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giovedì 25 febbraio 2016

IL COCCODRILLO



Si chiama Crocoburger, e il suo ingrediente “forte” è la carne di coccodrillo, ultima sorpresa del “food globale” che si trovava - e si mangiava - fra i padiglione di Expo Milano 2015.

La carne arriva direttamente dal Paese africano, da allevamenti controllati che si trovano nelle vicinanze del lago Kariba, e vengono macellate al terzo anno d'età del coccodrillo in modo da farle rimanere tenere e gustose. Colore è chiaro, sapore dolciastro simile al pollo: sino ad oggi lo Zimbabwe ne ha importate una tonnellata. Il Crocoburger è servito assieme a con formaggio filante, patate al forno cotte con farina di baobab ed una bibita gassata che unisce il sapore dell'uva rossa al frutto di baobab e ai fiori di sambuco.

"In tutto il mondo si mangia il coccodrillo - spiega Georges El Badaoui, console dello Zimbabwe a Milano - e anche in Europa è considerato un cibo appetitoso e prelibato.

Le sue carni sono molto proteiche, magre, con pochissimo colesterolo e ricche di Omega 3, 6, e 9, insomma l'ideale per una dieta sana e corretta. L'Italia è l'unico Paese dell'UE in cui non si mangia ancora carne di coccodrillo. Grazie a Expo abbiamo potuto finalmente far provare questa nostra specialità. Abbiamo già immaginato alcuni piatti: pasta al ragù di coccodrillo con cipolla di tropea, pomodoro pachino, pesto al basilico ligure dop con aglio di vessalico e coccodrillo: un mix che nasce dal meglio delle due cucine".

"Quella di coccodrillo è la carne bianca con i più bassi livelli di grasso, meno del pollo e del pesce - ha spiegato il direttore del padiglione Zimbabwe, Nicholas Moyo -. Si può cuocere in vari modi, fritta, o alla brace come una bistecca. Qui abbiamo optato per l'hamburger. Non avendo un ristorante in cui ci si può sedere, quella dello street food ci è sembrata la formula più comoda".

Proprietà nutrizionali riferiti a 90 grammi di prodotto:

186 calorie
5 grammi di grassi
30 grammi di proteine
E’ difficile pensare alla carne di coccodrillo come una carne appetibile a causa del suo aspetto poco rassicurante, ma sappiate che la carne di coccodrillo è molto diffusa nei paesi dove vive e quindi Asia e Africa. Nutrizionalmente la carne di coccodrillo ha un sapore molto simile ad un incrocio tra pollo e granchio.



Una porzione di 90 grammi è in grado di fornire un enorme quantità di proteine circa 30 grammi che sono il 30%.

Non c’è nessuna carne che ha un valore simile, solo il parmigiano che però contiene molti grassi. Il coccodrillo ha un alto contenuto di potassio, ferro e vitamina B-12. La pelle del coccodrillo è ricca di pectina, che è efficace nella prevenzione e nel trattamento dell'osteoporosi. La Carne di coccodrillo ha anche un basso contenuto di colesterolo e di sodio ed è relativamente povera di grassi ed è una delle fonti proteiche più potenti in circolazione.

Tanto crescente è la fama del coccodrillo come carne dalle proprietà salvifiche che in Australia, nella provincia di Brisbane, sono sorti numerosi allevamenti e si sono ingranditi quelli che già lavoravano per la produzione del pellame in modo da esportare verso la Cina e soprattutto verso Taiwan.

Ma al di là della medicina cinese, il coccodrillo da allevamento è meno grasso, contiene meno calorie e più proteine di tutte le carni comunemente in commercio come pollo, maiale e anche il pesce. E non è solo una questione di grasso: il coccodrillo ha pochissimi acidi grassi saturati (causa dell’aumento del colesterolo nel metabolismo umano) e molti acidi grassi monoinsaturi (che agiscono invece come riduttori del colesterolo).

Il sapore non è affatto spiccato, la carne bianca somiglia a quella del pollo da vedersi ma ha la consistenza della coda di rospo e anche il gusto gli somiglia.





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mercoledì 4 novembre 2015

CIBI CONTRAFFATTI



Si chiama “Italian sounding” ed il fastidioso fenomeno dell’imitazione di prodotti italiani all’estero  ben conosciuti e apprezzati, per vendere a prezzi maggiorati prodotti di scarsa qualità. E l’Italia ogni anno perde qualcosa come 26 miliardi solo in Europa, ma se si riuscisse a combattere tale fenomeno in tutto il mondo potrebbe rientrare, ogni anno, di quasi 60 miliardi di euro.  E’ la fotografia che emerge dall’ultimo rapporto di Legambiente e  Movimento Difesa del Cittadino  sulla sicurezza alimentare realizzato grazie ai contributi dell’Agenzia delle Dogane, Carabinieri per la Tutela della Salute (Nas), Carabinieri per le Politiche Agricole e Alimentari (NAC), Capitanerie di Porto, Corpo Forestale dello Stato, Ispettorato Centrale della Tutela della Qualità e Repressione Frodi (Icqrf) e Ministero della Salute.

Uno sguardo su “contraffazioni, usurpazioni dei marchi, dell’origine italiana dei prodotti e di tutta la qualità che la nostra tradizione enogastronomica rappresenta – scrive Legambiente -. Già nel primo rapporto del 2004 raccontavamo dell’uso illecito della denominazione protetta da parte di prodotti non certificati, quali formaggi e oli extra vergini. Nel 2012, da nord a sud dello stivale, oggetto di sequestri e sanzioni sono stati oli deodorati, vini falsi venduti in nero, formaggi imitati, prodotti ittici anonimi e pomodoro cinese spacciato come italiano. Un caso eclatante è rappresentato dal settore del vitivinicolo, nel quale, ad esempio ICQFR ha registrato il maggior numero di sequestri (il 47%), pari ad un valore di  oltre  20 milioni di euro.  Non minori gli illeciti rilevati dalle indagini dei  NAC sulla filiera del pomodoro, con particolare riferimento alle produzioni Dop San Marzano e biologico: evocazione in etichetta e sui documenti di vendita di falsi marchi Dop, falsi disciplinari di qualità, assenza di tracciabilità”.

Dedicando il consueto spazio alla situazione nazionale, l’edizione 2013 del rapporto contiene anche un focus sui principali scandali alimentari avvenuti a livello europeo dal 2000 ad oggi. Una panoramica, il cui denominatore comune è rappresentato dalle emergenze sanitarie che hanno portato ad importanti cambiamenti a livello normativo, volti a tutelare il consumatore e la sicurezza degli alimenti.

“Il consumatore continua ad essere ancora vittima inconsapevole delle frodi alimentari  -  dichiara Antonio Longo, Presidente del Movimento Difesa del Cittadino -. Da quando si verificò l’epidemia della Bse, responsabile di ben 225 morti in Europa, il livello di attenzione istituzionale e sociale ha posto nuovi problemi da risolvere e sfide da raccogliere. Tanti i progressi, ma lunga ancora la strada per una vera tutela del consumatore e del Made in Italy.”.

Uno dei principali fattori che favoriscono questo tipo di situazioni è che  per i prodotti alimentari scambiati all’interno dell’Unione europea non esiste, ad oggi,  alcun tipo di restrizione.



La contraffazione alimentare è la sostituzione totale di una sostanza alimentare con un’altra il cui pregio è nettamente minore. Per fare un esempio pratico: la vendita di olio di semi spacciati per olio di oliva, oppure la vendita di margarina “mascherata” da burro. Può accadere, inoltre, che a sostanze sane si vadano a sostituire sostanze pericolose per la salute.
Diversamente si parla di adulterazione alimentare quando ci si riferisce a quelle operazioni che prevedono la modificazione di componenti di un prodotto alimentare per ricavarne un maggiore rientro economico, come ad esempio la vendita di latte parzialmente scremato come latte intero; in questo caso non si arrecano danni alla salute.
La sofisticazione alimentare è rappresentata dall’aggiunta fraudolenta di sostanze estranee per coprire eventuali difetti e migliorare l’aspetto estetico; in questo caso si può arrecare danno alla salute. Nel caso invece, di alterazione alimentare la variazione non è provocata dall’uomo in modo voluto, ma si tratta di modifiche di tipo degenerativo o spontaneo, legate ad esempio ai tempi di conservazione.

In Germania si beve il «Kresecco», in Argentina il «Bordolino»; in Spagna si mangia la «Mortadela Siciliana», in Argentina la «Provoleta». E poi c’è il «Parmesan» australiano, con la garanzia «perfect italiano» sulla confezione, mentre la tedesca «Zottarella» è accostata a basilico e pomodoro a evocare la nostra bandiera.
Sono solo alcuni dei paradossali prodotti «italian sounding» che la Coldiretti ha scelto di mostrare nel suo Padiglione a Expo: una galleria a prima vista esilarante, ma che nella realtà comporta una perdita che Roberto Moncalvo, presidente della maggiore associazione agricola italiana, quantifica in 60 miliardi di euro di fatturato e 300 mila posti di lavoro. Come risposta, all’assemblea nazionale di Coldiretti il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina ha ricordato le 500 azioni di tutela del «made in Italy» agroalimentare in Europa e nel mondo: «Abbiamo sfruttato meglio di ogni stato membro dell’Ue la protezione prevista dalla normativa europea. Dobbiamo insistere per arrivare al consumatore, per aiutarlo a distinguere le nostre eccellenze dai falsi».

Una battaglia che vede Coldiretti e il governo nazionale in sostanziale convergenza di intenti, così come quella recente sul formaggio prodotto con latte in polvere, più volte evocata in assemblea. Anche qui, ha insistito Moncalvo, «non è solo un attacco a 36 mila stalle, ma all’identità italiana nel suo complesso».
Peraltro, i dati portati in assemblea parlano di un agricoltura in recupero, con un 7 per cento di aumento trainato da vari fattori: ripresa economica, tasso di cambio, ma anche l’effetto positivo dell’Expo, quantificato da Coldiretti per esempio in una crescita del 5,9 per cento delle presenze alberghiere, soprattutto straniere, nel primo mese dell’esposizione.
Positivi anche i dati sull’occupazione: il settore registra un aumento del 6,2 per cento, che sale al 12 per cento considerando i giovani con meno di 35 anni. Quest’estate si stima che quasi 200 mila giovani troveranno lavoro in ambito agroalimentare; già il settore dà opportunità di occupazione a circa 1,6 milioni di lavoratori, con il comparto ortofrutta leader con 374 mila unità lavorative, seguito da quello della carne (350 mila). Tali numeri annoverano 322 migranti regolari, senza i quali, ha rimarcato Moncalvo, «la qualità del nostro cibo non sarebbe possibile: vanno ringraziati per l’aiuto a dare dignità e futuro al nostro lavoro, e vanno tutelati contro sfruttamento e lavoro nero».

Parlando di sfruttamento, Rolando Manfredini, responsabile dell’Area Sicurezza Alimentare e Produttiva dell’associazione, segnala che la produzione di piatti e prodotti alimentari falsamente italiani, sui quali verte la mostra sul «made in Italy sfregiato», avviene in un Paese su quattro. «Al contrario di quel che si pensa, a taroccare i nostri prodotti non sono i Paesi poveri ma soprattutto i più ricchi o emergenti: Stati Uniti, Australia, Cina, Canada, Germania.
Basti pensare che il 99 per cento dei formaggi “italiani” venduti negli Usa è realizzato in California e Wisconsin. In Canada hanno registrato un loro finto San Daniele, così quello vero non si può vendere. Accanto ai nomi storpiati, alla descrizione del prodotto come italiano, ciò che irrita è l’appropriazione del territorio, con la quale c’è chi garantisce di vendere un “Parma Salami Genova” (rumeno), un Chianti bianco (svedese), un “Firenza Salami” (tedesco), un “Finocchiono” Milano (americano), un “Salame Toscana” (danese)».
Ci sono anche dei kit per farsi in casa «autentici» ricotta e mozzarella, oppure un barolo «invecchiato» per soli 28 giorni. Con il kit peraltro il vero falsario diventa il consumatore americano o canadese. Completano la mostra le immancabili allusioni: il «Caffé Mafiozzo», prodotto in Bulgaria, la «Salsa Maffia», prelibatezza belga, il «Fernet Mafiosi», tedesco così come la salsa «Palermo Mafia shooting». Al confronto, meglio gli immancabili paisà baffoni sui prodotti «made in Australia».




Gli italiani, secondo numerosi sondaggi, sentono molto il problema della sicurezza alimentare e vorrebbero avere maggiori certezze riguardo il cibo che acquistano e che consumano, soprattutto in relazione ai nuovi fenomeni come il cosiddetto “Italian Sounding”, la pratica imitativa che lede l’immagine del prodotto italiano.
Il concetto di “Italian Sounding” è legato a quello di agro pirateria, con una evidente connotazione negativa che spesso si associa a un inflazionato e non sempre accertato “made in Italy” in ambito alimentare. Con Italian Sounding si definisce un nome di un prodotto alimentare riconducibile alla tradizione agroalimentare italiana; un caso tipico è quello del “Parmesao”, il cui nome evoca immediatamente il “parmigiano” ma che invece è un formaggio che gli assomiglia per forma e sapore ma la cui origine non è quella del parmigiano originale.
Insomma, produttori e distributori utilizzano semplicemente un nome che “suona italiano” per tentare il consumatore, perlopiù straniero, all’acquisto di un prodotto che evoca le bontà gastronomiche italiane, ma che di fatto cela una vera e propria frode alimentare.
Si tratta, quindi, di un fenomeno che nella valutazione dei danni causati da vendita non conforme alle leggi vigenti, ha certamente un suo peso e che richiede un monitoraggio serio e puntale, tanto più necessario quanto in relazione ai maggiori e esponenziali sviluppi a livello globale dell’industria alimentare e dell’impatto economico che essa ha sulla società.
Vi è da tenere presente che la crescita del fenomeno della contraffazione alimentare avrà diverse ricadute negative, tra le quali:
- Minacce e danno sulla salute e sulla sicurezza dei consumatori;
- Contrazione fiscale;
- Contrazione del Pil dei paesi coinvolti;
- Diminuzione del fatturato delle aziende “oneste”;
- Calo della fiducia dei consumatori;
- Complessivo danno per l’economia e al “made in Italy”.

Tra i metodi più efficaci per contrastare il fenomeno della contraffazione alimentare vi sono:
- Obbligo normativo sul luogo di origine del prodotto;
- Maggiori controlli da parte degli organi di vigilanza;
- Sistemi di tracciatura automatica;
- Sanzioni più severe;
- Maggiori risorse umane dedicate allo smascheramento della contraffazione alimentare;
- Collaborazione tra organi pubblici e privati;
- Certificazioni di qualità;
- Brevetti;
- Marchi aziendali e collettivi;
- Riconoscimenti quali Dop, Igp ecc.

Ma come si può difendere, invece, il semplice consumatore? Prima di tutto utilizzando la sua conoscenza delle materie prime, la loro storia, la loro provenienza ecc. Poi prediligendo cibi sani, cucinati direttamente in cucina e, a fronte di situazioni sospette, rivolgersi prima al gestore del negozio nel quale è stato acquistato il prodotto e poi, se necessario, rivolgersi agli organi competenti.

La contraffazione è un reato penale e come tale va perseguito dalla legge, che in materia lo tratta seguendo i seguenti articoli:
Art. 473: “Chiunque contraffà o altera i marchi o segni distintivi, nazionali o esteri, delle opere dell'ingegno o dei prodotti industriali, ovvero, senza essere concorso nella contraffazione o alterazione, fa uso di tali marchi o segni contraffatti o alterati, è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a lire quattro milioni.”.
Art 474: "Chiunque, fuori dei casi di concorso nei delitti preveduti dall'articolo precedente, introduce nel territorio dello Stato per farne commercio, detiene per vendere, o pone in vendita, o mette altrimenti in circolazione opere dell'ingegno o prodotti industriali, con marchi o segni distintivi, nazionali o esteri, contraffatti o alterati è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a lire quattro milioni".

La merce contraffatta può essere venduta in circuiti e canali distributivi vari, ad esempio mercati, bancarelle, Internet ma anche negozi classici.
A questo proposito, la Guardia di Finanza offre diversi consigli per fare attenzione a non compiere acquisti che potrebbero frutto di contraffazione:
- Porre molta attenzione agli acquisti fatti tramite Internet.
- Diffidare delle vendite porta a porta.
- Valutare sempre attentamente il rapporto qualità/prezzo (se un olio extravergine di oliva è venduto a poco dovrebbe sempre far insospettire)
- Controllare sempre attentamente le etichette e la conformità della confezione, che non sia ammaccata, che l’etichetta sia chiara e ben leggibile e che l’inchiostro non sia cancellato.





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giovedì 1 ottobre 2015

GLI SPAGHETTI




Joe Bastianich ha scelto gli spaghetti al pomodoro per rappresentare la sua visione di Expo 2015. AIDEPI (Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta) sostiene questa candidatura: “Gli spaghetti al pomodoro sono anche per noi il piatto simbolo di un’alimentazione sana ed equilibrata che trova nei carboidrati complessi la scelta vincente in chiave di gusto e salute. E’ anche la ricetta di pasta più amata dagli italiani”. Dati Doxa/AIDEPI, il 67% dei nostri connazionali preferisce gli spaghetti a qualsiasi altra tipologia di pasta e il sugo di pomodoro, con il 28% delle preferenze, “batte” ogni altro condimento. Omaggio alla ricetta di pasta più amata e imitata al mondo. Tra rivisitazioni dei grandi chef, storia, letteratura e stereotipi duri a morire…

Joe Bastianich, che ha scelto gli spaghetti al pomodoro come ricetta per rappresentare il suo modo di vedere l’Expo di Milano, ha spiegato la scelta alla sua maniera: “E’ la ricetta più semplice, bella e buona, come me". Nel suo giudizio sugli spaghetti al pomodoro, scopriamo però che il giudice di Masterchef è in buona compagnia. Gli spaghetti hanno successo anche in Usa, dove 8 americani su 10 mangiano pasta una volta a settimana e per il 40% di loro gli spaghetti sono il formato senza rivali… tanto che anche per la festa di San Patrizio fanno furore sul web ricette in versione green, come gli spaghetti all’avocado rilanciati su Foodsta.com, uno dei blog più seguiti negli States.
Stessa musica anche nel Bel Paese: per gli italiani sono gli spaghetti il formato preferito. E la salsa al pomodoro il condimento più amato. Candidando quindi questo piatto, dall’alto dei nostri consumi (siamo leader mondiali con 26 kg pro capite), a ricetta più amata e consumata al mondo. Secondo una ricerca Doxa/AIDEPI, il 67% dei nostri connazionali preferisce gli spaghetti a qualsiasi altra tipologia di pasta, battendo, anche se solo di un’incollatura, la pasta corta (64% per fusilli, rigatoni penne), mentre lasagne, farfalle, tagliatelle e cannelloni (tutti con gradimenti compresi tra il 28% e il 35%), restano indietro di parecchie lunghezze. Tra i condimenti preferiti dagli italiani, vince proprio il sugo con il pomodoro (28%), davanti al ragù di carne (26%) e, lontanissimi, frutti di mare, carbonara e pesto alla genovese (tutti tra il 5% e il 7%).
Anche sul web lo spaghetto “batte” tutti i formati concorrenti: con 122 milioni di citazioni nella ricerca su google, solo le penne riescono a tenergli, in qualche modo (20 milioni di citazioni), testa, mentre tutti gli altri formati più noti (dai rigatoni alle tagliatelle, dalle fettuccine ai tonnarelli, dalle farfalle ai paccheri ai fusilli) insieme raggiungono appena i 18 milioni di ricorrenze.
“Condividiamo la scelta di Bastianich – afferma Riccardo Felicetti, Presidente del Gruppo Pasta di AIDEPI – e accettiamo anche noi di sostenere, come AIDEPI, gli spaghetti al pomodoro come piatto simbolo dell’EXPO, perché rappresenta alla perfezione un’alimentazione sana ed equilibrata che trova nei carboidrati complessi la scelta vincente in chiave di gusto e salute. Gli spaghetti al pomodoro sono probabilmente la ricetta simbolo della cucina italiana nel mondo, quella che più ci rappresenta. E noi siamo orgogliosi di avere contribuito a costruire questo mito del Made in Italy alimentare. Un piatto ‘perfetto’ proprio perché semplice, iconico perché immediato, evocativo nei suoi colori e nella sua genuinità. Expo è il momento ideale per riscoprire la tradizione e la modernità di questo piatto”.
Spaghetti o vermicelli (dunque) di grano duro, pomodoro San Marzano o pomodorino del Piennolo, olio extravergine di oliva e una foglia di basilico: si dice che il piatto di pasta più difficile per uno chef sia proprio questo, perché la semplicità della pasta è al contempo raffinatezza ed equilibrio.



È arduo definire gli spaghetti un’invenzione: si tratta, in effetti, del semplice "sfruttamento"  di una risorsa naturale, il frumento. Tale alimento è conosciuto da circa 10.000 anni ed è davvero da moltissimo tempo che l'uomo coltiva, raccoglie e frantuma frumento per ottenerne farina.

Questa, impastata con acqua e poi cotta o sulla pietra o in acqua bollente, creava una pietanza dal sapore gradevole e di facile impiego, che poteva essere condita a piacimento. Non è dunque corretto sostenere che fu Marco Polo a introdurre tale cibo in Italia nel 1295, al suo ritorno dalla Cina, in quanto l’Italia ne faceva già abbondante uso.

Meglio affermare che gli spaghetti, come i maccheroni, sono nati per sfamare il popolo dei paesi che coltivavano il frumento, ma che l’Italia è sicuramente il paese che li ha resi famosi e ne ha coltivato la tradizione e il consumo.

Un nuovo ritrovamento archeologico mette forse la parola fine alla querelle che da anni vede contrapposti italiani, cinesi e arabi: chi ha per primo inventato gli spaghetti?

La stampa internazionale, infatti, ha dato largo spazio a una scoperta effettuata nella cittadina di Laja, nei pressi del fiume Giallo, nella zona nord ovest della Cina: un team composto da archeologi dell'Istituto di Geologia e Geofisica dell'Accademia delle Scienze Cinese, insieme ai colleghi dell'Istituto di Archeologia ha infatti ritrovato un piatto di spaghetti che è risultato avere circa 4.000 anni.

A quanto risulta dai primi accertamenti, il pasto venne interrotto a causa di un terremoto o di qualche altro evento del genere e il piatto è stato ritrovato capovolto e ricoperto da tre metri circa di sedimenti. Foto e testimonianze dell'avvenimento sono state pubblicate in esclusiva dalla rivista scientifica Nature .

Gli esami effettuati dagli scienziati cinesi hanno confermato ciò che alcuni esperti già sostenevano da tempo: sono stati i cinesi e non gli italiani o gli arabi a inventare gli spaghetti per primi.

"L'argomento è da sempre presente nelle discussioni a cena tra italiani e cinesi – spiega Beniamino Natale, corrispondente da Pechino dell'agenzia di stampa italiana Ansa – ma se loro hanno sempre sostenuto di averli inventati, noi italiani abbiamo risposto che li abbiamo sempre cucinati meglio ".

Leggenda vuole che sia stato Marco Polo a raccontare in Italia dell'esistenza di questo tipo di pasta . " Qui in Cina, sempre bonariamente, oltre a sostenere di avere inventato tutto loro, e quindi naturalmente anche gli spaghetti, ci accusano perché proprio con Marco Polo avremmo sottratto i segreti di tale arte " prosegue Natale.

La storia degli spaghetti inizia oltre mille anni fa. Oggi, grazie ai documenti ritrovati e alle testimonianze in diversi scritti, anche gli esperti italiani riconoscono la paternità cinese dell'invenzione. "Questa scoperta non mi stupisce" rivela Paolo Petroni, consigliere nazionale dell'Accademia italiana della cucina e autore "Spaghetti amore mio" , (Edizioni Il Centauro – 2005). "Era già abbastanza noto che fossero stati loro i primi a creare gli spaghetti in tempo remotissimo, la datazione era incerta. Ma la vera disputa riguarda lo spaghetto essiccato, del quale non sappiamo quasi nulla ".

L'arte dell'essiccazione è la vera discriminante nella produzione degli spaghetti: deve avvenire dall'interno verso l'esterno, e non viceversa altrimenti la pasta marcisce. I primi documenti italiani in cui la pasta essiccata – e cioè a lunga conservazione, così come la conosciamo oggi – viene nominata, risalgono al 1100, molto prima del 1295, anno in cui Marco Polo scrisse il Milione. "Furono gli arabi a portare in Italia gli spaghetti – sostiene Petroni –; alcuni testi rivelano come in Sicilia, intorno all'anno 1000 , fossero già presenti e da lì esportati in tutto il Mediterraneo ".

Ma non si sa con certezza se il procedimento di essiccazione venne inventato dagli arabi o se lo impararono da qualcun altro . "Manca nella ricostruzione storica l'anello di congiunzione tra l'invenzione cinese della pasta fresca e l'inizio dell'uso dell'essiccazione " conferma il consigliere nazionale dell'Accademia italiana della cucina.

Come hanno accolto in Cina questa notizia? "Al momento, dalle nostre fonti ufficiali, non risulta alcuna notizia riguardante il ritrovamento di spaghetti atavici : non posso pertanto confermare la veridicità della notizia da parte cinese ", spiega Paolo Alberto Volpe di China Radio International .

Anche se in base agli ultimi ritrovamenti e ad alcuni documenti pare ormai certo che non furono gli italiani a inventare gli spaghetti, quello che è certo è che oggi questo prodotto viene associato immediatamente al "Bel Paese" in tutto il globo. "Questo – dice ancora Pieroni - è dovuto a un semplice fatto: solo in Italia c'erano le condizioni climatiche ideali affinché questo processo si verificasse al meglio. Una tradizione poi completamente persa negli anni negli altri Paesi". I primi pastifici della storia risalgono al 1794, a Savona, e nelle zone limitrofe, come Genova e Imperia . Solo negli anni successivi si diffusero anche a Napoli e nel resto del Paese.



La prima attestazione della pasta essiccata in Italia e dell'esistenza dell'industria della pasta si rintraccia nella descrizione della Sicilia tramandataci da Idrisi al tempo di Ruggero II. Nel Libro di Ruggero pubblicato nel 1154, Al-Idrisi, geografo di Ruggero II di Sicilia, descrive Trabia, un paese a 30 km da Palermo, come una zona con molti mulini, dove si fabbricava una pasta a forma di fili leggermente arrotondati, chiamata 'itrya' (dall'arabo itryah che significa "focaccia fine tagliata a strisce", queste ultime sono prodotte ancor oggi dalle massaie di Puglia e di Sicilia, e vengono chiamate con il termine dialettale trija), che veniva spedita con navi in abbondanti quantità per tutta l'area del Mediterraneo sia musulmano che cristiano, dando origine ad un commercio molto attivo, che dalla Sicilia si diffondeva soprattutto verso nord lungo la penisola italica e verso sud fino all'entroterra sahariano, dove era molto richiesto dai mercanti berberi.

Nell'opera del poeta e commediografo napoletano Antonio Viviani, “Li maccheroni di Napoli”, pubblicata nel 1824, compare invece per la prima volta il termine spaghetti (inteso come diminutivo-vezzeggiativo della parola ''spago''), e vi sono illustrate le varie fasi della lavorazione. Le fonti letterarie anteriori, invece, utilizzano per descrivere lo stesso alimento, in alternativa rispetto a "spaghetti", le parole ''vermicelli'', "maccheroni" o ''maccaroni''.

Per quanto riguarda il tipo di consumo, in origine gli spaghetti, come tutte le paste asciutte, erano perlopiù conditi di solo olio d'oliva, formaggio e pepe. Solo tra la fine del XVII sec. e gli inizi del XVIII si afferma l'uso di condire la pasta con il pomodoro. La prima testimonianza in tal senso è iconografica e si ritrova in un presepe napoletano databile agli inizi del settecento, conservato nella Reggia di Caserta, nel quale due contadini arrotolano attorno alla forchetta i primi spaghetti colorati di rosso. Bisognerà però attendere la metà del XVIII secolo per vedere pubblicata la prima ricetta in cui la pasta sia abbinata al pomodoro.Mentre nel 1839 Ippolito Cavalcanti pubblica la seconda edizione del suo celebre trattato "Cucina teorico pratica" che, riprendendo quella che doveva essere una abitudine diffusasi tra il popolo, ci riporta due distinte ricette in tal senso: ''I Vermicelli con lo pommodoro'' ed il Ragù napoletano.

Lo spessore indicato dal numero può variare leggermente da un produttore ad un altro; può variare anche l'aspetto a seconda del tipo di trafilatura usato, cioè la superficie può presentarsi liscia o rugosa, quest'ultima è ottenuta con trafile in bronzo. I capelli d'angelo sono probabilmente la variante più simile all'antico progenitore siciliano, ancora oggi chiamati tria in Sicilia ed in Puglia.

La scelta di una trafilatura rispetto ad un'altra dipendono dal tipo di condimento da abbinare.

In Italia vengono preparati secondo diverse e molteplici ricette tradizionali, spesso con salsa di pomodoro e spolverati con un formaggio (di solito duro e stagionato) grattugiato, il tutto accompagnato con foglie di basilico.

All'estero gli spaghetti sono serviti con numerose varianti, spesso dettate da semplice ricerca di originalità o da trasposizione di ricette per altri tipi di pasta; si possono così trovare, ad esempio, spaghetti al prosciutto, guarniti con ampie fettine di prosciutto e senz'altro condimento, oppure gli spaghetti bolognese (venduti anche in lattina nel Nord-Europa), inesistenti nella tradizione italiana, contenenti una sorta di ragù alla bolognese e gli spaghetti già cotti.

Esiste una vasta documentazione fotografica e letteraria che illustra come nei vicoli di Napoli e di altre città dell'Italia meridionale, ancora sino alla fine del XIX secolo, gli spaghetti venissero mangiati con le mani, nonostante la forchetta si fosse già ampiamente diffusa da secoli, ma ciò era in parte dovuto all'abitudine perpetratasi fin dal basso medioevo di consumare le paste e soprattutto gli spaghetti senza posate, costume acquisito nei tempi in cui queste ultime non esistevano. C'è da dire anche che le comuni forchette allora in uso, avevano solo tre rebbi ed inoltre erano piuttosto appuntite, il che le rendeva poco pratiche all'uso. Tutto ciò aveva anche un risvolto politico, rendendo di fatto improponibile la presentazione nei pranzi ufficiali, di quella che già all'epoca era considerata una specialità che nell'ex Regno Delle Due Sicilie, era più adatta al popolo che all'aristocrazia, la pasta. Fu quindi per volontà di Ferdinando II di Borbone e grazie all'ingegno del ciambellano di corte, Gennaro Spadaccini, che si risolse il problema. Lo Spadaccini introdusse un quarto rebbio e ridusse le dimensioni dei forchettoni allora in uso, risolvendo in tal modo il problema dei maccheroni a corte, che si diffusero anche sulle tavole della nobiltà. Ciononostante l'abitudine di mangiare la pasta con le mani perdurò ancora per parecchi decenni.

Gli spaghetti sono i memorabili comprimari di una gag della commedia Miseria e nobiltà (di Edoardo Scarpetta), interpretata anche per il cinema da Totò, nella quale a un certo punto finiscono nelle tasche del misero protagonista che, dovendoli nascondere, li mette al sicuro nella giacca.

Ugualmente, un piatto di spaghetti è protagonista in una celeberrima e comica sequenza del film Un americano a Roma, con un giovane Alberto Sordi in versione yankee alle prese però con un italianissimo piatto extra-large di spaghetti (molto) conditi al pomodoro:

« Maccarone, m'hai provocato e io ti distruggo adesso, maccarone! Io me te magno, ahmm! »
(Nando Mericoni rivolto ad un piatto di pasta)
Proprio per essere tipici dell'Italia, gli spaghetti hanno legato il loro nome ad un genere cinematografico, lo spaghetti-western, ovvero film western prodotti e diretti da registi italiani, diventati celebri in tutto il mondo, citiamo, tra i molti che si sono cimentati in questo genere con alterne fortune, il più conosciuto di tutti, cioè Sergio Leone.

Lo spaghetto più lungo del mondo ha una lunghezza di 455 m ed è stato realizzato da Ranieri Borgnolo, il 10 settembre 2005 a Ober-Ramstadt (Germania). Il record è stato riconosciuto dal Guinness World Records ed è apparso nell'edizione 2008.






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