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giovedì 22 settembre 2016

ACQUA TONICA



La leggenda narra che nel XVII secolo (1638) la contessa Ana de Osorio Chinchón, moglie del viceré del Perù, Luis Jerónimo de Cabrera, malata di una misteriosa febbre molto alta, venne curata con rimedi tradizionali indigeni ottenuti lavorando la corteccia di un albero; “il nome” deriva dalla contessa di Chinchon.
Ben presto invase il mercato europeo come una cura per la malaria, febbre, indigestione e le malattie della gola. Per quasi 100 anni il chinino veniva usato come un farmaco.
Nel 1825, la British East India Company in India iniziò a mescolare il loro tonico di chinino con il gin per renderlo più appetibile. Nasce così il gin and tonic.
Presto una società britannica brevettò la ricetta dell'acqua tonica.
Agli inizi si conosceva un solo modo di utilizzare il chinino: prima veniva lavata la corteccia dell’ albero di china e asciugata, poi polverizzata e miscelata all’ acqua; nel 1820, due scienziati, Pelletier e Caventou, isolarono il chinino dalla corteccia, capirono come estrarre alcaloide chinina dal legno senza alcun effetto collaterale. La domanda per il chinino raffinato crebbe e prosperò. Ma a metà del 19° secolo, gli esploratori britannici e olandesi contrabbandarono i semi di chinino dall’America Latina per poi piantare alberi in Cina, India, Ceylon, nella speranza di prendere una presa sul mercato. Nessuno di questi alberi andò bene poiché non produsse un alto grado di chinina. Ma gli olandesi non si arresero e ancora una volta contrabbandarono i semi questa volta da Java e Bolivia. Questi alberi andavano molto meglio e fornirono esattamente ciò che gli olandesi speravano, gli alberi in Cina avevano un alto grado di chinina. Gli olandesi monopolizzarono rapidamente la produzione di chinino e nel 1918 avevano il controllo totale della fornitura nel mondo intero.

L'acqua tonica è composta da acqua addizionata ad anidride carbonica, zucchero e aromi naturali, tra cui prevale il chinino (in dosi molto inferiori a quelle terapeutiche), che le dona il tipico gusto amarognolo. Fa parte dei cosiddetti soft drinks.

Una caratteristica dell'acqua tonica, è che se esposta a raggi ultravioletti, questa risulta fluorescente. Ciò è dovuto alla presenza di chinino.

Il contenuto di chinino nell'acqua tonica commerciale rientra perfettamente nelle dosi farmacologiche di sicurezza. Tuttavia, come accade per molte altre bevande o alimenti, l'idoneità o meno al commercio viene stimata sull'utilizzo “ragionevole” di un singolo prodotto e non tiene in considerazione né l'eccesso alimentare (dal singolo o più alimenti/bevande), né il così detto off-label.
La “Food and Drug Administration” (FDA) statunitense limita la frazione di chinino nell'acqua tonica a 83 parti per milione, ovvero 83mg/kg di bevanda.
Si tenga bene a mente che la dose giornaliera “terapeutica” contro la malaria è compresa nell'intervallo 500-1000mg (o 10 mg/kg di peso corporeo) da assumete ogni otto ore; per un adulto di 70kg, corrisponde a circa 2100mg di chinino al giorno.
Il chinino è anche considerato un rimedio per i crampi alle gambe ma, a causa dei rischi legati al suo consumo, la FDA suggerisce di utilizzarlo con molta cautela e di evitare un'eventuale l'assunzione cumulativa.
Infatti, essendo un alcaloide potenzialmente tossico, l'eccesso di chinino può determinare: vomito, diarrea, disturbi visivi ed auditivi; talvolta, le compromissioni dell'udito non svaniscono nemmeno dopo la sospensione del principio attivo.
L'utilizzo farmacologico di chinino (farmaco) è severamente vietato in condizioni di gravidanza ed allattamento, poiché la dose nociva per il feto o neonato (verosimilmente anche più pericolosa) è inferiore rispetto a quella per l'adulto.


Un discorso analogo può essere fatto per chi soffre di patologie epatiche e/o renali, poiché il fegato ed reni sono deputati al metabolismo ed allo smaltimento della molecola; con un funzionamento insufficiente o scorretto, aumenta il rischio di accumulo e se ne enfatizza il potere tossico.

L'acqua tonica è una bibita dolce a base di acqua e glucidi semplici; è anche considerata una bevanda vuota, poiché non contiene altri elementi nutrizionali o nutrienti in quantità significative (sali, vitamine, proteine, grassi, fibre ecc).

La porzione media di acqua tonica è di 150-250ml/die, anche se varia in base al regime alimentare nella quale viene contestualizzata. Anche prendendo in esame la nutrizione dello sportivo (più energetica delle altre) è sempre bene non eccedere, poiché gli zuccheri che la caratterizzano aumentano inutilmente l’apporto calorico della dieta. Ricordiamo che i carboidrati semplici dovrebbero provenire quasi esclusivamente dalla frutta, dagli ortaggi e dal latte (che forniscono molti altri nutrienti importanti) e solo marginalmente dai prodotti dolcificati.
L'acqua tonica è una bevanda zuccherata da evitare in caso di iperglicemia (o diabete mellito tipo 2 conclamato), ipertrigliceridemia e sovrappeso; ricordiamo che lo zucchero in eccesso può nuocere gravemente alla salute dei denti. Tuttavia, in questi casi può essere utilizzata (nei limiti della ragionevolezza) la versione dolcificata con additivi.


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lunedì 22 agosto 2016

IL RABARBARO



Il rabarbaro è una pianta erbacea perenne che cresce spontanea in Europa e in Asia e che può essere anche coltivata nell'orto. Esistono numerose specie di rabarbaro (Rheum) considerate originarie del Tibet e della Cina.
Fin dall'antichità il rabarbaro veniva utilizzato sia a scopo ornamentale che a scopo medicinale soprattutto nelle popolazioni asiatiche con particolare riferimento alla Cina e alla Mongolia. La raccolta del rabarbaro avviene durante il secondo anno di coltivazione in primavera e in estate, soprattutto tra maggio e giugno. La specie di rabarbaro più diffusa e conosciuta è il rabarbaro cinese (Rheum palmatum) insieme al rabarbaro officinale.

Le specie del genere Rheum hanno un robusto rizoma carnoso da cui viene emesso ogni anno un nuovo apparato vegetativo che può raggiungere altezze anche superiori ai 200 cm.

Le foglie, di grandi dimensioni, sono in gran parte riunite in una rosetta basale, disposte con fillotassi alternata, con piccioli lunghi cilindrici e carnosi e lembo variabile da ovato-cordato a reniforme, semplice o palmato-lobato. Il margine è intero o dentato, più o meno ondulato.

I fiori sono bisessuali, riuniti in pannocchie terminali lungamente peduncolate che possono raggiungere alcuni decimetri di lunghezza. I singoli fiori hanno simmetria raggiata, con perigonio composto da sei tepali di colore bianco o giallastro. Stami in numero di 6 o 9. Ovario supero, contenente un solo ovulo.

Il frutto è una noce trigona con spigoli prolungati in un'ala membranosa.

Il rabarbaro è coltivato sia come pianta industriale per la produzione dei rizomi, sia come pianta ortiva per l'utilizzazione a scopo alimentare.

In entrambi i casi il ciclo colturale è biennale o poliennale in quanto nel primo anno la pianta ha una modesta vigoria. È una pianta rustica e abbastanza adattabile, tuttavia vegeta bene in terreni freschi, moderatamente umidi, ben dotati di sostanza organica e ben drenati. Predilige i terreni con reazione subacida, neutra o sub-basica poiché si adatta a valori di pH variabili da 6 a 8. È preferibile l'esposizione in piena luce, ma tollera bene anche un certo grado d'ombreggiamento.

Per l'impianto è sconsigliata la semina diretta in pieno campo alla quale va preferito il trapianto utilizzando piante di un anno d'età. Le piante vanno messe a dimora ad una distanza di 80-100 cm lungo la fila e con distanze fra le file in funzione del tipo di meccanizzazione adottato. La messa a dimora si effettua a novembre-dicembre nelle zone a inverno mite o a febbraio-marzo nelle regioni fredde.

La raccolta va fatta al secondo anno d'impianto per quanto riguarda il rizoma, oppure moderatamente anche al primo anno per i piccioli fogliari, avendo cura di lasciare un adeguato numero di foglie per consentire l'attività fotosintetica. L'epoca di raccolta è autunnale per il rizoma e primaverile, da aprile a giugno secondo le zone, per le foglie. In estate vanno asportati gli scapi con le infiorescenze in quanto la fioritura e la fruttificazione sottraggono energie alla pianta penalizzando soprattutto la produzione dei rizomi.

Le scelta della specie dipende dalle condizioni ambientali e dalla facilità di reperimento del materiale di riproduzione. Secondo le zone sono molto usate oltre al Rheum palmatum (Rabarbaro cinese), il Rheum officinale, il Rheum undulatum, il Rheum rhabarbarum. Nei climi caldi va fatta particolare attenzione nella scelta della specie, in quanto molte specie sono adatte a climi continentali con temperature estive non troppo alte. In Sardegna, in pianura, ha dato buoni risultati il Rheum undulatum in termini di rusticità, adattandosi bene a condizioni moderatamente siccitose e all'esposizione al sole.

Un tempo le radici di rabarbaro (termine che significa "radice barbara") venivano importate essiccate dalla Cina, poi la sua coltivazione di diffuse anche in Europa. In erboristeria si utilizza ancora il rizoma del rabarbaro dopo che è stato essiccato. Viene raccolto da piante che hanno raggiunto i 3 o 4 anni di età.

Per quanto riguarda gli usi erboristici con il rabarbaro, in particolare con il suo rizoma, si preparano decotti, infusi, tinture e estratti in polvere. I prodotti erboristici a base di rabarbaro vengono impiegati, ad esempio, in caso di stipsi, dismenorrea, amenorrea e per regolarizzare l'appetito.

Il forte effetto lassativo del rabarbaro è la maggiore controindicazione legata al suo uso eccessivo. L'assunzione di rabarbaro è controindicata in gravidanza e allattamento, nei bambini al di sotto dei due anni e nei pazienti che soffrono di problemi gastro-intestinali come le coliti. Le foglie di rabarbaro contengono molti ossalati, la loro assunzione è fortemente sconsigliata a chi soffre di calcoli renali e, in generale, le foglie di rabarbaro possono causare intossicazioni, dunque l'impiego del rabarbaro a livello erboristico e in cucina si limita soprattutto al rizoma e ai piccioli fogliari.



In cucina e nell'alimentazione il rabarbaro viene utilizzato tradizionalmente per la preparazione di liquori e digestivi, oltre che di marmellate, infusi, decotti e confetture. A livello di produzione industriale, il rabarbaro è spesso presente come ingrediente per aromatizzare le caramelle alle erbe o le caramelle balsamiche. Per le vostre ricette userete le coste del rabarbaro.

Il rabarbaro viene utilizzato per preparare ricette sia dolci che salate, a partire dalle classiche confetture, ma lo potrete scegliere anche per preparare un dolce, ad esempio una torta o una crostata, oppure un'insalata diversa dal solito da servire come contorno.

Il rabarbaro contiene il 93,5 % d’acqua, lo 0,9 % di proteine, lo 0,7 % di ceneri, l’1 % di zuccheri, lo 0,2 % di grassi e l’1,8 % di proteine.

Questi i minerali: calcio, potassio, magnesio, ferro, fosforo, manganese, sodio, zinco, rame e selenio.

Contiene vitamina A, le vitamine B1, B2, B3, B5, B6, vitamina C, vitamina E, K e J. Contiene inoltre beta-carotene, luteina e zeaxantina, acido gallico, tannico e cinnamico.

Gli antichi romani e i greci lo utilizzavano in modo massiccio grazie alle sue proprietà terapeutiche. Il suo impiego principale è quello lassativo ma, se assunto sotto forma di tisana prima dei pasti, può portare alcuni benefici al fegato ed alla digestione. Contiene antrachinoni che hanno proprietà lassative, dal lato opposto contiene anche tannini che hanno invece effetto astringente. Se assunto in piccole dosi il rabarbaro ha proprietà astringenti mentre in dosi più elevate funge da blando lassativo.
Scottature e ferite: da secoli è conosciuta la sua attività antinfiammatoria e, per uso esterno, viene impiegato, soprattutto in Cina, per curare scottature e ferite.
Antitumorale: è recente la notizia che riporta le proprietà antitumorali di un tipo di rabarbaro coltivato in Inghilterra. Pare che la sua cottura prolungata per 20 minuti sia in grado di aumentare i livelli di polifenoli che sappiamo essere agenti chimici in grado di uccidere le cellule tumorali.
Infezioni intestinali: viene impiegato in fitoterapia per combattere le infezioni dell’intestino infatti, grazie alle sue proprietà, riequilibra la situazione della mucosa intestinale.
Ha proprietà antisettiche, emollienti, antispasmodiche, diuretiche e toniche. La sua radice si utilizza per il trattamento della diarrea, per i disturbi a fegato e cistifellea,  per le emorroidi, per i problemi mestruali, per i brufoli e per depurare l’organismo.
Il rabarbaro è una delle verdure con il più basso apporto calorico, per questo motivo viene spesso inserito nella diete di quelle persone che vogliono perdere peso senza però trascurare la propria salute. L’impatto che i vari composti organici hanno sul metabolismo può anche aumentare la capacità del nostro organismo di bruciare i grassi.
La sua assunzione apporta benefici al sistema cardiovascolare e quindi al cuore. Questo vegetale infatti è estremamente povero di grassi e non contiene colesterolo. Grazie alla buona presenza di fibre alimentari il rabarbaro facilità l’eliminazione del colesterolo cattivo LDL prevenendo così la formazione di pericolose placche nelle arterie e le malattie cardiovascolari.
La grande quantità di composti antiossidanti contrasta l’attività dei radicali liberi ed apporta quindi benefici al sistema cardiovascolare ed alla salute del cuore.
I radicali liberi sono un sottoprodotto del metabolismo umano la cui attività può uccidere o trasformare le cellule sane in cellule malate, spesso il cellule cancerose. Il rabarbaro è ricco di beta-carotene e di composti fenolici come la luteina e la zeaxantina  che proteggono la pelle dai radicali liberi. Una dieta ricca di questi composti antiossidanti può prevenire l’insorgere di alcuni tipi di tumore come ad esempio quello alla bocca e ai polmoni ma non solo. La prevenzione si estende anche alla degenerazione maculare, alla cataratta ed all’invecchiamento precoce.
La presenza di ferro e rame stimola la produzione di nuovi globuli rossi aumentando l’ossigenazione del sangue e la sua circolazione.
Il rabarbaro è una buona fonte di vitamina K che svolge un ruolo molto importante per la salute del cervello e dell’attività neuronale. La vitamina K protegge infatti le cellule del cervello dall’ossidazione e stimola l’attività cognitiva con benefici in termini di prevenzione per quanto riguarda l’Alzheimer.
La presenza di vitamina K promuove la crescita ossea e ne stimola la riparazione in caso di danni. Insieme alla buona quantità di calcio il consumo di questo vegetale è quindi indicato per mantenere le ossa in salute.
Le foglie del rabarbaro non vanno consumate poiché sono tossiche e la loro ingestione provoca un forte bruciore alla gola con nausea e vomito.





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domenica 3 aprile 2016

ALCOOL E RELIGIONI



La Bibbia contiene molti avvertimenti relativi all’assunzione gli alcolici. Tuttavia, la Scrittura non proibisce necessariamente a un cristiano di bere la birra, il vino o alcun’altra bevanda che contenga alcol. In effetti, alcune Scritture trattano le bevande alcoliche in termini positivi. Ecclesiaste 9:7 dice: “Bevi il tuo vino con cuore allegro”; Salmi 104:14-15 afferma che Dio dona “il vino che rallegra il cuore dell’uomo”; Amos 9:14 tratta il vino della propria vigna come un segno della benedizione di Dio; Isaia 55:11 c’incoraggia dicendo: “Venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte!”

Ciò che Dio comanda ai cristiani riguardo alle bevande alcoliche è di non ubriacarsi (Efesini 5:18). La Bibbia condanna l’ubriachezza e i suoi effetti (Proverbi 23:29-35). Ai cristiani viene anche comandato di non permettere che i loro corpi siano “dominati” da nulla (1 Corinzi 6:12; 2 Pietro 2:19). Bere gli alcolici in modo eccessivo crea innegabilmente dipendenza. La Scrittura vieta anche a un cristiano di fare qualunque cosa possa offendere altri cristiani o incoraggiarli a peccare contro la loro coscienza (1 Corinzi 8:9-13). Alla luce di questi princìpi, sarebbe estremamente difficile per qualunque cristiano dire di stare assumendo alcolici alla gloria di Dio (1 Corinzi 10:31).

Gli alcolici, consumati in piccole quantità, non sono né nocivi né provocano dipendenza. In effetti, alcuni medici consigliano di assumere piccole quantità di vino rosso per i suoi effetti salutari, specialmente sul cuore. Per un cristiano, il consumo di piccole quantità di alcolici è una questione di libertà di coscienza. L’ubriachezza e la dipendenza sono peccato. Tuttavia, considerando gli avvertimenti biblici sull’alcol e sui suoi effetti, considerando la facile tentazione al consumo eccessivo degli alcolici e la possibilità di offendere e/o far cadere gli altri, solitamente è meglio che un cristiano si astenga del tutto dall’assumere alcolici.

Gli insegnamenti dell’Islam hanno una dimensione universale e sono in grado di garantire il bene dell’umanità. Questa nobile religione dimostra in modo argomentato la giustezza dei suoi propositi nei versetti del Sacro Corano.
L’Islam vuole che l’uomo, grazie alla sua innata intelligenza, progredisca verso l’obiettivo supremo della propria esistenza.
Questa religione indica la ragione quale responsabile dell’organizzazione della vita individuale e sociale dell’uomo, e accorda una grande importanza al ruolo di questa facoltà, la quale è considerata come guida e come prova del cuore. L’Islam respinge tutto quello che danneggia la ragione e la naturale attività di questo dono divino, poiché non permette nemmeno per un istante che il suo funzionamento sia perturbato.
L’alcool è una sostanza che influenza direttamente la ragione e che ha effetti nefasti sulla società umana a livello morale, igienico e psicologico. Niente è più disastroso per l’uomo del fatto che la sua ragione e la sua capacità di comprensione siano annichilite e deviate dalla retta via mediante il consumo di alcool.
La legge islamica vieta rigorosamente le bevande alcoliche che impediscono il normale funzionamento delle facoltà raziocinanti.
Già da quattordici secoli, il Profeta è venuto a mostrare il giusto cammino in una società ignorante, nella quale regnavano la miseria, la violenza e la perversione, come del resto in tutto il mondo in quell’epoca.
Prima dell’Islam, la cattiva abitudine di bere era molto diffusa fra gli Arabi.
Per disabituare la gente da questa nefasta abitudine, l’Islam ha proceduto con moderazione. E’ l’Islam che, per la prima volta, ha definito ciò un peccato, descrivendo altresì la corruzione individuale e sociale che ne risultava.
“Sì, Satana vuole diffondere fra voi, mediante il vino e il gioco d’azzardo, inimicizia e odio, per allontanarvi dal Richiamo di Dio e dagli uffici divini. E allora, voi vi asterrete?” (Corano, 1, 91).
Non appena il versetto della proibizione fu rivelato, quelli che bevevano distrussero le loro botti di vino e ne versarono il contenuto per strada.
Anas Ibni Màlik riferisce: 
“Allorché questo versetto fu rivelato, noi eravamo in procinto di bere a un ricevimento presso Abi Talhah. Fu allora che ascoltammo l’araldo del Profeta proclamare: “O musulmani, sappiate che il vino è d’ora in avanti proibito, e che esso deve essere versato nella strada. Abi Talhah chiese anche a me di buttare il vino. Fu ciò che io feci. Moltissimi rovesciarono i loro recipienti pieni di vino nella strada. Molti altri li lavarono e li purificarono con l’acqua. Molto tempo dopo questo avvenimento, quando a Medina pioveva, si poteva sentire l’odore delle grandi quantità di vino che erano state versate nella strada”
Questa legge ebbe una tale influenza sui musulmani che anche nei territori conquistati si cessò di bere. Benché oggi la corruzione, mascherata da civilizzazione, si sia ampiamente propagata, esistono tuttavia milioni di musulmani che, durante tutta la loro vita, non hanno mai avvicinato le loro labbra a questa bevanda.
Le bevande alcoliche in generale, e il vino in particolare, hanno trovato grande utilizzo in campo medico: da Ippocrate, il grande medico greco, a Galeno, alla Scuola Salernitana fino ai primi anni di questo secolo. Anche nella medicina araba il vino trova vari impieghi a scopo terapeutico, e questo uso permane in parte anche dopo la proibizione coranica. I primi studi effettuati alla fine del secolo scorso da fisiologi francesi a Parigi, dimostrarono che la tossicità dell'alcol dipendeva dalla quantità di questo nel sangue (alcolemia).

Le bevande alcoliche hanno avuto anche un importante ruolo nelle pratiche religiose di moltissimi popoli, dal Mescal utilizzato nelle civiltà precolombiane, al vino utilizzato in Grecia e a Roma con la mitologia di Dioniso e di Bacco cui erano dedicate apposite feste religiose. La vite e il vino hanno un ruolo centrale nella religione cristiana: la tradizione legata a Noe', il vino come sangue di Cristo, i membri della Chiesa come tralci di un'unica vite. Nella tradizione ebraica il vino è simbolo della festa e della gioia del Giorno fuori dal Tempo oltre che segno di alleanza fra Dio e il popolo eletto. L'uso di bevande alcoliche e' parte integrante di molte culture in cui il bere non e' soltanto tollerato, ma e' considerato utile e importante, pur se abbastanza regolamentato: le donne non possono bere, il vino e' riservato solo ad alcune autorità, si può bere solo in alcune circostanze, etc.
Nella cultura occidentale la presenza dell’uomo è sempre stata accompagnata da quella della vite.

Mosè si dimostrò un esperto viticoltore portando al mondo i tralci della vite da trapiantare e non i vinaccioli da seminare; da qui il vino diventa il filo conduttore della geologia della Bibbia. Lo si ritrova nei Vangeli, ma il suo culmine lo si ha nell’episodio dell’ultima cena dove Gesù offre il vino ai discepoli pronunciando le memorabili parole “bevete, questo è il mio sangue “, da qui il vino diventa simbolo di sacrificio e di momenti sacrificali.



Si può anche trovare corrispondenza tra il sangue dell’agnello e il pane non lievitato, simboli della Pasqua ebraica, e il vino assimilato al sangue e il pane tipici della Pasqua cristiana. Pane e vino diventano inseparabili tra loro: pane e vino esistono perché esiste l’uomo e diventano alimentazione terrestre ma anche dell’anima essendo alimenti divini.

Si può anche dire che il pane ci nutre mentre il vino ci dà la vita.

Il vino, preferibilmente rosso, assume particolare rilevanza per la celebrazione del sabato ebraico (o shabbat) pari almeno alla funzione che questo giorno sacro assume come divisione sacrale del tempo cosmico.

La simbologia del rito sacro di santificazione del Sabato con la beracah (benedizione) sul vino  affonda  in ogni caso nell'insegnamento tradizionale per eccellenza quale è quello tramandatoci dalla Bibbia.

Il "Kiddush" è il nome con il quale si indica appunto la benedizione e la speciale preghiera con cui la sera del venerdì ci si prepara al successivo giorno di  riposo da dedicare esclusivamente alle cose spirituali: esso  è stato codificato dai Maestri della Legge in ogni più minuto particolare. Il vino per tale speciale cerimonia e di cui si deve riempire sino all'orlo un bicchiere, di solito  un apposito elegante calice istoriato con caratteri ebraici, dovrebbe essere  rosso e di alta qualità. In casi eccezionali è permesso succo d'uva rosso non ancora fermentato. Quest'ultimo particolare induce a pensare che in epoca biblica l'uva più diffusa fosse quella nera; il sinonimo "sangue d'uva" usato fa infatti pensare  che la scelta dell’uva nera  sia legata alla simbologia del colore del mosto che se ne ricava.

La stessa simbologia del sangue  che occupa un posto rilevante nel cristianesimo  è un  segno inequivocabile della radice ebraica dei significati esoterici o cabalistici del vino.

I saggi maestri del giudaismo legarono dunque la benedizione del sabato al bicchiere di vino rosso, sabato ebraico che rappresenta l'architettura portante  e differenziatrice del monoteismo etico ebraico.

Il  Kiddush  per Shabbat che recita: "Bendetto sia Tu Signore nostro Dio, Re del mondo, creatore della vite. etc."... (Baruch attà Adonay Elohenu melek ha-olam borèi perì ha-gafen; etc.) è infatti la più nota delle  preghiere rituali del giudaismo, dopo la professione di fede o  Shemà.

Ma il bere sacro non è esclusiva del giudaismo e non si limita al rito del venerdì sera: la sua diffusione è ormai universale e le occasioni  solenni o meno in cui si deve bere del vino si sono moltiplicate in epoca moderna.

Il collegamento tra cibo, bere e sessualità quale elemento essenziale e dinamico  per la riproduzione della vita stessa è ancestrale. Come altre attività umane  che danno un senso alla vita, il bere una bevanda alcolica è anch'esso un atto con cui l'uomo cerca di entrare in contatto con la Divinità.

La speranza di una vita oltre la morte  nella cultura ebraica si esprime  spesso con la simbologia del "banchetto"  che, ovviamente, include la presenza di bevande.

"Preparerete (dice) il Signore... su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti  di cibi succulenti, di vini raffinati... (Isaia  25,6).

Metafora esistenziale e  religiosa, la coltura della vite  era diffusissima in tutta l'area siro-palestinese culla  del nostro monoteismo etico. Questa notizia è confermata da Sinueh, quell'ufficiale egiziano  esiliatosi in Asia, quando  afferma che "in Palestina il vino è più diffuso dell'acqua"! Probabilmente  Sinueh  intendeva dire che l'acqua era tanto scarsa  che il vino era più abbondante ma indirettamente conferma che la coltura della vite era molto diffusa.

Il termine più diffuso “ YAYIN” ricorre ben 141 volte nella Torà ed è un vocabolo probabilmente non semitico ma forse di origine caucasica: ha il significato letterale di "effervescente”.

Un'altra parola con cui nella Bibbia  si indica questa bevanda è  ASIS dalla radice  ebraica  "asas" che letteralmente ha il significato  di "pressare " o "schiacciare". L'uso di questo termine è specifico ed indica il succo dell'uva  schiacciata o pressata e, probabilmente, anche fermentata.

Tuttavia  non si è  certi che con asis venga indicato il succo fermentato in quanto nei testi aramaici della Bibbia il succo  d'uva fermentato  ha un suo vocabolo  ben preciso che è " chemer "dalla radice  "chamar " che indica appunto la fermentazione (così Deut. 32,14).  

Nelle cerimonie  più importanti come matrimoni, maggiore età religiosa (Bar mitzvah) etc. il vino veniva  mescolato con l'acqua e con aggiunta di miele e altri aromi. Ciò conferiva maggiore solennità agli avvenimenti ma c'è  il sospetto maligno che l'aggiunta di acqua servisse ad aumentare la quantità di vino per soddisfare, a poco prezzo, tutti gli invitati. Comunque anche in quei tempi l’annacquamento del vino era considerato negativamente se non proprio una truffa.

In epoca romana, invece, divenne uso comune aggiungere acqua e miele al vino  ma l'usanza era giustificata dal fatto che il vino  era molto fortemente  tannico e quindi poco bevibile senza diluizione ed aromatizzazione. Ciò non toglie che la pratica divenne di moda, mentre invece si trattava di aumentare i guadagni del commercio del vino. 

Il vino viene anche chiamato nella tradizione giudaica  sangue di uva; "<Egli lega alla vite il suo puledro ed alla vite pregiata il figlio della sua asina; lava il vestito nel vino ed i panni nel sangue d'uva.(Genesi 49,11)

Tale  metafora viene usata anche in  Deut. 32,14 e Siracide 39,26. Sembra superfluo sottolineare che in questi passi della Bibbia  ci si dovesse riferire all'uva nera anche perché sembra  che in periodo biblico l'uva bianca fosse sconosciuta.

Probabilmente l'uva bianca da vino  è frutto di innesti  successivi  mentre la vite  coltivata  nella Palestina  del tempo biblico doveva essere un vitigno piuttosto forte, resistente alla siccità e molto simile alla vite selvatica. Però il termine più generico usato nella Torà per indicare qualunque bevanda fermentata, (quindi anche birra, sia quella derivata dalla fermentazione  dell'orzo che quella dei datteri, del melograno, della palma delle  mele etc.) è shekar.

A partire dalla traduzione  della Bibbia in greco (quella dei settanta) viene usato il termine greco "oinos" per indicare tutti i tipi di vino  e "gleuokos " per indicare il mosto da fermentare o in fermentazione ed il vino dolce, novello.

La vendemmia aveva luogo nella Palestina a metà agosto-settembre, a seconda se ci si trovava  nelle zone collinari dell'alta Galilea oppure lungo le coste  mediterranee; ma il vino non era esclusivamente legato alla religione era  anche allora un elemento indispensabile per un buon pasto ed un dono ideale.

Accompagnato da altre offerte,  era uno degli elementi del rito sacrificale al Tempio."Uno degli agnelli offrirai al mattino ed un secondo al pomeriggio. Inoltre  un decimo di efà, 1 di fior di farina intrisa in olio vergine con un quarto di vino per questo primo agnello.2(Esodo: 29,40).

Il vino nelle offerte sacrificali  lo troviamo ancora in Lev.23,13, Num;15,7.10- Samuele 1,24.

Il vino come ricostituente appare nella Bibbia ebraica in 2 Sam.16 mentre  nel Nuovo testamento  viene citato come medicamento (prima lettera di Paolo a Timoteo, cap.5,23.)  

Naturalmente un libro come la Bibbia se da un lato apprezza molto il vino e lo fa assurgere  a simbolo della creazione  non poteva sottovalutare  gli effetti negativi e le insidie di un uso smodato di tale bevanda. Una vita benedetta da Dio e cioè colma di tutti i doni del Creatore comprende quindi abbondanza di vino di olio, di grano, tutti prodotti cui viene riconosciuta una funzione assolutamente vitale voluta  dal Signore  nel suo piano per gli uomini.

Salomone, nella sua saggezza, menziona  il vino tra i doni della creazione (Proverbi 104,15 ) "vino che rallegra il cuore degli uomini, seguito dall'olio  che fa risplendere il volto" (olio cosmetico, protettivo della pelle, ma di uso festivo).

L'abbondanza di vino è una benedizione e per contrasto, il venir meno della benedizione può comportare penuria di olio, vino e pane.

Nei proverbi offrire cibo e bevande è espressione di comunione  tra chi ha bisogno di aiuto e chi glielo presta. Così vi è anche un risvolto pratico: il nemico soccorso, cesserà di essere nemico. 

Il vino assume  sempre più importanza nei culti sacrificali  e segna  una via di mezzo tra l'offerta  cruenta dell'animale alla Divinità e l'offerta  delle preghiere.

Anche le preghiere  vengono però  offerte a Dio solennizzandole con  il bere  rituale di vino. Se a questa simbologia si aggiunge quella erotica ci si renderà conto come il vino è presente in tutti gli aspetti della vita.  

La creazione, come prodotto dell'opera di Dio nel giudaismo, va accettata senza escludere niente di quello che la natura  può darci e questo è un segno di rispetto e gratitudine per il Creatore: ecco perché nell'ebraismo non è accettata la fuga dal mondo, l'estraniarsi ascetico da esso.

Il godere di tutta la creazione divina è segno di riconoscenza.

Ecco dunque affiorare un altro concetto etico: il mangiare non è la misura di tutte le cose, vivere in pienezza la vita, il dono massimo di Dio, significa accettare di controllare e contenere il proprio desiderio in base alla legge, al comandamento, espressione  questa della libertà dell'uomo e  misura per la ricompensa divina.

La libertà di scegliere, di decidere  l'osservanza o meno dei comandamenti  è ciò che distingue  l'essere umano dagli animali.

Mentre quindi da un lato il comandamento di Dio non censura  il desiderio  di mangiare e bere e di godere di tutti i beni della creazione, dall'altro ci ricorda che  solo Dio provvede il mondo di questi beni e che il nostro agire va regolato  dalla Sua legge.

Questo concetto radicato nella tradizione religiosa ebraica è la conseguenza del fatto che  il commercio del vino è stato esercitato  spesso  in monopolio dai mercanti ebrei  di ogni latitudine.





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venerdì 1 aprile 2016

L'ACETO



L'aceto è un fluido con pH acido ottenuto dalla fermentazione acetica dell'alcol (e/o dei carboidrati) grazie all'opera di alcuni batteri aerobi. Tra questi microrganismi, i ceppi maggiormente diffusi e impiegati a livello produttivo sono quelli del Genere Acetobacter (come il Bacterium aceti, detto più correttamente Acetobacter aceti).

Dall'analisi dei reperti archeologici e dei libri antichi è emerso che già gli antichi Egizi, 6000 anni prima della nascita di Cristo, producevano, conservavano ed utilizzavano l'aceto. Anche la popolazione greca (in base a quanto scriveva Ippocrate nel 400 a.C.) ne faceva un uso medicinale, mentre i Romani lo utilizzavano come condimento, conservante e bevanda. Nel Medioevo si era già a conoscenza del suo potere disinfettante.

L'aceto è un liquido composto prevalentemente da acqua, acido acetico, alcol, aldeidi ed eteri composti; in diluizione, si trovano anche amminoacidi liberi e sali minerali.
L'aceto non evapora e non congela in maniera identica all'acqua. Mentre il punto di evaporazione della sua porzione idrica è di circa 100°C, quello dell'acido acetico è notevolmente più alto, circa 120°C. Inoltre, a differenza dell'acqua - che raggiunge una consistenza solida a circa 0°C - l'acido acetico presenta una temperatura di congelamento pari a circa -17°C. Ad ogni modo, ricordiamo che l'aceto alimentare ha una percentuale di acido acetico che generalmente oscilla tra il 5% ed il 12% (in base al tipo), ragion per cui congela ed evapora complessivamente in maniera più simile all'acqua che all'acido acetico puro.

L'aceto viene prodotto in botti, cisterne od autoclavi, nelle quali vengono collocati il vino e lo specifico starter biologico. Al loro interno, il composto viene continuamente areato poiché i microorganismi deputati alla fermentazione sono di tipo aerobio obbligato.
La gradazione alcolica del liquido iniziale dovrebbe essere tra l'8 ed il 10% (poiché la resa reale della trasformazione è di circa un grammo di acido acetico per grammo di alcol), mentre la temperatura ottimale è di circa 25-30°C. In diluizione, svolgono un ruolo fondamentale alla reazione alcuni elettroliti come: fosforo, calcio, ferro e manganese. Complessivamente, queste condizioni permettono lo sviluppo microbiologico e la formazione del così detto mycoderma aceti, uno strato superficiale di batteri e sostanze organiche simili a cellulosa.
Prima della commercializzazione, l'aceto dev'essere anche filtrato per rimuovere il mycoderma aceti in sospensione.

Alcuni pensano che l'aceto costituisca solo il risultato di una fermentazione alcolica mal riuscita, ma così non è. In realtà, l'aceto rappresenta una componente alimentare di ampissimo consumo generale, utilizzato soprattutto per il condimento, la formulazione di molte ricette e come conservante, ma anche come blando antibiotico (batteriostatico), come smacchiatore, come blando sgrassatore, come mangia-odori ecc.

La legislazione italiana sulla produzione dell'aceto è molto precisa.

Il DPR nº 162 del 1965, abrogato dalla successiva Legge 82 del 20 febbraio 2006, conteneva una serie di definizioni e prescrizioni sulla produzione dell'aceto in Italia.

"Il nome di «aceto» o «aceto di vino» è riservato al prodotto ottenuto dalla fermentazione acetica dei vini che presenta: una acidità totale espressa in acido acetico non inferiore a grammi 6 per cento millilitri; un quantitativo di alcol etilico non superiore all'1,5 per cento in volume".
"Per gradazione di acidità degli aceti si intende l'acidità totale espressa in grammi di acido acetico per 100 millilitri di aceto e determinata secondo i metodi ufficiali di analisi."
"L'aceto può essere imbottigliato solamente in bottiglie aventi rispettivamente la capacità di litri 2, litri 1, litri 0,500 e litri 0,250."
"Nella preparazione dell'aceto, oltre alle pratiche ed ai trattamenti ammessi per i vini  è consentita l'aggiunta di acqua purché venga effettuata soltanto negli acetifici. Per la colorazione dell'aceto è ammesso solo l'uso della enocianina."
"All'aceto possono essere aggiunte, mediante macerazione diretta o mediante impiego di infusi, questi ultimi nella misura massima del 5 per cento in volume, sostanze aromatizzanti naturali permesse per l'impiego alimentare dalla legislazione sanitaria. L'aceto così preparato deve essere posto in commercio con denominazione di «aceto di vino aromatizzato»."
La Legge 82 del 20 febbraio 2006 è intervenuta a disciplinare direttamente la produzione degli aceti.

"La denominazione di «aceto di...», seguita dall'indicazione della materia prima da cui deriva, è riservata al prodotto ottenuto esclusivamente dalla fermentazione acetica di liquidi alcolici o zuccherini di origine agricola, che presenta al momento dell'immissione al consumo umano diretto o indiretto un'acidità totale, espressa in acido acetico, compresa tra 5 e 12 grammi per 100 millilitri, una quantità di alcol etilico non superiore a 0,5 per cento in volume, che ha le caratteristiche o che contiene qualsiasi altra sostanza o elemento in quantità non superiore ai limiti riconosciuti normali e non pregiudizievoli per la salute "In deroga al comma 1 del presente articolo, l'aceto di vino è il prodotto definito dall'allegato I, punto 19, del citato regolamento (CE) nº 1493/1999, contenente una quantità di alcol etilico non superiore a 1,5 per cento in volume." "I vini destinati all'acetificazione devono avere un contenuto in acido acetico non superiore a 8 grammi per litro."
"L'utilizzo delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche riservate ai vini nella designazione di un aceto di vino può essere consentito a condizione che l'elaborazione di quest'ultimo avvenga esclusivamente a partire da un vino a denominazione di origine per il quale è stata rilasciata la certificazione di idoneità prevista dall'articolo 13 della legge 10 febbraio 1992, nº 164, o, nel caso di vino ad IGT, altra documentazione idonea."
"Nella preparazione degli aceti è inoltre consentita: a) l'aggiunta di acqua, purché sia effettuata soltanto negli acetifici; b) la decolorazione con il carbone per uso enologico; c) l'aggiunta di caramello negli aceti diversi da quello di vino."
"All'aceto possono essere aggiunte sostanze aromatizzanti, mediante macerazione diretta o mediante impiego di infusi, nella misura massima del 5 per cento in volume, o altri aromi naturali come definiti nel decreto legislativo 25 gennaio 1992, nº 107. È consentito aromatizzare l'aceto di mele con il miele." "L'aceto preparato ai sensi del comma 1 deve essere posto in commercio con la denominazione di «aceto di... aromatizzato» e con l'indicazione della materia prima da cui deriva."
In seguito è inoltre stato stabilito che:

Gli aceti "destinati al diretto consumo o impiegati nella preparazione di alimenti o di liquidi di governo non devono contenere, per litro più di 5 milligrammi di zinco, 1 milligrammo di rame, 0,3 milligrammi di piombo, 1 milligrammo di bromo inorganico, 60 milligrammi di acido borico" e, ad eccezione degli aceti di frutta, "70 milligrammi di sorbitolo."

L'aceto di vino è prodotto dal vino bianco o rosso ed è il più comune tipo di aceto in Germania, in Italia e in altri paesi europei. Come con il vino, vi è una vasta gamma di qualità. Le qualità migliori sono fatte maturare in legno per almeno due anni ed esibiscono un sapore complesso e maturo. Si producono aceti di Champagne e di Sherry dal prezzo non indifferente.

Nell'antica Roma miscelando acqua e aceto si otteneva una bevanda detta Posca, diffusa presso il popolo ed i legionari, ritenuta dissetante e dalle proprietà disinfettanti.

Nel medioevo l'aceto era uno dei pochi solventi a disposizione per la realizzazione di processi chimici. Esso era utilizzato in molte ricette tecniche come per esempio per l'amalgama dei composti o per l'estrazione dei colori per le pitture e le miniature. Odiernamente l'aceto di vino diluito in acqua, in alternativa dello specifico e più costoso acido acetico, si usa per il passaggio di arresto nei processi chimici fotografici.

L'aceto è una medicina popolare usata in Cina per impedire la diffusione di virus.

Una miscela chimica di acido peracetico si forma quando l'acido acetico è mischiato con il perossido di idrogeno (H2O2) ed è usata nell'industria del bestiame per uccidere i batteri e i virus prima della refrigerazione. Una miscela d'acido acetico al cinque percento e di perossido di idrogeno al tre percento è usata comunemente in alcuni paesi asiatici come aerosol spray per controllo della polmonite.



L'aceto è comunemente usato nella preparazione di pietanze, in particolare nelle vinaigrette, e nel processo di marinatura. L'aceto è usato anche come condimento di pesce e insalata. Dal punto di vista alimentare, rientra nella categoria degli alimenti nervini, cioè eccitanti.

L'aceto è composto per la maggior parte (80%) di acqua e di un gran numero di altri composti (amminoacidi, sali minerali, acidi organici, alcoli, vitamine, coloranti e tannini, nonché alcuni eteri, esteri ed acetali) che gli conferiscono le caratteristiche proprietà.

L’aceto di vino è ricco di vitamine (A, C, B1 e B2), e sali minerali come fosforo, potassio, magnesio e ferro. Ma soprattutto è povero di calorie: solo 5 ogni 100 grammi, ed è quindi perfetto per aggiungere gusto senza appesantire.

C’è chi usa l’ aceto in modo quasi automatico, preferendolo di gran lunga al limone per condire insalate e verdure, e chi invece non ne apprezza in modo particolare o per nulla il gusto aspro, oppure lo ritiene un alimento artefatto e poco salutare. In effetti, l’ aceto è un “insaporitore” del tutto naturale che si ottiene grazie all’azione di particolari batteri che in presenza di ossigeno fanno fermentare l’etanolo contenuto nel vino rosso o bianco trasformandolo in acido acetico, la sostanza responsabile del sapore acidulo e pungente del prodotto finale. Poco calorico (contiene mediamente dalle 5 alle 20 calorie ogni 100 grammi), l’ aceto può essere un valido aiuto in cucina per dare brio ai piatti più semplici e per risparmiare su altri tipi di condimento più “pesanti”. Anche perché non esiste una sola tipologia di aceto, né di conseguenza un unico sapore, e questo ci permette di variare i sapori delle pietanze sulle quali viene utilizzato.

Innanzitutto, va detto che con l’ aceto (di vino, di mele…) non si deve esagerare: in primo luogo perché l’ aceto ha un gusto deciso e, usandone troppo, si rischia di “coprire” il vero sapore degli alimenti. Inoltre, è bene sottolineare che l’abitudine a consumare molto aceto può - col tempo - scatenare acidità di stomaco e problemi digestivi.

Per la scelta dell’ aceto, chi ama vini leggeri preferirà il sapore più morbido dell’ aceto bianco, chi predilige sapori più decisi opterà per un aceto rosso o - addirittura - per un balsamico.

In ogni caso, le virtù drenanti, sgonfianti e rimodellanti dell’ aceto di vino vanno ricondotte alla sua genesi: l’ aceto di vino nasce infatti dalla fermentazione del vino ad opera dei batteri del ceppo Acetobacter, che sono per il 90% simili ai batteri presenti nell’intestino. Per questo, una volta a contatto con la flora batterica intestinale, l’ aceto svolge un’attività disinfettante, depurativa ed evita la formazione di depositi di scorie e di gonfiori. Inoltre, la presenza di sali minerali (tra i quali spicca il potassio) contribuisce a combattere la ritenzione e a prevenire la cellulite.

Chi preferisce un sapore meno forte, potrà anche aromatizzare un normale aceto di vino bianco aggiungendo del peperoncino fresco. Basta procurarsi un litro di aceto bianco e 50 gr di peperoncini piccanti.

Si lavano i peperoncini (meglio se rossi), si asciugano, si tagliano a pezzettini e si mettono a macerare nell’ aceto per un mese. Dopodiché si filtra e si utilizza su verdure, carne e pesce alla griglia.        

È la tradizione culinaria francese che ci suggerisce di utilizzare l’ aceto anche su pietanze dolci, in particolare sulle macedonie di frutta in alternativa al “solito” succo di limone: in questo modo, si rendono maggiormente disponibili i sali minerali presenti nella frutta e, soprattutto, si eviterà di esagerare con l’aggiunta di zucchero, che “copre” i sapori e moltiplica le calorie.

E’ un condimento antichissimo: se ne parla già nella Bibbia e nelle cronache di Plinio, e  Ippocrate lo raccomandava per curare ferite e disturbi respiratori.
Una soluzione di acqua e aceto di vino era il tradizionale rimedio delle nonne per calmare le infiammazioni alle gengive; per lenire l’emicrania si massaggiavano le tempie con l’aceto di vino; e veniva usato anche per disinfettare le punture di insetti e per rendere lucidi e setosi i capelli.
Per combatter la stanchezza è sufficiente 1/2 Lt di aceto aggiunto all'acqua della vasca da bagno e un bicchiere d'acqua con un cucchiaio d'aceto e un cucchiaino di miele bevuto al mattino è molto salutare.
L'aceto può essere un agente sgrassante, economico ed ecologico. L'aceto bianco è suggerito generalmente come il più adatto per la pulizia.

Per esempio, miscelando una parte di aceto con quattro parti di acqua (per una soluzione più forte, una parte di aceto e una d'acqua) si ottiene un ottimo liquido per pulire i vetri. Se i vetri sembrano striati dopo il lavaggio con l'aceto, aggiungere metà-cucchiaino da tè di sapone liquido alla miscela, che rimuove il residuo ceroso lasciato dai prodotti commerciali per vetri.

Gli scarichi possono essere puliti usando una combinazione di aceto e bicarbonato di sodio. Si versi metà tazza di bicarbonato di sodio nello scolo, seguito da metà di aceto bianco. Coprire lo scarico mentre la miscela agisce, quindi risciacquare con molta acqua.

L'aceto è usato in prodotti anticalcare e in saponi per le stoviglie; inoltre funziona bene come emolliente per i tessuti; basta aggiungere solo metà tazza al ciclo di risciacquo.


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giovedì 17 marzo 2016

LA CUCINA CINESE



Per i Cinesi più poveri, un pasto si riassume in un piatto di pasta o di riso, ravvivata da qualche verdura o boccone di carne. Ma in occasione delle feste o quando si ricevono ospiti, ognuno si sforza nei limiti dei suoi mezzi di fare sfoggio di abbondanza. Assai spesso, il cibo è una questione d'onore, e senza dubbio il primo segno di appartenenza sociale. La passione originale dei Cinesi per la loro cucina è stata senza dubbio rafforzata dai periodi di privazione che hanno punteggiato il periodo del Grande Balzo in Avanti ideato da Mao Zedong, ed il miglioramento del livello di vita ha restituito il loro pieno potenziale agli stili di cucina delle diverse regioni del paese.

Poco tempo dopo l'espansione dell'Impero Cinese durante la dinastia Qin e la dinastia Han, scrittori cinesi annotano la grande differenza di pratiche culinarie fra persone provenienti da differenti parti dell'impero. Queste differenze, dovute ad una grossa estensione, alle variazioni di clima ed alla disponibilità di risorse di cibo in Cina, possono essere molto numerose in realtà, ma sono state anticamente classificate in liste di cucina cinese, le cui quattro più conosciute sono:

La cucina del Nord e del Sud, antica distinzione, è una di quelle più utilizzate anche oggi, anche se la cultura del cibo nella Cina del Nord e nella Cina del Sud si è ovviamente molto evoluta rispetto a quanto venne fatta la prima distinzione.
Le "Quattro scuole", ovvero Lu, Chuan, Yang e Yue. Spesso tradotte come le cucine di Shandong, Sichuan, Jiangsu and Guangdong, questa distinzione, in uso durante la dinastia Ming, in effetti comprende molte più zone rispetto alle attuali provincie. Le "Quattro scuole" sono la classificazione tradizionale della cucina cinese, e sulla loro base si sono sviluppate le "otto scuole" e le "dieci scuole".
Le "Otto scuole", che si aggiungono alle quattro sopra citate (o meglio, suddivisesi dalle quattro precedenti) le cucine delle provincie di Hunan, Fujian, Anhui e Zhejiang.
Le "Dieci scuole", che aggiungono alle otto sopra citate le cucine di Pechino e di Shanghai.
Tra le ricette più note, il riso cantonese.

La cucina cinese è legata alla filosofia e alla medicina. Essa distingue, legumi cucinati e per estensione tutto ciò che accompagna i cereali, il fan. Gli alimenti yin, femminili, umidi e teneri dunque rinfrescanti, sono i legumi ed i frutti. Gli alimenti yang, maschili, fritti, speziati o a base di carne hanno un effetto riscaldante. Un pasto deve dunque non soltanto armonizzare i gusti, ma ugualmente trovare un equilibrio tra il freddo e il caldo. Per complimentarsi con un piatto, si dice che "aiuta a far passare il riso". Un'altra cosa che caratterizza la cucina tradizionale cinese è l'assenza di prodotti lattieri a causa di un'intolleranza al lattosio che esiste in numerosi paesi asiatici.

I Cinesi condividono i piatti, i quali sono spesso messi in comune. I Cinesi mangiano con l'aiuto di bacchette, o di cucchiai cinesi di legno, più raramente di porcellana. La tavola si caratterizza per il suo aspetto sociale: rotonda e talvolta sormontata da un piatto girevole dove sono depositati i piatti; nessun coltello è presente a tavola. Tutti gli alimenti sono tagliati in cucina, ad eccezione dei frutti di mare che talvolta sono serviti non sgusciati.

La successione cronologica dei piatti che si conosce in Italia e negli altri paesi occidentali, nella cucina cinese è sostituita da una ricerca di equilibrio a partire dai cinque sapori di base (dolce-salato-acido-amaro-piccante). Tuttavia, i cibi esclusivamente dolci non appaiono che alla fine dei banchetti o dei pranzi di festa. In Cina, un piatto deve anche essere gradevole all'occhio. I piatti talvolta sono scelti a fini terapeutici, come ad esempio i nidi di rondine o le pinne di pescecane, che sono ingredienti naturalmente insipidi. Si prende in considerazione la nozione, derivata dalla medicina tradizionale, di complementarità dei corpi caldi e freddi, particolarmente nel Sud della Cina.

L'ospite deve essere pieno di premure per l'invitato, di cui riempie la ciotola, la tazza ed il bicchiere, perché restino sempre piene. Lasciare la propria ciotola vuota sarebbe il segno che non si è mangiato a sazietà: quantità straordinarie di cibi sono così lasciate nei piatti, i cui fondi sono sistematicamente riciclati in tritatori, finendo per diventare cibo per i maiali o compost. È tuttavia abituale chiedere di portar via i piatti restanti in scatole di plastica. 

Durante un pranzo tradizionale, vengono fatti brindisi agli uni e agli altri. Costituiscono talvolta segni di sfide che hanno come scopo di contribuire a creare l'atmosfera calorosa alla quale i Cinesi tengono tanto, ma che conducono a volte anche ad eccessi spiacevoli. Colpire il tavolo con la punta dell'indice e del medio incurvate (imitazione di un inchino profondo) permette di rifiutare l'invito a bere. In certe regioni dell'Impero di Mezzo esistono giochi che accompagnano il consumo di alcol. Permettono di designare chi berrà il bicchiere seguente.

La Cucina Cinese, le cui prime testimonianze risalgono all’età della pietra, è una tra le più antiche del mondo. Tra gli alimenti principali, che caratterizzano la maggior parte dei pasti consumati in questo paese dell’estremo oriente, ci sono riso e pasta, le cui origini sembrano essere cinesi. La vastità del territorio determina l’elaborazione di differenti cucine che partono sempre da quella tradizionale. Restano immutati alcuni tratti comuni: la presenza di riso e noodles, la tipica pasta cinese, l’utilizzo delle bacchette per accompagnare il cibo alla bocca e il metodo della frittura saltata per cuocere gli alimenti.

La cucina cinese differisce dalle principali cucine orientali in quanto priva di restrizioni di ordine religioso (come il divieto del consumo di carne suina o bovina, come avviene per l’induismo e l’islam). Ne risulta un modello di cucina che ha sempre avuto come obiettivo la valorizzazione qualunque alimento.
In Cina convivono cinque scuole di cucina, ognuna legata ad una regione.
La cucina cantonese è quella che più si avvicina alla cucina proposta dai ristoranti cinesi nostrani, i piatti tipici sono il pollo al limone e il riso alla cantonese.
La cucina del nord, della regione dello Hebei (dove è situata Pechino) è famosa per i ravioli (jiaozi) e l’anatra laccata (kaoya), piatto molto complesso e raffinato.
La cucina del Sichuan, pressoché sconosciuta in occidente, è la più piccante. Uno dei piatti caratteristici è il mapo doufu (tofu) piccante.
La cucina del Fujian è rinomata per le zuppe e le ostriche.
La cucina del Jiangsu e dello Zhejiang è nota per i pesci d’acqua dolce e di mare, i granchi, e per un piatto molto particolare: le lingue d’anatra affumicate.

Uno dei pochi alimenti che non rientrano nella cucina cinese sono il latte e i suoi derivati, che costituisce un’acquisizione molto recente ed è totalmente assente nella tradizione, come avviene del resto in quasi tutto l'oriente.
Tra le carni, quella suina è senz'altro la preferita, seguita da quella di pollo e solo in ultima sede da quella bovina. La carne ovina è ancora oggi utilizzata solamente dalle minoranze etniche.
  


I grassi utilizzati dai cinesi sono derivati dal maiale e dagli oli di semi (arachidi, soia e colza), non si usa l'olio di oliva.
Tra le verdure, sono molto diffusi aglio, cipolla, porri, e verdure a foglia verde, mente carote, zucchine e pomodori hanno scarso impiego.
La pasta e il pane, entrambi preparati con grano tenero, sono più diffusi al nord, mentre nel resto del paese il riso la fa da padrone.
Il ruolo della soia e dei derivati, è molto importante: i prodotti più conosciuti sono la salsa di soia e il tofu.
La cucina cinese non possiede un'arte pasticcera, i dolci sono relegati a un ruolo di secondo piano e non prevedono elaborazioni significative.

Come in ogni cultura culinaria orientale che si rispetti, la religione e la filosofia hanno un ruolo fondamentale e questo si ripercuote nella cura dell'estetica dei piatti e nella preparazione dei cibi, che nelle sue massime espressioni raggiunge livelli veramente alti.
La pratica di tagliare i cibi (e soprattutto la carne) a piccoli pezzi deriva dalla necessità di mangiare con le bacchette (kuaizi), il tipo di coltello utilizzato somiglia molto alle nostre mannarette (i coltelli per spaccare le ossa).
Il Wok è la pentola che si adotta per cucinare qualunque cosa, data la sua estrema versatilità, le cotture più gettonate sono quella al al vapore, la bollitura e la frittura (ad immersione o "saltata").

Attualmente i cinesi consumano birra e bibite gassate, e saltuariamente superalcolici (brandy locali e cognac d’importazione)
Il té, soprattutto verde, é molto diffuso e si adatta a qualunque piatto.
Il vino di produzione cinese ha uno standard qualitativo molto basso, e comunque i piatti cinesi non sono molto adatti ad essere accostati al vino.
Meno note alcune bevande fermentate, che si servono calde, prodotte a partire da cereali. La più famosa é il vino giallo Shaoxing, reperibile anche nei negozi specializzati italiani. Hanno una gradazione alcolica intorno ai 18°

Il tofu è un'invenzione cinese. Rappresenta la base di una dozzina di alimenti diversi che appaiono molto spesso sulle tavole a causa del loro costo modico.

Il principale farinaceo di accompagnamento è:
nella Cina del Sud: il riso cotto al vapore senza condimento; deve essere leggermente colloso.
nella Cina del Nord: le paste, le crespelle o i pani al vapore a base di farina di grano.

Come in tutte le culture, alle feste ed alle occasioni speciali sono associati cibi particolari.
La torta di Capodanno (nian gao) a base di farina di riso glutinoso, profumato ai fagioli rossi o al longan; è cotta al vapore, poi tagliata a fette che vengono fritte.
Il pasticcio imperiale e l'involtino primavera (chun juan) sono piccole crespelle a base di farina di grano o di riso contenenti verdure o carne tagliate a lamelle. Si tratta in origine di un picnic che ci si porta dietro al cimitero in occasione della Festa di Qingming.
Gli zongzi, foglie di bambù farcite (riso glutinoso, maiale, arachidi, tuorlo di uovo d'anatra salato), accompagnano la Festa delle barche drago.
Le torte di luna (yuebing) si consumano all'epoca della Festa di mezzo autunno, che ha luogo più spesso a settembre in occasione della luna piena.
La pasta di lunga vita (changshou mian), molto sottile e molto lunga, è consumata da coloro che festeggiano il proprio compleanno per assicurarsi la longevità; è dunque importante non romperla durante la cottura.
Accanto alle taverne, i ristoranti offrono sale comuni e sale separate che si possono prenotare se si vuole restare soli. Si scelgono spesso i pesci direttamente nell'acquario, o anche un altro animale in una gabbia situata all'ingresso del ristorante.

Di tutti i ristoranti etnici, il ristorante cinese è purtroppo il punto di riferimento verso il basso.
Il boom dei ristoranti cinesi si ebbe negli anni 80, quando si diffusero in tutte le città di provincia, definendo lo standard attuale: cuochi improvvisati, qualità degli arredamenti e degli ingredienti molto bassa, prezzi concorrenziali con quelli di fast food e pizzerie. Tutto questo ha tagliato fuori tutti coloro che puntavano sulla qualità (difficile proporre un menù di qualità per 15 euro...).

Per quanto riguarda la salubrità, c'è da sottolineare l'abuso di grassi (non solo nei cibi fritti!), che rendono i piatti delle vere bombe caloriche, e dimostrano il fatto che i piatti sono buoni non per la bontà degli ingredienti, ma al solito per l'appetibilità data dalle calorie.




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lunedì 1 febbraio 2016

IL LATTE D'ASINA



Sin dai tempi dell'antico Egitto, il latte dell'asina viene consumato per usi sia alimentari che cosmetici. Un'asina dà da uno a 1,5 litri di latte circa al giorno. Gli allevamenti di asini, a volte chiamati asinerie, possono contare da pochi capi a più di 700.

Veniva utilizzato fino all'inizio del XX secolo come sostituto del latte materno. La testimonianza del 1928 del Prof. Charles Porcher (1872-1933) della Scuola Veterinaria di Lione, in Francia, dimostra che la pratica era ancora diffusa, ma in minor misura, nel primo dopoguerra:

« Sembra che si ritorni al latte d'asina come alimento per la prima infanzia nel caso, in particolare, in cui il bambino sia di salute alquanto delicata. Non che il latte d'asina sia stato del tutto abbandonato ma, mentre circa 25-30 or sono, nelle città si trovavano abbastanza facilmente delle asine allevate per il loro latte con il quale si nutrivano i lattanti, si può dire che da allora questa pratica fosse, per così dire, del tutto scomparsa ».

Il latte d'asina veniva utilizzato un tempo in medicina. Le sue virtù terapeutiche erano note sin nell'antichità, quando i medici lo raccomandavano per curare diverse affezioni.

Il padre della medicina, Ippocrate (460 – 377 a.C.), prescriveva il latte d'asina per numerosi mali, come problemi al fegato, edemi, sanguinamenti di naso, avvelenamenti, malattie infettive, cicatrizzazione di piaghe e febbri.

Nella sua enciclopedica Naturalis Historia, nel libro 28 che tratta dei rimedi ricavati dagli animali, Plinio il Vecchio (23 - 79 d.C.) lo proponeva per combattere gli avvelenamenti, la febbre, la fatica, le macchie degli occhi, i denti malfermi, le rughe del viso, le ulcerazioni, l'asma ed alcuni problemi ginecologici.

Già ai tempi dell'antica Roma, il latte d'asina è stato utilizzato dall'uomo contro le malattie e l'invecchiamento della pelle.

In tempi più recenti, è stato utilizzato anche contro la pertosse dei bambini non a caso chiamata tosse asinina.
Recenti studi hanno dimostrato che il latte d'asina è l'alimento naturale di origine animale, con le caratteristiche più vicine al latte materno, rispetto a quello di altre specie animali.




Sono stati condotti studi su bambini allergici al latte vaccino, che hanno dimostrato che il latte di asina è tollerato dalla maggior parte di loro. Il sapore dolce lo rende inoltre gradevole e ben accetto, a differenza delle formule speciali a base di idrolisati proteici o di aminoacidi, il cui utilizzo nei bambini allergici al latte vaccino è compromesso proprio dal sapore e dal retrogusto amaro. Alla elevata tollerabilità e alla palatabilità si uniscono gli effetti positivi da fattori nutrizionali aggiuntivi.
La ricchezza di lattosio, ha un effetto positivo sull'assorbimento intestinale del calcio e può aiutare nella cura della osteoporosi degli adulti e favorire la mineralizzazione delle ossa nei bambini
La presenza nel latte d'asina, di sostanze ad attività probiotica, (che regolano la flora microbica intestinale), di fattori di rilascio ormonale, di anticorpi e di composti azotati ad azione antibatterica, rendono questo alimento primordiale molto utile anche nell'alimentazione delle persone anziane e debilitate.

Il Latte di Asina  era il segreto di bellezza di Cleopatra, la regina dell'Antico Egitto per la quale immergersi nel latte d'asina era il rito per dare splendore alla propria pelle preservandola dall'invecchiamento. E' stato considerato un vero oro bianco e utilizzato da molte donne celebri della storia, dalla seconda moglie dell'imperatore Nerone, Poppea, alla sorella di Napoleone, Paolina Bonaparte.
Il Latte di Asina è famoso per le sue virtù terapeutiche e cosmetiche, infatti contiene naturalmente sostanze preziose quali Vitamine (A,B,C,D,E), Acidi Grassi (Omega 3 e 6), Minerali, Aminoacidi, Proteine, tutti elementi che gli conferiscono eccezionali proprietà cosmetiche, tra le quali:
effetto idratante, nutriente e riparatore
proprietà ipoallergeniche e antinfiammatorie con azione lenitiva
azione ristrutturante e riparatoria nel processo di invecchiamento
barriera protettiva dall’azione dannosa dei radicali liberi.


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martedì 19 gennaio 2016

IL FICO D'INDIA



Il fico d'India è una pianta succulenta della famiglia delle Cactaceae, originaria del Messico ma naturalizzata in tutto il bacino del Mediterraneo e nelle zone temperate di America, Africa, Asia e Oceania.
L'O. ficus-indica è nativa del Messico. Da qui, nell'antichità, si diffuse tra le popolazioni del Centro America che la coltivavano e commerciavano già ai tempi degli Aztechi, presso i quali era considerata pianta sacra con forti valori simbolici. Una testimonianza dell'importanza di questa pianta negli scambi commerciali è fornita dal Codice Mendoza. Questo codice include una rappresentazione di tralci di Opuntia insieme ad altri tributi quali pelli di ocelot e di giaguaro. Il carminio, pregiato colorante naturale per la cui produzione è richiesta la coltivazione dell'Opuntia, è anch'esso elencato tra i beni commerciati dagli Aztechi.

La pianta arrivò nel Vecchio Mondo verosimilmente intorno al 1493, anno del ritorno a Lisbona della spedizione di Cristoforo Colombo. La prima descrizione dettagliata risale comunque al 1535, ad opera dello spagnolo Gonzalo Fernández de Oviedo y Valdés nella sua Historia general y natural de las Indias. Linneo, nel suo Species Plantarum (1753), descrisse due differenti specie: Cactus opuntia e C. ficus-indica. Fu Miller, nel 1768, a definire la specie Opuntia ficus-indica, denominazione tuttora ufficialmente accettata.

È una pianta succulenta arborescente che può raggiungere i 3–5 m di altezza.

Il fusto è composto da cladodi, comunemente denominati pale: si tratta di fusti modificati, di forma appiattita e ovaliforme, lunghi da 30 a 40 cm, larghi da 15 a 25 cm e spessi 1,5-3,0 cm, che, unendosi gli uni agli altri formano delle ramificazioni. I cladodi assicurano la fotosintesi clorofilliana, vicariando la funzione delle foglie. Sono ricoperti da una cuticola cerosa che limita la traspirazione e rappresenta una barriera contro i predatori. I cladodi basali, intorno al quarto anno di crescita, vanno incontro a lignificazione dando vita ad un vero e proprio tronco.

Le vere foglie hanno una forma conica e sono lunghe appena qualche millimetro. Appaiono sui cladodi giovani e sono effimere. Alla base delle foglie si trovano le areole (circa 150 per cladode) che sono delle ascelle modificate, tipiche delle Cactaceae.

Il tessuto meristematico dell'areola si può differenziare, secondo i casi, in spine e glochidi, ovvero può dare vita a radici avventizie, a dei nuovi cladodi o a dei fiori. Da notare che anche il ricettacolo fiorale, e dunque il frutto, è coperto da areole da cui si possono differenziare sia nuovi fiori che radici.

Le spine propriamente dette sono biancastre, sclerificate, solidamente impiantate, lunghe da 1 a 2 cm. Esistono anche varietà di Opuntia inermi, senza spine.

I glochidi sono invece sottili spine lunghe alcuni millimetri, di colore brunastro, che si staccano facilmente dalla pianta al contatto, ma essendo muniti di minuscole scaglie a forma di uncino, si impiantano solidamente nella cute e sono molto difficili da estrarre, in quanto si rompono facilmente quando si cerca di toglierle. Sono sempre presenti, anche nelle varietà inermi.

L'apparato radicale è superficiale, non supera in genere i 30 cm di profondità nel suolo, ma di contro è molto esteso.

I fiori sono a ovario infero e uniloculare. Il pistillo è sormontato da uno stimma multiplo. Gli stami sono molto numerosi. I sepali sono poco vistosi mentre i petali sono ben visibili e di colore giallo-arancio.

I fiori si differenziano generalmente sui cladodi di oltre un anno di vita, più spesso sulle areole situate sulla sommità del cladode o sulla superficie più esposta al sole. All'inizio, per ogni areola, si sviluppa un unico fiore. I fiori giovani portano delle foglie effimere caratteristiche della specie. Un cladode fertile può portare sino a una trentina di fiori, ma questo numero varia considerevolmente in base alla posizione che il cladode occupa sulla pianta, alla sua esposizione e anche in base alle condizioni di nutrizione della pianta.

Il frutto è una bacca carnosa, uniloculare, con numerosi semi (polispermica), il cui peso può variare da 150 a 400 g. Deriva dall'ovario infero aderente al ricettacolo fiorale. Certi autori lo considerano un falso arillo. Il colore è differente a seconda delle varietà: giallo-arancione nella varietà sulfarina, rosso porpora nella varietà sanguigna e bianco nella muscaredda. La forma è anch'essa molto variabile, non solo secondo le varietà ma anche in rapporto all'epoca di formazione: i primi frutti sono tondeggianti, quelli più tardivi hanno una forma allungata e peduncolata. Ogni frutto contiene un gran numero di semi, nell'ordine di 300 per un frutto di 160 g. Molto dolci, i frutti sono commestibili e hanno un ottimo sapore. Una volta sbucciati e privati delle punte si possono tenere in frigorifero e mangiare freddi.

La pianta è al giorno d'oggi coltivata in numerosi paesi, tra cui: Messico, Stati uniti, Cile, Brasile, Nord Africa, Sudafrica, Medio Oriente, Turchia, Tunisia su ampie regioni del paese e Italia (prevalentemente in Basilicata, Sicilia, Calabria, Puglia e Sardegna).

Il carattere infestante della specie, che tende a sostituire la flora autoctona modificando il paesaggio naturale, ha messo in allerta anche alcune regioni italiane, tra le quali la Toscana, dove una legge regionale ne vieta espressamente l'uso per interventi d'ingegneria naturalistica, come il rinverdimento, la riforestazione ed il consolidamento dei terreni.

La resistenza alla siccità è determinata dal fatto che i cladodi sono ricoperti da una spessa cuticola cerosa e che il parenchima è costituito da strati di cellule che fungono da riserva d’acqua. Anche la presenza di radici superficiali e disposte su ampia superficie è un adattamento che consente la sopravvivenza anche in zone con precipitazioni piovose di modesta entità. La pianta inoltre, analogamente alle altre Cactacee, è dotata di un particolare metabolismo fotosintetico, denominato fotosintesi CAM (Crassulacean Acid Metabolism), che consente l’assimilazione dell’anidride carbonica e la traspirazione durante la notte, quando la temperatura è più bassa e l’umidità più alta. Le perdite di acqua per traspirazione sono conseguentemente molto ridotte, mentre la quantità di anidride carbonica assorbita è, in rapporto all’acqua disponibile, elevata. Ciò determina una maggiore efficienza d’uso dell’acqua, cioè un costo in termini di acqua necessaria per fissare una molecola di carbonio, da tre a cinque volte più basso di quello che si registra nelle altre specie agricole.

È una tipica pianta aridoresistente che richiede temperature superiori a 0 °C, al di sopra di 6 °C per uno sviluppo ottimale. Temperature invernali prolungate al di sotto di 0 °C, pur non costituendo un fattore limitante per le piante selvatiche, deprimono l’attività vegetativa e la produttività delle piante in coltura e possono portarle al deperimento.

È una pianta molto adattabile alle diverse condizioni pedologiche. I suoli idonei alla coltura hanno una profondità di circa 20-40 cm, sono terreni leggeri o grossolani, senza ristagni idrici, e con valori di pH che oscillano tra 5.0 e 7.5 (reazione acida, neutra o leggermente subalcalina). Dal punto di vista altimetrico, le superfici destinate alla coltivazione possono andare dai 150 ai 750 metri sul livello del mare.

La propagazione si attua per talea, si preparano tagliando longitudinalmente in due parti cladodi di uno due anni, che vengono lasciati essiccare per alcuni giorni e poi immessi nel terreno, dove radicano facilmente. La potatura, da eseguirsi in primavera o a fine estate, serve ad impedire il contatto tra i cladodi, nonché ad eliminare quelli malformati o danneggiati. Per migliorare la resa è opportuna una concimazione fosfo-potassica, preferibilmente organica.

La tecnica della scozzolatura, il taglio cioè dei fiori della prima fioritura, da eseguirsi in maggio-giugno, consente di ottenerne una seconda fioritura, più abbondante, con una maturazione più ritardata, in autunno. In base a tale consuetudine si distinguono i frutti che maturano già in agosto, cosiddetti agostani, di dimensioni ridotte, e i tardivi o bastardoni, più grossi e succulenti, che arrivano sul mercato in autunno.

La produzione degli agostani non necessita di irrigazione, che invece è richiesta per la produzione dei bastardoni.

In coltura irrigua si può ottenere una resa di 250-300 quintali di frutto ad ettaro.

Il panorama varietale della coltura è limitato sostanzialmente a tre cultivar che differiscono per la colorazione del frutto: gialla (Sulfarina), bianca (Muscaredda) e rossa (Sanguigna). La cultivar Sulfarina è la più diffusa per la maggiore capacità produttiva e la buona adattabilità a metodi di coltivazione intensiva. In genere vi è comunque la tendenza ad integrare la coltivazione delle tre cultivar, in modo da fornire al mercato un prodotto caratterizzato da varietà cromatica.

In Italia vengono prodotti da 750 mila a 850 mila quintali all'anno, prevalentemente nelle provincie di Catania, Caltanissetta e Agrigento. Infatti, il 90% della superficie coltivata a fico d'India è localizzata in Sicilia, il rimanente 10% in Basilicata, Calabria, Puglia e Sardegna. In Sicilia, oltre il 70% delle colture si concentrano in 3 aree: la zona collinare di San Cono, il versante sud-orientale delle pendici dell'Etna e la Valle del Belice.



L'Opuntia ficus-indica, per la sua capacità di svilupparsi anche in presenza di poca acqua, si rivela una pianta di enormi potenzialità per l'agricoltura e l'alimentazione dei paesi aridi.

La diffusione capillare in Sicilia, lo storico e ampio uso che se ne fa nella cucina siciliana hanno portato il ficodindia generico (Opuntia ficus-indica) ad essere inserito nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani (P.A.T) del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (Mipaaf) come prodotto tipico siciliano.

La composizione nutrizionale delle foglie del fico d'India è molto diversa da quella del frutto e dei semi.
I cladodi della pianta contengono una consistente quantità di acqua, ma rappresentano anche una preziosa fonte di oligoelementi (potassio, magnesio, calcio, ferro, silice), sostanze nutritive (soprattutto fibra grezza, carboidrati) e vitamine, in particolare vitamina C e precursori della vitamina A (beta-carotene, luteina ed alfa-criptoxantina). Nel succo delle foglie non mancano tiamina, riboflavina, niacina, vitamina B6 e folati. Inoltre, nelle foglie del fico d'India si trovano molti aminoacidi, tra cui 7 essenziali.

Se i semi sono ricchi di lipidi e proteine, i frutti sovrabbonadano di zuccheri semplici come glucosio e fruttosio. Nel frutto ci sono anche sostanze anti-ossidanti come l'indicaxantina e la betanina, che contrastano i processi ossidativi.

Sono molteplici gli usi del fico d'India: molte usanze affondano le radici nell'antico popolo azteco: già all'epoca, gli Aztechi utilizzavano le foglie del fico d'India per allevare un insetto, il Dactylopius coccus Costa, che serviva per ottenere il rosso di cocciniglia. Dal corpo dell'insetto essiccato veniva estratta la colorazione rossa, tuttora richiestissima in ambito cosmetico, farmaceutico, tessile ed alimentare.
Un tempo, il succo ricavato dalle foglie era utilizzato come lubrificante per agevolare gli spostamenti di grandi massi di pietra; inoltre, associato a miele e rosso d'uovo, sembrava essere utile contro le scottature.  Poteva essere usato anche per alleviare infiammazioni, lussazioni e tonsilliti.
Grazie alle risorse vitaminiche, il fico d'India era usato anche dai conquistatori del Messico per contrastare lo scorbuto, malattia da carenza di vitamina C.
I fiori, nella medicina contemporanea messicana, sono utilizzati per contrastare la cistite e come diuretici; i frutti aiutano a bloccare la diarrea ed esercitano azioni astringenti, mentre le fibre e le mucillagini sono tuttora usate come protettrici della mucosa gastrica e come regolatrici della glicemia.
L'opuntia vanta proprietà ipocolesterolemizzanti grazie alla componente fibrosa delle foglie; le mucillagini, oltre a conferire all'omonima pianta proprietà gastroprotettrici, le donano anche proprietà antinfiammatorie e cicatrizzanti. È dimostrato l'effetto positivo, esercitato dalle fibre solubili, nella diminuzione del colesterolo plasmatico e nel ritardare l'assorbimento del glucosio.
Nella medicina siciliana popolare, per contrastare le coliche renali si consiglia il decotto di fiori essiccati dell'opuntia.
Nel caso di ferite di superficie, si potrebbero sfruttare le mucillagini dei cladodi per le proprietà emollienti, idratanti ed antinfiammatorie.
L'utilizzo del fico d'India è particolarmente interessante anche in cosmesi, per la produzione di creme umettanti, shampoo, saponi, lozioni con azione astringente, e sembra favorire la crescita dei capelli.

Recentemente, nel Dipartimento di Medicina di New Orleans (Stati Uniti) è stato dimostrato un possibile effetto nella diminuzione dei sintomi che seguono l'intossicazione alcolica.
Anche l'azione antiossidante del fico d'India è stata dimostrata da uno studio svolto nel Dipartimento di Farmaceutica, Tossicologia e Chimica Biologica dell'Università di Palermo, e nel Dipartimento di Farmacia dell'Università di Gerusalemme: la betanina e l'indicaxantina sono le due sostanze antiossidanti responsabili dell'azione anti-radicalica.
Anche le attività diuretiche e citoprotettrici hanno un fondamento di verità: queste azioni attribuite al fico d'India sono state valutate dal Dipartimento Farmaco Biologico della Facoltà di Farmacia dell'Università di Messina: precisamente, l'attività diuretica è potenziata dall'infuso del frutto e non dal fiore.

L'uso alimentare dell'opuntia si riferisce ai frutti, ricchi di zuccheri, calcio, fosforo e vitamina C; possono essere utilizzati freschi oppure destinati alla fabbricazione di liquori, gelatine, marmellate, dolcificanti e succhi. Persino i cladodi sono sfruttati dall'industria alimentare: vengono conservati sotto aceto o canditi.
Il fico d'india può essere usato anche come foraggio.
In Sicilia si ha la tradizione di produrre un particolare sciroppo dalla polpa priva di semi: è utilizzato per preparare dolci rustici tipici.

Il frutto non dev'essere mangiato in quantità eccessiva: potrebbe provocare, infatti, blocco intestinale; è per questo sconsigliato nelle persone che soffrono di diverticoli intestinali.

Le fibre del fico d’India favoriscono il senso di sazietà consentendo così di evitare di sgranocchiare fuori pasto; inoltre, sono utili per assimilare meno grassi e zuccheri, controllando la glicemia nel sangue e il sovrappeso, e per favorire il transito intestinale. Il fico d’India contiene anche niacina (vitamina B3) che rallenta la trasformazione degli zuccheri ingeriti in glicogeno e quindi in grasso che si deposita nei famosi punti critici: pancia, fianchi e glutei.





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