particolarmente rinomati dai Paesi Arabi, dunque maggiormente coltivati e commercializzati. I datteri a pasta molle, più carnosi, sono apprezzati in particolare nei Paesi Europei ed Americani.
La maggior parte dei datteri viene sottoposta ad un processo di essiccazione, al fine di aumentare la concentrazione zuccherina e di prolungarne i tempi di conservazione. Ad ogni modo, alcune varietà di datteri (si ricordano: Berhi e Hiann) si rivelano adatte per essere consumate fresche. I datteri d'Israele sono sicuramente i più pregiati, carnosi e grossi

La palma da dattero si sviluppa rapidamente: le radici, possenti, scavano nel terreno sostenendo il corpo della pianta e cercando nutrimento negli strati più profondi del suolo.
Il tronco della palma da dattero, ruvido e rugoso, è rivestito da squame, residui dei peduncoli di foglie vecchie. Le foglie, fronde rigide verdastre lunghe anche tre metri, costituiscono una sorta di corona sulla cima dell'albero, tipica caratteristica delle palme. I fiori, raggruppati in pannocchie, sono piccoli e gialli, mentre i datteri sono frutti dolci contenenti un seme legnoso.

Si consuma sia fresco che essiccato. Dal dattero si ricava un particolare tipo di miele ed alcolici derivati dalla sua fermentazione, come ad esempio l'arrak.

Il dattero è conosciuto da molti soltanto come una vera e propria bomba calorica; pochi sono a conoscenza delle numerosissime proprietà terapeutiche di questo frutto di di Phoenix Dactylifera, tanto straordinarie e prodigiose quanto sconosciute ed ignorate.



Dato l'elevato potere energetico, il consumo di datteri è sconsigliato per chi segue un regime alimentare ipocalorico, mentre può essere raccomandato durante le diete energetiche, in particolare in caso di debilitazione fisica e di affaticamento: i datteri secchi forniscono, infatti, circa 253 calorie per 100 grammi. Sono costituiti dal 50-70% di zuccheri (carboidrati), 20-30% di acqua, 2,7% di proteine e 0,60% di grassi. Visto lo scarso contenuto in proteine, i datteri sono adatti anche nelle diete ipoproteiche.
Inoltre, la polpa del frutto è fonte di magnesio: la palma da dattero - in particolare delle zone sahariane - cresce in terreni ostili, sabbiosi e ricchi di Sali di magnesio. A tal proposito, il dattero, che come una spugna assorbe i minerali del terreno, rappresenta una miniera di questo importante minerale (contiene all'incirca 50-60 mg di magnesio per 100 g di prodotto).
Ad ogni modo, il magnesio non rappresenta l'unico minerale contenuto nel dattero; si ricorda anche il ferro, il potassio, il rame, lo zinco, il calcio, il manganese ed il fosforo.
Ad eccezione della tirosina, il dattero contiene anche tutti gli aminoacidi essenziali, seppur in modiche quantità. I datteri contengono anche una modesta quantità di vitamine, soprattutto quelle del gruppo B (B1, B2 e B6).

Chiaramente, i datteri possono essere gustati “al naturale”, avendo cura di prelevarne il seme appuntito prima di mangiare il frutto; in ambito culinario, i datteri si abbinano perfettamente a formaggi e mascarpone, oppure a frutta secca come noci, mandorle o nocciole. Ancora, i datteri sono utilizzati anche per decorare dessert.

Sono ricchi di ferro, vitamine e sali minerali. Contengono zuccheri naturali che li rendono adatti per dolcificare alimenti e bevande. Il consumo regolare di datteri può contribuire ad abbassare il colesterolo. Sono inoltre un vero e proprio antinfiammatorio naturale adatto in caso di raffreddore e irritazioni alle vie respiratorie.

I datteri non contengono colesterolo e presentano una scarsa quantità di grassi. Rappresentano una buona fonte di fibre vegetali e di vitamine del gruppo B, come la vitamina B1, B2, B3 e B5. Contengono inoltre vitamina C. Contribuiscono al buon funzionamento del sistema digestivo, per via della presenza di fibre sia solubili che insolubili e di differenti tipologie di amminoacidi.

Sono una fonte di energia immediatamente a disposizione dell'organismo, per via del loro contenuto di zuccheri naturali, come il fruttosio. Per questo motivo potrete utilizzarli per preparare una colazione energetica, nei frullati di frutta o spezzettati in abbinamento con frutta e cereali per creare un muesli casalingo.

Rappresentano uno spezzafame salutare, soprattutto se si fa attenzione ad evitare i datteri conservati con additivi artificiali e sciroppo di glucosio. Inoltre sono una buona fonte di potassio e risultano allo stesso tempo poveri di sodio. Ciò li rende utili per favorire il buon funzionamento del cuore e della circolazione del sangue.

Sono ricchi di ferro e il loro consumo può risultare utile in caso di anemia. Ecco un rimedio naturale da preparare con i datteri. Chi soffre di stipsi, può provare ad immergere qualche dattero in un bicchiere d'acqua per tutta la notte e a consumare sia il liquido ottenuto, dopo averlo filtrato, che i frutti stessi al mattino per risvegliare l'intestino.

Questi preziosi frutti sono inoltre parte di un rimedio afrodisiaco di origine indiana, che consiste nell'immergere una manciata di datteri nel latte di capra per tutta la notte. Al mattino dovrete frullare i datteri insieme al latte ad aggiungere un po' di miele e semi di cardamomo in polvere, prima di bere il tutto. Chi volesse sperimentare, potrebbe provare a sostituire il latte di capra con del latte vegetale.

Il consumo di datteri è benefico per la vista e per proteggere gli occhi. La loro assunzione, secondo la medicina naturale, può essere utile in caso di tumori a livello dell'addome. In ogni caso i datteri rappresentano un rimedio naturale privo di effetti collaterali. Potrebbero esservi alcune restrizioni nel loro consumo in caso di diabete o di diete particolari. Nel dubbio, è bene consultare il proprio medico.

Per utilizzare i datteri al meglio, potrete ammorbidirli in acqua e frullarli per dolcificare bevande naturali, succhi di frutta, dolci e biscotti. I datteri possono essere consumati sia freschi che essiccati. I migliori sono di provenienza biologica, essiccati al sole e non trattati con sostanze industriali per la conservazione. Tritateli o spezzettateli per utilizzarli come ingredienti nelle vostre torte, per sostituire almeno in parte lo zucchero.

Li potrete aggiungere nella preparazione casalinga delle marmellate, per dolcificarle con un ingrediente del tutto naturale. Un'idea golosa consiste nel rimuovere il nocciolo da datteri e sostituirlo con una mandorla: ecco pronto uno spezzafame salutare per la merenda o un piccolo dessert. Uno snack a base di datteri è un ottimo integratore di magnesio e potassio per gli sportivi durante o dopo gli allenamenti e per tutti nel corso della giornata.





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domenica 4 ottobre 2015

DOLCE O SALATO?



E' difficile dire cosa sia più calorico tra salame e cioccolata o cosa sia meglio tra grassi e zuccheri. Sono due nutrienti da tenere sotto controllo. In questi momenti la scelta spesso è dettata dalla voglie che vengono di questa o quella cosa e difficilmente si riesce ad essere "razionali".
Forse meglio abusare di zuccheri semplici così possono essere meglio smaltiti con attività fisica ed intellettuale. Questi sono infatti utilizzati sia dai muscoli che dal cervello mentre i lipidi - fatta eccezione per alcuni - non sono in grado di oltrepassare la barriera emato-encefalica e quindi essere utilizzati dal cervello.

La maionese potrebbe essere una buona cosa se fatta in casa in modo da prepararla con sani ingredienti: uova, olio extravergine di oliva e limone... ma anche in questo caso un abuso non fa sicuramente bene.

Il dolce e il salato hanno due attività differenti a livello di diversi sistemi, quindi il meglio o il peggio dipende spesso dalla variabilità delle necessità individuali.
Il sale alza la pressione e incrementa la ritenzione idrica. Il dolce ha invece un effetto di stimolo sulla resistenza insulinica e quindi peggiora i parametri relativi alla cosiddetta "sindrome metabolica", oggi tanto diffusa.
Entrambi possono inoltre provocare aumento dell'infiammazione da cibo, a seconda delle modalità di uso e della sensibilità individuale.
La relazione tra il tipo di snack preferito e parametri di salute, come la pressione arteriosa, il colesterolo e la glicemia, è stata analizzata nei giorni scorsi a Houston, dal dipartimento di pediatria del Baylor College of Medicine. Lo studio ha evidenziato come tendenzialmente gli snack salati battano decisamente i dolci quando si parla di qualità della dieta.
Posto che la frutta fresca e i vegetali occupano i primi posti nella classifica dello snack salutare, gli snack salati sembrano essere migliori di quelli dolci perché tendenzialmente meglio bilanciati tra grassi, carboidrati e proteine.
Un cracker contiene generalmente meno zucchero di una fetta di torta o di un biscotto, e al suo posto sono presenti grassi (buoni e cattivi) e una piccola parte di proteine contenuta nella parte farinacea.
Gli snack salati hanno quindi un pochino meno carboidrati e un po' più del resto, con maggior pace dell'ormone Glucagone, antagonista dell'insulina, che è secreto tra un pasto e l'altro e che entrerà in funzione con più facilità.
Inoltre, anche alimenti come le noccioline salate o il panino al prosciutto finiscono nella categoria, apportando un po' più di "calorie nobili" rispetto a quelle "vuote" del solo zucchero.
È interessante notare, per altro, che in questo senso una fetta di torta o un biscotto sono meglio di una caramella, di una lattina di bevanda zuccherata o dello zucchero nel caffè. La torta, il biscotto, il dolcetto contengono comunque nutrienti differenti rispetto al solo zucchero, ingrediente unico della caramella o della bevanda zuccherata.
Vittoria a mani basse per lo snack salato: come quando si parla di pasti, gli spuntini hanno la migliore funzionalità metabolica quando sono bilanciati nei nutrienti (grassi, proteine e carboidrati) e mantengono il senso di soddisfazione a lungo, senza necessità compulsive di corsa alla dispensa, alle macchinette automatiche o al bar.



Quando mangiamo un alimento ingeriamo, insieme a proteine e grassi, anche zuccheri o carboidrati, che possono essere suddivisi in semplici e complessi. I carboidrati semplici sono i monosaccaridi (zuccheri semplici) come il glucosio, fruttosio e galattosio, e i disaccaridi (zuccheri doppi): saccarosio, maltosio e lattosio. I carboidrati complessi (polisaccaridi) comprendono: amido, malto-destrina, cellulosa, pectine, glicogeno e la fibra alimentare. L’amido è costituito da molecole di glucosio lineari (amilosio) e ramificati (amilopectina) in proporzioni variabili. Una parte dell’amido indicata con il termine di “Fibra Alimentare”, pur non essendo digerita, può andare incontro a fermentazione da parte dei batteri del colon. Altri zuccheri sono i polialcoli presenti in piccola quantità nella frutta (sorbitolo), in alcuni alimenti ipocalorici come nelle caramelle da masticare e sostituiscono gli zuccheri.

Una corretta alimentazione prevede un determinato apporto di zuccheri (glucosio), la cui importanza deriva dal fatto che alcuni tessuti, come il sistema nervoso, la midollare del surrene ed i globuli rossi, si nutrono elettivamente di glucosio. Tuttavia, per soddisfare le esigenze quotidiane di questi organi, basta assicurare un minimo introito di carboidrati con la dieta, infatti l’organismo in caso di necessità, riesce a sintetizzare dalle proteine e dai grassi (glicerolo) lo zucchero necessario.

Il consumo di zuccheri, durante l’alimentazione, innalza i livelli di glucosio nel sangue (glicemia), in maniera direttamente proporzionale alla velocità di assorbimento del cibo e soprattutto del tipo di zucchero. Due alimenti con lo stesso quantitativo di zuccheri hanno effetti diversi sulla glicemia post-prandiale, in relazione alla diversa qualità degli amidi e degli zuccheri a parità di valore calorico. In generale la tempistica dell’assorbimento di un alimento varia in relazione alle caratteristiche intrinseche dell’alimento stesso, allo stato di salute dell’apparato digerente, alla presenza o meno di altri cibi nel canale alimentare nonché alla composizione di questi ultimi.
Zuccheri semplici come il miele od il saccarosio, a differenza degli zuccheri complessi, sono assorbiti tempestivamente e provocano un rialzo della glicemia pressoché immediato.

Il meccanismo secondo il quale un cibo contenente zucchero porta ad un innalzamento della glicemia è espresso dall’Indice Glicemico (IG). Quando un cibo rilascia carboidrati lentamente si dice che esso possiede un basso indice glicemico. Altre libagioni hanno alti IG, ciò implica un repentino incremento della glicemia (e della produzione di insulina) che certamente non ha buoni effetti sui pazienti. Il concetto dell’IG prese piede negli anni 80 e fino ad allora si pensava che gli zuccheri fossero responsabili, dopo lo loro digestione, di incrementi della glicemia; oggi sappiamo che ci sono zuccheri in grado di innalzare la glicemia più rapidamente di altri. Pasti formati prevalentemente da grassi e proteine non determinano rapidi innalzamenti della glicemia, viceversa i cibi che nella loro struttura presentano soprattutto determinati carboidrati sono in grado di provocare dei picchi acuti di glicemia. Sebbene l’IG abbia dei limiti, può essere utile la costruzione di una dieta, o comunque di una corretta educazione alimentare, considerando anche il contenuto in carboidrati quantitativo e qualitativo. Una dieta del genere potrà essere particolarmente indicata per pazienti diabetici, sportivi o soggetti che pur non affetti da patologie si presentano con un BMI tale da essere considerati in sovrappeso od obesi. In particolare una dieta in cui si somministrano pochi carboidrati ad alto IG potrà portare ad un buon controllo dei picchi glicemici e quindi alla lunga prevenire le complicanze del diabete determinate proprio da glicemie allo sbando.



Un pasto a base di carboidrati ad alto IG (come per esempio una banana IG=80) provocherà un rapido incremento della glicemia che stimola il pancreas a produrre insulina in grande quantità. Una parte dello zucchero introdotto verrà fatto entrare nelle cellule rapidamente, per cui lo stato di sazietà durerà poco circa 30 minuti, la restante parte dello zucchero che non potrà entrare nelle cellule verrà trasformato in tessuto adiposo. Il “rapido ingresso” dello zucchero nelle cellule porterà nelle ore successive ad una drastica riduzione dello zucchero stesso nel sangue con il rischio di ipoglicemia e si avvertirà quindi il bisogno di assumere nuovi alimenti. A questo punto se si consuma un pasto copioso di carboidrati, viene generato una nuova secrezione di insulina, entrando in un circolo vizioso. Se invece si mangia una mela, - IG basso uguale a 45 - la stimolazione insulinica sarà minore, nel sangue lo zucchero rimarrà per più tempo, lo stato di sazietà durerà più a lungo.

La cosa importante per vivere bene è quindi avere una glicemia il più costante possibile durante il giorno. Tutto ciò porterà a non avere sbalzi glicemici (iperinsulinemia) caratterizzati da sonnolenza postprandiale, giramenti di testa, ed inoltre si potrà mangiare senza ingrassare. Gli IG sono calcolati in base ad un cibo di riferimento, generalmente il pane bianco o lo zucchero. In America l’indice di riferimento è il pane bianco ponendolo uguale a 100. Se si moltiplica l'IG di questa scala per 0,7 si converte l'IG a quello di una scala in cui il glucosio è uguale a 100. L’IG è il rapporto della risposta glicemica tra l’alimento base di riferimento (pane bianco o zucchero) e un altro alimento contenente lo stesso quantitativo di carboidrati (50 grammi). Più l’indice glicemico è alto più lo zucchero è rapido. Quando si vuole valutare l’IG di un cibo lo si somministra in quantità tale da contenere 50 grammi di carboidrati. Viene poi rapportata la risposta a questa somministrazione con quella ottenuta dal cibo di riferimento. L'IG può essere sicuramente un buon ausilio nella scelta dei cibi per una corretta alimentazione, tuttavia non bisogna basarsi solo su di esso per seguire un adeguato regime alimentare. Parimenti importanti sono la quantità e la qualità dei grassi, protidi, fibre, sali minerali e vitamine non ultimo la quantità di carboidrati stessa.

I cibi con IG alto sono quelli con amidi o zuccheri semplici che hanno subito raffinazione (zucchero bianco, farina bianca) o quelli a cui è stato aggiunto zucchero (bibite, caramelle, dolciumi). Esistono delle tabelle che permettono di sapere gli indici glicemici dei vari cibi: i cibi con un alto IG hanno un valore da 70 in su, quelli con IG medio hanno un valore tra i 56 ed i 69, quelli con IG basso meno di 55.
I cibi a basso indice glicemico favoriscono la perdita di peso. Ad esempio sono cibi a basso indice glicemico: yogurt, fagioli, funghi e verdure, le carni, il latte, la pasta (soprattutto se è al dente). I cibi ad alto indice glicemico sono patate, il riso (tranne quello parboiled), la zucca, le carote, le rape, i frutti sugosi come meloni, angurie, ananas, il pane. Ci sono alcuni alimenti come la pizza e la focaccia salata che sembra aumentino notevolmente la glicemia nelle ore successive alla loro assunzione, altri come il riso il cui IG varia fortemente in virtù della composizione e dell’amilosio, inoltre il riso, meno è raffinato, minore è il suo IG. Anche le patate, secondo numerosi studi, presentano un Ig molto variabile tra 67 e 158.

Altro parametro che si deve considerare è il “carico glicemico” che valuta la quantità dei carboidrati in relazione alla qualità. Il carico glicemico si ottiene moltiplicando la quantità dei carboidrati espressa in grammi per l'indice glicemico. Per esempio il fruttosio ha un Ig basso uguale a 20, a differenza dello zucchero che ha un Ig di 66. Se si consumano 10 grammi di fruttosio si avrà un CG di 200, se si consuma altrettanta quantità di zucchero si avrà un CG di 660, ma se si consumano invece 50 grammi di fruttosio il CG sarà 1000. Ecco perché 50 grammi di fruttosio aumentano di più la glicemia rispetto a 10 grammi di zucchero.

Il gusto di ogni individuo può essere modificato. Una scommessa è quella di variare le abitudini alimentari che, molto spesso, sono sbagliate. La ritualità del dolce o del salato può essere modificata, il caffè può essere consumato senza zucchero o quanto meno con meno zucchero che insieme all’eccesso di dolci porterà ad assumere troppi carboidrati. La riduzione degli zuccheri è essenziale almeno fino al raggiungimento del peso forma. L'importante è un giusto apporto di nutrienti. In linea generale, potrebbe essere utile consumare lo zucchero contenuto nei cibi senza aggiungerne altro: i dolci devono per forza essere consumati con il loro contenuto di zuccheri, mentre nel caffè si può fare a meno di aggiungere zucchero. Le bevande zuccherate (succhi di frutta) andrebbero eliminate completamente. In alternativa (ma il problema viene solo aggirato), si possono usare i dolcificanti a basso contenuto calorico.
Almeno per alcuni alimenti, se essi sono assunti insieme a grassi e proteine il loro IG si riduce. Per questo al fine di mantenere una giusto equilibrio alimentare un dolce a fine pasto, se il bilancio calorico è rispettato, è meglio di una bevanda gasata e altamente zuccherina a stomaco vuoto.





venerdì 25 settembre 2015

IL CIBO DELLE MENSE



Per esigenze lavorative o di studio si pranza fuori casa ed è spesso difficile conciliare questo aspetto con la propria dieta.
D'altra parte per i ristoratori non è certo facile associare l'appetibilità e la qualità dei cibi con un prezzo ragionevole. Per questo motivo nelle mense e nei ristoranti più economici si fa un largo uso di alimenti precotti, di aromi artificiali e di condimenti come la panna e il burro.
In questi casi diventa davvero facile cadere in tentazione e commettere errori alimentari anche piuttosto grossolani.
Tutti noi abbiamo però a disposizione degli stratagemmi per difenderci da cibi di scarsa qualità o troppo grassi che rischiano di far lievitare il nostro giro vita.
Una prima colazione nutriente e bilanciata permette di iniziare la giornata con vitalità senza farci arrivare stanchi ed affamati alla pausa pranzo.
Se la verdura è a buffet, è bene mangiarla prima degli altri alimenti. In questo modo si prepara l'ambiente digestivo e, grazie alla presenza di fibra con buon potere saziante, si evitano inutili abbuffate.

Meglio stare lontani dai fast-food anche se bisogna riconoscere che ultimamente sono state introdotte delle proposte "quasi salutari" per soddisfare le esigenze di un pubblico sempre più attento a linea e salute. Se proprio non riuscite a resistere alla tentazione cercate almeno di evitare bevande zuccherate tipo coca cola o alimenti fritti.



La pizza in realtà nasconde molte calorie. Per la precisione questo alimento, tipicamente italiano, non rientra tra gli alimenti ipercalorici ma è facile consumarne grossi quantitativi (una pizza di medie dimensioni pesa all'incirca 250-300 grammi).

Lo zucchero nel caffè, il vino o le bevande zuccherate al posto dell'acqua, l'aggiunta di olio o formaggio grattato e via dicendo. Dieci grammi di zucchero + 15 grammi di olio di oliva + 20 grammi di parmigiano +1 coca cola in lattina apportano, da soli, all'incirca 400 Kcal.

Il problema della pasta è che è un alimento poco saziante e molto calorico (scondita siamo già a 360 kcal per 100 grammi). Tuttavia se la si abbina a della della fibra (verdura) o a grassi e proteine (carne e olio di oliva), l'indice di sazietà aumenta notevolmente. La pasta al tonno, olio di oliva e pomodoro è perfetta, un ottimo esempio di un piatto unico bilanciato ed equilibrato. Anche la pasta con i legumi e pomodoro è bilanciata, così come quella con macinato e zucchine, tanto per fare degli esempi. La pasta alla carbonara lo è meno (mancano le verdure), così come quella con l'olio (mancano le verdure e le proteine della carne).
Quindi, se la mensa propone della pasta con un condimento vario e non troppo ricco di grassi la si può consumare tranquillamente come monopiatto. In caso contrario meglio della carne, ovviamente non troppo unta, con un po' di pane e verdure a piacere.

Le mense aziendali devono rendere nota la quantità dei cibi che propongono.

Un panino con qualche foglia di lattuga e dell'affettato magro è la scelta migliore. Altre scelte salutari sono, per esempio, una macedonia di frutta e qualche noce, un po' di bresaola con abbondante rucola e qualche scaglia di grana.
A parità di prezzo (difficile pensare che un menù fisso a 10 euro sia preparato con alimenti di qualità) cercate di valutare il modo di porsi del personale. Una camicia sporca è segno di scarsa igiene, un menù speciale per i celiaci o proposte dietetiche particolari sottolineano invece l'attenzione del locale.

Chi mangia in mensa è predisposto ad una carenza di acido folico e di altre vitamine termolabili. L'abitudine di tenere in caldo le vivande a causa della prolungata esposizione al calore tende infatti a degradare tali vitamine. Per questo motivo è bene cercare di compensare tale carenza consumando un pasto serale ricco di verdure possibilmente crude.

È un universo di luci e ombre quello della mensa scolastiche in Italia. Un universo in cui è difficile generalizzare, perché sono troppe le differenze tra scuola e scuola, anche nella stessa città. Stando a un recente sondaggio, però, è mediamente buono il giudizio che i genitori danno alla mensa scolastica che giornalmente serve i loro figli. Tutto a posto, quindi? Forse. Ma quanto sono davvero consapevoli le mamme e i papà di quanto e di come mangiano i bambini?
La situazione è variegata sul territorio nazionale, dal momento che ogni Comune decide per conto suo come gestire le mense. In quasi tutti, e in quelli più grandi in particolare, ci sono delle commissioni ad hoc composte da nutrizionisti, dietisti, pediatri, igienisti e medici sportivi, il cui compito è proprio organizzare i menu. Teoricamente, quindi, tutto dovrebbe andare bene, ma nella realtà non è sempre così e ci sono ancora grossi problemi da risolvere.
Il primo è di impostazione e ce lo portiamo dietro dagli anni Venti, quando vennero creati i primi refettori: è considerare che le mense scolastiche debbano coprire il 50% del fabbisogno nutrizionale quotidiano dei bambini. Questa è un’impostazione che andava bene in un’epoca in cui la povertà era diffusa e si voleva andare incontro alle esigenze di quei bambini che a casa avrebbero mangiato poco o nulla. Ma oggi, dopo i cambiamenti sociali del secondo dopoguerra e il boom economico degli anni Sessanta, non ha più senso. È vero che molte commissioni hanno ridotto le quantità e che alcune mense scolastiche sono virtuose, ma in tante altre i piatti per i bambini continuano a essere eccessivi.



Il secondo grosso problema è quello dell’equilibrio nutrizionale, che non sempre viene rispettato. In quasi tutti i menu sono previsti piatti con legumi e cereali, come pasta e fagioli o riso con le lenticchie. Sono piatti unici, ma nella consapevolezza che non tutti i bambini li mangiano, si preparano anche dei secondi. Così c’è il bambino che mangia solo il secondo e un altro, invece, che oltre alla pasta e fagioli si prende pure la carne. In questo modo si dimentica che la mensa deve essere un momento educativo, che deve sia stimolare i bambini ad apprezzare nuovi piatti, ma anche insegnare che alcuni piatti sono ‘piatti unici’ e non hanno bisogno di altro. Invece, così facendo si manca anche di far capire ai genitori che quando preparano un pasto con legumi e cereali serve solo un po’ di verdura e della frutta per avere un pasto completo ed equilibrato. Ma c’è un ultimo problema ed è quello della porzionatura.
È chiaro che ogni mensa debba preparare i pasti considerando il numero complessivo e l’età media dei bambini. Va bene in linea teorica, ma non nella pratica, perché le porzioni non possono e non devono essere uguali per tutti i bambini, ma andrebbero proporzionate almeno rispetto all’età. Così invece passa il messaggio che tutti possano mangiare le stesse quantità e i bambini acquisiscono un modello che poi vogliono applicare anche a casa, chiedendo lo stesso piatto del papà o del fratello più grande. Tutto questo si eviterebbe se la mensa fosse vista, in primis dagli insegnanti, come un fatto educativo al pari delle ore di lezione. Gli insegnanti dovrebbero non tanto controllare ogni alunno, che è una cosa impossibile, ma quantomeno vigilare che non siano date doppie porzioni, che tra l’altro, per disposizione, non sono neanche consentite.
Molto spesso i bambini mangiano a scuola piatti che invece a casa rifiutano. Lo fanno in genere per imitazione, vedendo i loro compagni. Il risultato è che così molti si approcciano a nuovi ingredienti. È vero, però, che a scuola si fa troppo poco verso i bambini fortemente neofobici.

L’obesità infantile è uno dei problemi più gravi riscontratisi durante lo sviluppo. E' brutto sapere che riguarda ben un bambino su tre in Italia.

A questo proposito Ferruccio Fazio, il ministro della Salute ha fornito alle mense scolastiche un vademecum per far sì che i bambini, almeno a scuola, mangino cibi più sani e genuini.
Gli utenti delle mense scolastiche in Italia sono circa 1,5 milioni, a dichiararlo è proprio il Ministero della Salute. L’obesità colpisce il 12,3% dei bambini italiani, mentre il 23,6% è in sovrappeso e ogni anno i casi aumentano.



Ecco allora come cambieranno i menù nelle scuole dei nostri figli:

La pizza, o la lasagna, al massimo una volta a settimana come alternativa alla pietanza tradizionale;
pasta e pane tutti i giorni,
un secondo a scelta tra carne, pesce, uova o formaggi con la possibilità di alternare anche i legumi;
una porzione giornaliera di frutta e verdura, e salumi solo due volte al mese.
Carlo Cannella, nutrizionista dell’Università La Sapienza di Roma e presidente dell’Inran, l’ente pubblico italiano per la ricerca in materia di alimenti e nutrizione, commenta così: «la tabella parla del 35% di apporto calorico giornaliero da assicurare con il pranzo. Considerando che si tende ad attribuire il 20% di ratio energetica alla colazione, percentuale fra l’altro molto difficile da raggiungere con la colazione italiana, il 100% giornaliero è ancora molto lontano». «L’apporto del pranzo dovrebbe essere in realtà - spiega l’esperto - intorno al 40-45 per cento del totale» altrimenti «c’è il rischio che i bambini arrivino a casa affamati e vogliano il panino».
Per quanto riguarda l’equilibrio degli apporti tra i vari componenti (proteine, zuccheri, grassi, fibre) e della scelta dei cibi, Cannella si dice d’accordo con un distinguo: «Mi sembra che ci sia un’eccessiva demonizzazione dei salumi. Il prosciutto cotto e la mortadella sono tra i cibi che i bambini italiani gradiscono di più, e ai quali sono più affezionati».







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lunedì 21 settembre 2015

BIBITE GASSATE



Le bibite gassate non solo non rappresentano una bevanda indispensabile per la nostra salute, ma anche un vero e proprio non-alimento, responsabile della diffusione di patologie come obesità, carie e diabete.

Bere bibite gassate e zuccherate non soltanto comporta implicazioni negative per il nostro organismo e per l'ambiente, a causa dell'inquinamento e dello spreco di preziose risorse idriche, ma anche implicazioni sociali legate allo sfruttamento dei lavoratori. Smettere di bere bibite gassate significa anche boicottare le multinazionali produttrici delle stesse.

Le bibite gassate sono solitamente ricche di zuccheri e di dolcificanti, provocano gonfiore e incrementano, senza che chi le consuma se ne renda particolarmente conto, l'introito giornaliero di calorie; berne una lattina al giorno può provocare un aumento di peso considerevole, rispetto a quanto avverrebbe preferendo l'acqua.

Le bibite gassate pubblicizzate come "diet" spesso non sono altro che un inganno e non di certo un toccasana per la salute. Possono infatti spingere l'organismo a rilasciare insulina al fine di assorbire degli zuccheri che in realtà non arriveranno mai tramite l'assunzione della bevanda. Ne risulta un incremento della produzione di cellule adipose.

L'impiego di dolcificanti artificiali all'interno delle bibite gassate è molto frequente, sebbene vi siano studi scientifici che mettono in guardia dal ricorso ad essi dal punto di vista della salute. L'assunzione di alcuni dolcificanti artificiali sarebbe stata legata al rischio di cancro. Lo stesso zucchero raffinato dovrebbe essere considerato come una vera e propria sostanza nociva per l'organismo.

Alcuni studi scientifici attraverso la campagna volta a scoraggiare il consumo di bibite gasate "The Unhappy Truth About Soda", hanno posto in correlazione il consumo di tali bevande con la diffusione, soprattutto nel mondo occidentale, di patologie del "benessere", quali il diabete di tipo 2.

Consumare bibite gassate pone a serio rischio la bellezza del proprio sorriso. Alcune sostanze contenute in tali bevande infatti contribuiscono a rovinare in maniera grave lo smalto dei denti. Sapete che nel momento in cui vi apprestate a bere una delle più comuni bibite gassate, state esponendo i vostri denti ed il vostro apparato digerente a considerevoli quantità di acido fosforico?

Coloro che consumano bibite gassate in modo quotidiano, o quasi, hanno mai pensato di calcolare l'ammontare del budget familiare destinato ogni anno all'acquisto di bevande il cui consumo non è indice di una sana alimentazione? Smettere di acquistarle rappresenterà un vero e proprio guadagno sia per il portafogli che per la salute.

La presenza di coloranti artificiali di dubbia provenienza all'interno delle bibite gassate dovrebbe mettere immediatamente in guardia ognuno di noi, e soprattutto i genitori che le acquistano per i propri bambini, dal loro consumo. Coloranti come la tantrazina, utilizzata non soltanto nelle bibite gassate, ma anche in caramelle, gelati, yogurt e minestre confezionate, sono stati correlati allo sviluppo di iperattività nei più piccoli.

Il consumo di bibite gassate abitua le papille gustative ad avvertire un sapore artificialmente dolce che verrà ricercato nel momento in cui ci si dedicherà a gustare altre bevande o alimenti, comportando una vera e propria alterazione della percezione del gusto. Diminuendo le quantità di zucchero raffinato consumato giornalmente - e di bevande eccessivamente dolci - si ricomincerà ad apprezzare il reale sapore degli alimenti più salutari.

L'acquisto di bibite gassate in lattina o in bottiglia ha una conseguenza immediatamente prevedibile per l'ambiente: l'incremento del quantitativo di rifiuti prodotti quotidianamente da parte di coloro che le acquistano. Smettere di bere bibite gassate significa ridurre il proprio impatto ambientale ed inquinare di meno.
In passato, alcune delle più note multinazionali produttrici delle stesse, sono state accusate di sottrarre illegalmente acqua potabile alle popolazioni povere dell'India, oltre che di sfruttamento dei lavoratori, stavolta proprio in Italia.



Acidi e zuccheri contenuti nelle bevande gassate favoriscono le malattie: è necessario ridurre drasticamente il consumo, o meglio ancora, evitarle.  Il consumo assiduo di bibite fa male alla salute. Per chi inizia un percorso per il proprio benessere personale, non è difficile mettere a fuoco gli alimenti peggiori per la propria salute. Tra questi ci sono le bevande gassate in quanto sono causa di una serie innumerevoli di problemi per il nostro corpo, che nel tempo favoriscono l’insorgere di malattie anche gravi.

Uno dei primi effetti è l’abbassamento del livello di potassio nel sangue che ha come conseguenza la debolezza muscolare e  anche problemi cardiaci. La perdita di potassio è dovuta principalmente alla presenza di glucosio, fruttosio e caffeina, fra i principali ingredienti delle bibite gassate più diffuse. Segue il fegato, l’importante organo che si occupa della depurazione del sangue: con le bibite lavora tanto, troppo, e si indebolisce. E poi i reni, che filtrano tutti i liquidi, compresi gli acidi delle bibite che trovandosi a passare da questo importante organi possono combinarsi con altre sostanze e formare i calcoli renali. Ma anche se non si arrivasse a questo, alla lunga ne deriverebbe comunque un indebolimento renale.
Bere bibite gassate – in particolare a pranzo – porta ad un incremento di peso (anche con quelle classificate come dietetiche). Le quantità di zucchero contenute nelle bevande gassate più diffuse sono inimmaginabili. Basti pensare che in una lattina di Coca Cola ci sono 39 grammi di zucchero.
Ed ecco il diabete: il consumo di bevande (molto) zuccherate indebolisce la capacità del corpo di gestire il livello di zucchero nel sangue e porta cosi ad un aumento del diabete nella popolazione. E poi non sottovalutiamo la carie e la conseguente possibile caduta dei denti. Gli acidi contenuti nelle bibite sciolgono lo smalto e insieme allo zucchero velocizzano la  carie. L’effetto è simile a quello che si ottiene versando dell’acido sui denti.

Se non ne avete ancora abbastanza le bevande gassate promuovono la formazione della cellulite, stimolano a ritenzione idrica e – acidificando – fanno anche invecchiare più velocemente. Già alcuni anni fa una ricerca condotta dai medici di Harvard (USA) aveva concluso che il maggior responsabile dell’invecchiamento precoce è l’acido fosforico che rende i soft drink gustosi, inoltre questo ingrediente – l’acido fosforico – ha effetti negativi su pelle e  muscoli, e nei casi più gravi può anche comportare gravi sia al cuore che ai reni. Anche se è ormai noto che le bibite gassate sono state oggetto di molte ricerche è bene ricordare che  tutte hanno concluso che consumate abitualmente (cioè qualche volta a settimana) fanno male: nonostante ciò milioni di persone le consumano abitualmente, basta osservare i consumi nei bar, nei fast-food, o i banchi dei supermercati.
L’acido fosforico  inoltre, esso consuma le ossa, indebolendo l’intera struttura scheletrica, abbassando sensibilmente il livello di calcio nell’organismo, e favorendo l’insorgere dell’osteoporosi (che non si previene con latte e  latticini come abbiamo spiegato recentemente).
Altro effetto, ma non certo l’ultimo, legato al consumo di acidi – soprattutto a stomaco vuoto – è quello dell’azione sull’equilibrio acido-basico dello stomaco, che acidificandosi e creando infiammazioni favorisce tutta una serie di patologie dell’apparato digerente.

Le bibite gassate hanno un qualcosa che ci conquistano, che ce ne fanno bere una dopo l’altra tutti i giorni, e di certo vi chiedete: che cosa può esserci di negativo in questa abitudine se, a quanto dicono, queste bevande sono energetiche e danno un senso di sazietà nello stomaco che riducono l’appetito?

Il processo di produzione delle bibite gassate è piuttosto semplice: la miscela di acqua filtrata, diossido di carbonio, edulcoranti (sostanze che conferiscono un sapore dolce) e acidulanti (sostanze che modificano o controllano l’acidità) permette di preparare una bibita rinfrescante che si può bere in qualsiasi punto di ristoro. Tuttavia, i loro inizi e primi sviluppi furono nell’industria farmaceutica, visto che erano utilizzate come tonici per alleviare il mal di testa e l’indigestione.

Sono trascorsi molti anni da quegli inizi e molte sono le varianti di bibite gassate in commercio. Hanno diversi colori, odori e sapori, ma sono tutte effervescenti e analcoliche.

Molte di queste bibite gassate contengono un’alta concentrazione di caffeina. La caffeina è un alcaloide che ha effetti stimolanti sul sistema nervoso autonomo e sul cuore, così che stimola lo stato di veglia e la resistenza alla stanchezza, oltre ad essere un potente vasodilatatore. Tuttavia, questi sono tutti i suoi benefici. Il consumo eccessivo di caffeina provoca dipendenza, mal di testa, aritmia cardiaca, insonnia e ansia. Gli stessi sintomi si presentano se assumete troppo caffè o tè al giorno.

Le bibite gassate devono avere un sapore e un colore accattivante, oltre a doversi conservare in buono stato per molto tempo. È per questo motivo che vengono aggiunti numerosi conservanti, acidulanti e additivi chimici che possono risultare molto dannosi per il sistema renale. Queste sostanze tendono ad accumularsi nei tessuti provocando la comparsa di cellule cancerogene e, a lungo termine, lo sviluppo di un tumore. Non lasciatevi ingannare dal fatto che alcune sono antiossidanti, il vostro organismo ha bisogno di antiossidanti naturali che può trovare nella frutta e nella verdura.

Si crede che, al contrario di ciò che si pensava in passato, le bibite gassate possono avere un effetto negativo sul processo digestivo. L’anidride carbonica presente in queste bevande aumenta l’acidificazione dei succhi gastrici e accelera la loro produzione, che a sua volta accelera la digestione, ma che allo stesso tempo causa reflusso gastroesofageo, acidità e problemi di assorbimento, che possono risultare particolarmente dolorosi nelle persone che soffrono di gastrite o ulcere allo stomaco.

Per evitare i problemi di peso e il diabete, non basta bere bibite gassate light. Dobbiamo avvertirvi che neanche gli edulcoranti sostitutivi dello zucchero possono essere ingeriti in grandi quantità perché sono sostanze che interferiscono su diverse reazioni metaboliche e che provocano danni cerebrali, perdita della memoria e che addirittura favoriscono lo sviluppo di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer.






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