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lunedì 2 maggio 2016

IL BURRO DI ARACHIDI



Il burro di arachidi è un alimento ricavato dalla macinatura di semi di arachidi. Fonti non accreditate ne attribuiscono la paternità ad un farmacista di Saint Louis, George A. Bayle jr., il quale alla fine del XIX secolo inventò questo alimento come sostituto proteico della carne, allora alimento molto costoso e non accessibile a molte famiglie delle classi meno abbienti. Noto è infatti il notevole apporto di proteine vegetali che tale prodotto garantisce, oltre ad un considerevole contenuto di grassi (per lo più monoinsaturi) ed una buona percentuale di fibre ed acido linoleico.

Probabilmente il più famoso produttore di burro di arachidi è l'ex-presidente degli Stati Uniti d'America Jimmy Carter, che ha una piantagione a Plains in Georgia.

La pasta è ricca di acido palmitico, sale e zucchero. Oltre ai grassi, contiene proteine, fibra alimentare, vitamine, calcio, fosforo e potassio.

Il prodotto è analogo al mediorientale tahina, un alimento tradizionale da secoli, diffuso in Grecia, Nord Africa e paesi medio orientali a base di semi di sesamo.

Il burro d'arachidi è un alimento che non può mancare nella dispensa di ogni casa statunitense e viene servito solitamente in sandwich formati da due fette di pane, dove su una viene spalmato il burro d'arachidi (smooth, "cremoso" o crunchy, "croccante" a seconda delle preferenze) e sull'altra viene spalmata la marmellata, solitamente di fragole o mirtilli. Viene anche impiegato nella produzione di prodotti dolciari da forno, come i famosi Scorched peanut cookies, biscotti al burro di arachidi.

Il burro di arachidi è un alimento ottenuto dalla macinatura delle cosiddette noccioline americane (arachidi) ed è molto comune nell’alimentazione statunitense (negli USA si calcola un consumo pro capite annuo di circa 1,5 kg); nel nostro Paese il burro di arachidi è sì conosciuto, ma il prodotto non è mai decollato veramente a livello commerciale.

A grandi linee, la produzione del burro di arachidi avviene nel modo seguente: inizialmente si procede con la tostatura dei semi di arachidi effettuata a una temperatura che si aggira attorno ai 160 °C; i semi vengono poi cosparsi con il 2-3% di sale; si procede in seguito con le operazioni di macinatura e impastatura. L’olio che fuoriesce ha la tendenza a separasi dal burro e a risalire sino alla parte superiore del contenitore; per evitare ciò vengono aggiunte sostanze stabilizzanti, emulsionanti e oli parzialmente idrogenati (questi ultimi invero in quantità piuttosto basse).

La composizione finale del burro di arachidi dipende dal processo di produzione nonché da arricchimenti vari (sale, minerali, vitamine ecc.) o impoverimenti (grassi) e si deve perciò ritenere un alimento variabile.



Tra le qualità nutrizionali del burro di arachidi spicca l'ottimo contenuto in proteine, acido oleico, vitamina B3, vitamina E, magnesio, acido folico, arginina e fibre alimentari. Se viene prodotto conservando i tegumenti esterni (la "pelle" dei semi), il burro di arachidi è inoltre ricco di polifenoli e resveratrolo, lo stesso antiossidante contenuto nella buccia dell'uva e nel vino rosso.
Le arachidi, incluso il burro che da esse si ricava, rappresentano l'alimento più spesso coinvolto in reazioni anafilattiche di natura alimentare (gravi reazioni allergiche sviluppate dallo 0,4-0,6% della popolazione). Un'altra fonte di timori è data dalla possibile contaminazione con aflatossine, sostanze molto pericolose prodotte da alcuni funghi (miceti). Considerati i pericoli per la salute del consumatore, tutte le fasi produttive vengono oggi seguite con particolare scrupolo.
Infine, non dobbiamo dimenticare che il burro di arachidi è un alimento iperlipidico ed ipercalorico; ciò significa che quando lo si assume per sfizio - magari al posto del cioccolato da spalmare come leccornia a fine pasto - non fa certo bene a linea e salute. Questo a causa della combinazione di più elementi sfavorevoli, come la piccola quota di grassi idrogenati, l'elevato apporto calorico e il buon contenuto in acido palmitico (un acido grasso saturoaterogeno). Non sussistono quindi ragioni particolari per consigliare l'assunzione regolare di burro d'arachidi; se piace, si può mangiare tranquillamente, senza comunque esagerare e senza dimenticare il suo elevato potere calorico.

Le fibre e le ceneri alimentari superano spesso il 10% del prodotto.

Le informazioni nutrizionali sono spesso poi confuse dal fatto che ci si riferisce al cucchiaio anziché a 100 g.

Per esempio, i dati di Skippy si riferiscono alla porzione di 32 g.

I grassi contenuti nel burro di arachidi sono (per 100 g): 10,3 g di saturi a catena lunga, 23,7 g di monoinsaturi e 13,9 g di polinsaturi, quasi tutti rappresentati dall’acido linoleico. Da un punto di vista nutrizionale importante il contributo di niacina (vitamina B3, 13 mg per 100 g), di folati (74 microgrammi) e di vitamina E (9 mg): l’alto contenuto calorico e la relativamente piccola quantità che se ne assume rendono comunque questi dati poco interessanti nell’economia globale dell’alimentazione del soggetto.

Le non molte ricerche che promuovono il burro di arachidi in realtà promuovono l’uso generale di vegetali poveri in grassi saturi (noci, nocciole, arachidi ecc.), anche perché è ottimistico sperare che un solo alimento, per di più ipercalorico, possa avere proprietà farmacologiche notevoli.

Il vero problema di questo alimento è rappresentato dalla presenza di grassi trans dovuta ai processi di lavorazione e alla necessità di mantenere morbido e di conservare a lungo il prodotto.

La legge che dal primo gennaio 2006 negli USA ha obbligato a indicare la quota di grassi trans permette al consumatore di scegliere quei prodotti che hanno una quota nulla di grassi trans (per legge se la quota è inferiore a 0,5 g per 100 g si può indicare 0).

Esistono poi burri d’arachidi biologici privi di trans (usano spesso olio di palma biologico per ammorbidire il prodotto), ma il loro costo è decisamente proibitivo rispetto agli eventuali benefici che possono apportare al nostro modello alimentare.

Globalmente, la presenza di molte proteine, di acidi grassi monoinsaturi e di una buona quota di acido linoleico (per chi non lo assume da altre fonti) può essere interessante, ma sicuramente non è controbilanciata dall’ipercaloricità del prodotto.

Inoltre è fondamentale considerare che insieme al burro di arachidi si deve assumere una certa quantità di carboidrati per rendere equilibrato il proprio pasto.

Supponendo di assumere 30 g di burro di arachidi e 100 kcal di frutta si arriva a un’assunzione di 27,7 g di carboidrati, 7,5 g di proteine e 15,1 g di grassi (di cui 7,1 di monoinsaturi) per un totale di circa 280 kcal.



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giovedì 3 dicembre 2015

IL PANDORO



Questa è una golosità tipica veronese, delicata, soffice, "cresciuta", che ha trovato un posto d'onore nelle tavole natalizie italiane. La sua storia è ricca di aneddoti e leggende. L'attuale versione del pandoro risale all'ottocento come evoluzione del "nadalin", il duecentesco dolce della città di Verona. Il suo nome e alcune delle sue peculiarità risalirebbero invece ai tempi della Repubblica Veneziana (prospera nel Rinascimento fino all'esibizionismo grazie al commercio marittimo con l'oriente), dove sembra fra l'offerta di cibi ricoperti con sottili foglie d'oro zecchino, ci fosse anche un dolce a forma conica chiamato "pan de oro". Un'altra storia assegna la maternità del pandoro alla famosa brioche francese, che per secoli ha rappresentato il dessert della corte dei Dogi.
In ogni caso c'è una data che sanziona ufficialmente la nascita del pandoro, il 14 ottobre 1884, giorno in cui Domenico Melegatti depositò all'ufficio brevetti un dolce dall'impasto morbido e dal caratteristico stampo di cottura con forma di stella troncoconica a otto punte, opera dell'artista Dall'Oca Bianca, pittore impressionista.

C'è chi ritiene, invece, che il pandoro nasca dal Pane di Vienna, un pane dolce simile alla brioche, di provenienza asburgica. Tutti questi dolci sono ricchissimi di burro, l'ingrediente che rende il pandoro così gustoso e soffice.

Per la sua ricetta, Melegatti si ispirò a una antica tradizione veronese. Durante il periodo natalizio, precisamente la sera della vigilia di Natale, le donne dei villaggi si riunivano per impastare il cosiddetto Levà, un dolce lievitato ricoperto da granella di zucchero e mandorle. L’inventore del pandoro prese la ricetta del Levà, eliminò la copertura, che poteva ostacolare la lievitazione e aggiunse uova e burro allo scopo di rendere morbido l'impasto.

Il pandoro era nato. Mancava solo la forma. A quella pensò Angelo Dall’Oca Bianca, un pittore di origine veronese, che disegnò lo stampo a piramide tronca e otto punte che contraddistingue il pandoro.



Il pandoro fu subito un successo e in molti cercarono di imitarlo, tanto che passò alla storia la cosiddetta sfida delle mille lire. Centoquaranta anni fa questa cifra rappresentava una piccola fortuna, e fu messa in palio da Domenico Melegatti in persona: gli imitatori che si fossero presentati con un dolce che sfruttava la “vera” ricetta del pandoro avrebbero vinto. Nessuno vinse mai quelle mille lire.

Dal 1884 in poi, questo prodotto ha fatto parecchia strada, sino a diventare uno dei dolci natalizi più apprezzati in Italia. Il primato, come ben sapete, è conteso con il panettone milanese al punto che, ogni anno, noi italiani ci dividiamo puntualmente sulla domanda: pandoro o panettone?

Perché il pandoro si chiama così? Leggenda vuole sia nato da un grido di stupore di un garzone della pasticceria alla vista di questo dolce, dal colore dell'impasto simile all'oro!

Il pandoro tradizionale non viene guarnito internamente con creme o canditi. Con il tempo le case produttrici hanno cercato di differenziare la propria offerta inventando o riutilizzando particolari ricette, ed è oggi possibile quindi gustare il pandoro in diverse versioni, farcito con crema pasticcera o ricoperto da uno strato di cioccolato, ecc. È consigliabile riscaldarlo prima di consumarlo. Sovente il pandoro viene venduto in scatole di cartone con lo zucchero a velo in un sacchettino a parte che gli acquirenti devono versare sul dolce al momento dell'apertura (anche per evitare che lo zucchero a velo con un contatto prolungato con il dolce durante il periodo di confezionamento perda le sue caratteristiche). Trattandosi di un dolce già zuccherato, non tutti ne fanno uso.





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lunedì 23 novembre 2015

LA PANNA MONTATA



La panna montata è una sostanza che si ottiene incorporando aria nella panna da montare, un tipo di panna con un contenuto di grasso di norma dal 30 al 38%. Il prodotto che si ottiene ha una consistenza soffice e schiumosa ed è usato soprattutto in pasticceria.

In essa è consentita l'aggiunta di zucchero al di sotto del 15% o meglio ancora zucchero a velo, volendo anche vanigliato. Lavorando la panna montata con aroma di vaniglia si ottiene la crema chantilly.

In commercio si trova anche la panna spray: panna in bomboletta montata istantaneamente. L'idea di montare la panna in questo modo la si deve a Charlie Goetz che nel 1931 sperimentò l'uso dell'anidride carbonica e del protossido d'azoto. Tuttavia l'uso di bombolette a perdere come siamo abituati oggi fu introdotto nel 1948 dalla Reddi-Wip di Aaron Lapin. Il gas propellente di solito è protossido di azoto, ma può anche essere una miscela di anidride carbonica e azoto. La miscela a base di anidride carbonica è più economica ma ha lo svantaggio di inacidire leggermente la panna a causa della creazione di acido carbonico. Il protossido d'azoto, insapore, di odore leggermente dolciastro e non infiammabile, oltre ad essere solubile in acqua come l'anidride carbonica, ha invece il vantaggio di essere solubile nei grassi della panna e di non inacidire il prodotto. Per questo tipo di panna, la quantità di zucchero mediamente usata è (come riportato nella lista degli ingredienti) il 6,5%.

La panna montata è una delle preparazioni fondamentali per moltissime ricette in quanto si presta a diversi utilizzi; può essere usata per decorare torte e dolcetti, può essere utilizzata per arricchire creme, si può impiegare come base per semifreddi e mousse, mentre se usata liquida serve a insaporire moltissime ricette.

La panna, come tutti sanno, altro non è che la parte grassa del latte, ottenuta o tramite un processo di centrifugazione o tramite un affioramento spontaneo; si tratta, quindi, di un prodotto altamente calorico in quanto contenente circa il 30% di grassi.

Nell’ambito del settore prettamente dolciario si distinguono due diversi tipi di panna da montare, ovvero la panna fresca e la panna vegetale.

La panna fresca è la parte grassa del latte, alla quale si aggiunge solitamente anche dello zucchero, mentre la panna vegetale è un prodotto a base di oli idrogenati che dovrebbero riprodurre il sapore della panna fresca andando però a ridurre l’apporto di grassi e risultando così meno “pesante”.

In realtà la panna vegetale non è meno calorica o più povera di grassi rispetto a quella fresca; una volta montata, infatti, questo tipo di panna risulta molto gonfia a causa della presenza di aria nel suo composto. E’ proprio l’aria a darci quella sensazione di leggerezza, mentre in realtà l’apporto di grassi è sostanzialmente lo stesso.

Sia che si tratti di panna fresca che di panna vegetale, sebbene quest’ultima sia a più lunga conservazione, è molto importante conservare in maniera corretta il prodotto. Questo significa che la panna va tenuta in frigo, al buio, a una temperatura costante ed essere ben sigillata e questo perché l’esposizione alla luce oppure al calore potrebbe causare la proliferazione di batteri e quindi l’insorgere di infezioni come la salmonella.



Montare la panna potrebbe sembrare un’operazione semplice, mentre in realtà ci sono dei piccoli trucchi che vi consentono di ottenere una panna perfettamente montata e soffice.

La prima cosa è conservare la panna ad una temperatura costante che può variare tra i 2 e i 4 C°, temperatura che è necessario mantenere anche quando si sta montando la panna. Per fare ciò si consiglia, specialmente nei mesi più caldi, di riporre sia la panna che gli strumenti che utilizzerete per montarla (ciotola, sbattitore, fruste e così via), per alcuni minuti nel freezer; questo accorgimento vi aiuterà a mantenere costante la temperatura della panna mentre la montate. Per montare la panna in maniera corretta ricordate di girare lo sbattitore nella ciotola sempre nello stesso verso, imparando a capire qual è la consistenza giusta che vogliamo dare alla panna in base, ovviamente, al tipo di ricetta che dobbiamo realizzare. Così per semifreddi, mousse o creme è ideale la panna semi-montata che ha l’aspetto di un composto spumoso, mentre se dovete realizzare delle decorazioni allora la panna dovrà avere una struttura molto più solida.

Nel caso in cui utilizziate una panna non zuccherata, dovete chiaramente aggiungere dello zucchero; il nostro consiglio è quello di zuccherare la panna prima di montarla, utilizzando sia lo zucchero a velo che lo zucchero semolato. Per quanto riguarda le dosi, al fine di non ottenere una panna troppo dolce, vi suggeriamo di orientarvi sui 100 grammi di zucchero per ogni litro di panna.

Per quanto riguarda la consistenza, anche se dovete ottenere un composto abbastanza omogeneo, cercate di fermarvi quando la panna risulterà ben solida, altrimenti correte il rischio di separare la parte grassa da quella liquida e di fare del burro anziché la panna montata!

La panna destinata al montaggio deve presentare alcuni "requisiti" chimico-fisici ben precisi: tenore lipidico compreso tra il 30 ed il 40%, integrità delle micelle di grasso, temperatura di sanificazione relativamente bassa (pastorizzazione), temperatura di conservazione bassa ma non troppo, vicina a 0°C (più o meno "da frigo"), pH MAI acido ed assenza di lavorazioni industriali come l'omogeneizzazione e l'UHT; l'agitazione meccanica e "la natura" (come si suol dire) faranno il resto. In effetti, esaminando la composizione del latte vaccino ci si accorge di come il grasso sia inglobato in micelle, che sono grosse gocce lipidiche avvolte da una sottile pellicola proteica che le mantiene in dispersione acquosa, evitando che si aggreghino in grossi complessi lipidici. Durante la montatura della panna, gli stessi globuli di grasso incorporano una certa quantità di aria che viene trattenuta dalla loro membrana proteica esterna. Inizialmente l'incorporamento di aria risulta irregolare e grossolano: le proteine esterne favoriscono l'incorporamento di aria sotto forma di goccioline e si viene a creare un film a confine fra l'aria ed il siero; con il prosieguo dello sbattimento le bollicine di aria si rimpiccioliscono e si ridimensionano, aumentando di numero; il film si modifica accumulando sempre più globuli di grasso che, creando ponti tra loro stessi e l'aria, conferiscono consistenza e stabilità alla panna montata. In definitiva, si crea un sistema dove la fase gassosa è preponderante.
Per ottenere una buona panna montata sono anche fondamentali la manualità dell'operatore e/o la taratura dello strumento (a seconda del tipo di lavorazione).

I tipi di panna presenti in commercio sono 3, ma solo da uno di questi si può ottenere la panna montata.
Escludiamo fin da subito la panna da cucina; essa ha un tenore di grasso che oscilla dal 20 al 25%, NON MONTA (in seguito capiremo perché) e si presenta con aspetto semisolido, conseguentemente alla formazione del gel caseinico che intrappola i globuli di grasso. A volte, dopo pochi mesi di conservazione, si nota una certa separazione della parte solida da quella liquida che viene reintegrata mescolando il composto.
Anche la panna da caffetteria non è in grado di schiumare; ha un contenuto di lipidi troppo simile al latte, quindi insufficiente (generalmente sul 12%), e se ha subìto il trattamento UHT risulta molto stabile e conservabile a lungo.
Giungiamo infine alla panna da montare, cioè l'unica dalla quale è possibile ricavare la panna montata. Questa ha un apporto di grassi che mediamente si attesta sul 35%, ovvero l'apporto necessario a farle raggiungere fino al 300% del volume iniziale. Nel caso in cui si reperiscano prodotti analoghi ma con percentuali lipidiche inferiori (< del 30%), esse risulteranno decisamente meno stabili; al contrario, con dosi elevate di grassi (fino al 47%), queste saranno particolarmente difficili da montare.

Se il processo non viene effettuato in maniera tecnicamente ineccepibile (sbagliando il tempo, la velocità, il tipo di frusta ecc.), aumenta significativamente il rischio di ottenere l'effetto OPPOSTO allo schiumaggio, ovvero la burrificazione. In sintesi, montando eccessivamente la panna (troppo energicamente o per un tempo eccessivo), si manifesta la separazione delle proteine dai globuli di grasso; questi ultimi, in assenza del rivestimento peptidico, si aggregano (coalescenza) dando vita ad una massa grassa solida che si separa dal siero residuo; quest'ultima, una volta concentrata, prende il nome di burro.

Altri fattori limitanti lo schiumaggio della panna montata sono l'omogeneizzazione, il trattamento termico col calore e l'acidificazione; mentre il primo genera una riduzione del volume e la conseguente dispersione dei globuli di grasso (che perdono la capacità di interagire con le proteine), il secondo e il terzo provocano la denaturazione chimico-fisica dei peptidi compromettendone la capacità emulsionante.

Nonostante la panna da cucina e la panna da montare abbiano una composizione chimica abbastanza simile, la prima NON è in grado di schiumare. Questa caratteristica è dovuta al processo fisico che subisce in fase di lavorazione industriale: l'UHT.
La panna che subisce il trattamento UHT viene esposta ad un aumento pressorio eccessivo, che favorisce la deposizione delle micelle caseiniche nell'interfaccia; in tal caso, al momento del raffreddamento, esse interagiscono vicendevolmente formando un gel piuttosto solido. Tale fenomeno, assolutamente INADATTO alla lavorazione della panna da montare, è invece finalizzato alla stabilizzazione della suddetta "crema da cucina".

Trattandosi un prodotto schiumato, i valori nutrizionali della panna montata corrispondono a circa 1/3 di quelli della "Panna o crema di latte" LIQUIDA, poiché al termine della lavorazione QUEST'ULTIMA raggiunge un volume pari al triplo del liquido originale (2/3 del quale sono costituiti da gas atmosferici).
La panna montata è un derivato del latte ad alto contenuto di grassi, pertanto altamente energetico; anche se in tabella non sono disponibili i valori del colesterolo e la ripartizione degli acidi grassi, è verosimile ipotizzare che la panna montata abbondi sia di acidi grassi saturi, sia di colesterolo. Tutti questi aspetti fanno della panna montata un alimento inadatto alla terapia dimagrante, soprattutto per chi soffre di ipercolesterolemia.
La panna montata contiene pochi grammi di lattosio (carboidrati), peculiarità che la rende inadatta anche all'alimentazione degli intolleranti a questo glucide.
Eccezione fatta per l'ottima concentrazione di vit. A, la panna montata non apporta notevoli quantità di vitamine e/o di sali minerali.
Per tutte queste caratteristiche, la panna montata è un alimento da consumare in maniera infrequente e con porzioni decisamente limitate.



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domenica 5 aprile 2015

Aggiungere Burro al Caffè fa dimagrire ?


Aggiungere burro al caffè
fa dimagrire ?

Si chiama «bulletproof coffee»: il suo creatore, l'imprenditore americano D. A., ha avuto l'idea durante una visita in Tibet. Secondo A., l'aggiunta di burro all'interno della bevanda fornisce un rilascio più graduale di energia e sopprime lo stimolo della fame per un lasso di tempo più prolungato
«You're the cream in my coffee», letteralmente «sei la crema nel mio caffè», è il titolo di una vecchia canzone portata alla ribalta dal grande Nat King Cole. Una ballata romantica, in cui chi canta racconta alla amata di quanto abbia bisogno di lei: come i lacci di una scarpa, come il sale sullo stufato. E poco importa se i puristi del caffè storceranno il naso, poiché ritengono che, per assaporarne ogni sfaccettatura, il modo migliore di bere la bevanda più amata dagli italiani sia senza zucchero né altra sostanza che possa dolcificarne il classico sapore amaro. Anche perché, dopo aver sentito la trovata dell'imprenditore  A., probabilmente il disgusto 
risulterà ancora più marcato.




Sì, perché il businessman americano ha partorito un'idea che, a suo dire, sta trovando milioni di proseliti: quella di mettere il burro nel caffè. Secondo un'intervista rilasciata a Fox News, infatti, aggiungere questo latticino nella bevanda con cui si fa colazione aiuta a fornire energia lungo tutto l'arco della giornata, garantendo altresì sensazione di sazietà: dunque, per quanto paradossale possa sembrare, soprattutto agli occhi di chi non si concede più di un dolcificante per non ingrassare, questa pratica sarebbe perfetta per perdere peso. E non perché induca il vomito: almeno, non secondo il suo creatore.

L'idea per questa nuova bevanda è giunta a  A. addirittura durante una visita in Tibet, dove ci si aspetterebbe per la verità di raggiungere altri tipi di illuminazione, meno legati a marketing e business: l'imprenditore americano ha notato come, in quella regione, siano soliti assumere una bevanda a base di burro e tè. Il «bulletproof coffee», letteralmente «caffè a prova di proiettile», vanta al suo interno un tipo di burro non salato, privo di molti composti infiammatori tipici del burro tradizionale, ed un caffè prodotto da chicchi con bassa tossicità. Inoltre, contiene una miscela di olio di cocco e olio di palma, più digeribili rispetto ad altri tipi di olio, che fornirebbe all'organismo un corretto apporto di acidi grassi salutari. Al contrario del caffè tradizionale, sempre secondo il suo creatore, la durata dei classici effetti stimolanti e di soppressione dell'appetito 
del «bulletproof coffee» risulta notevolmente maggiore.

Prima di arrabbiarci perché il nostro bar di fiducia non fornisce zollette di burro, vale la pena ascoltare anche l'opinione dei nutrizionisti, che inutile a dirsi hanno recepito la novità con un certo scetticismo. Nonostante A.  ritenga che i seguaci del «bulletproof coffee» siano oramai circa tre milioni, stipati soprattutto tra America e Regno Unito, i dubbi riguardo la sua reale efficacia si sprecano. Infatti, sebbene non sia supportata da alcuna evidenza scientifica, teoricamente l'aggiunta di burro può causare un rallentamento della digestione e, di conseguenza, un assorbimento della caffeina all'interno del flusso sanguigno maggiormente graduale. Tuttavia, risulta quanto meno incredibile pensare di perdere peso aggiungendo alla propria bevanda 200 calorie, ovvero sia il corrispettivo in termini energetici dei due cucchiaini di burro consigliati: senza considerare l'incremento del rischio di malattie cardiovascolari, infarto del miocardio ed ictus che l'aggiunta di un alimento ad alto contenuto di grassi saturi alla propria alimentazione quotidiana provocherebbe.

forse aiuta a lavorare di piu' e 
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