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giovedì 14 gennaio 2016

LA CURCUMA



La curcuma è una pianta erbacea dal colore giallo-ocra originaria dell'India. Gli indiani ne conoscono i benefici da più di 5mila anni. Sin dall'antichità è conosciuta infatti non solo come spezia, ma anche come colorante e antinfiammatorio.

La curcuma detta anche zafferano delle Indie è una pianta caratterizzata da lunghe foglie di forma ovale che accolgono dei particolari fiori raccolti in spighe, da questi si estraggono i rizomi che prima di essere utilizzati vengono fatti bollire ed essiccare e poi schiacciati con dei particolari attrezzi che danno vita alla"polvere magica". Definire la curcuma come una polvere magica può sembrare un'esagerazione, ma invece non lo è, le proprietà di questa pianta sono tantissime...

La curcuma longa, della famiglia delle Zingiberaceae, detta anche kurkum “zafferano d’india” o “zafferano dei poveri” è una pianta spontanea perenne che può raggiungere il metro di altezza. La si può riconoscere per via delle foglie larghe, i fiori grandi gialli e naturalmente la radice cilindrica, ramificata ed arancione.

La radice è proprio la parte che contiene le proprietà benefiche e si raccoglie in autunno. La si può acquistare fresca o essiccata e macinata.
Si suppone che questa spezia provenga dalla Cina, poiché Marco Polo lo cita nei suoi scritti (XIII secolo), si sa comunque che nasce spontanea sia in Asia che in India e Malesia. Si suppone tuttavia che i primi a scoprirla fossero stati i greci che ne fanno menzione in un libro di medicina, Paracelso inoltre la consigliava per combattere i problemi epatici.

Contiene l’11,2 % di acqua, il 9,9 % di grassi, il 7,8 % di proteine, il 21 % di fibre, il 3,2 % di zuccheri ed il 6 % di ceneri.

Questi i minerali presenti: calcio, sodio, potassio, fosforo, magnesio, ferro, zinco, selenio, manganese e rame.

Contiene le vitamine B1, B2, B3, B6, vitamina C, vitamina E, K e J.

Gli zuccheri si dividono in saccarosio, destrosio e fruttosio.

La curcuma contiene inoltre centinaia di componenti; tuttavia l’attenzione degli studiosi si è concentrata su uno in particolare: la curcumina.

La curcuma viene impiegata nella medicina tradizionale indiana e in quella cinese come disintossicante dell’organismo, in particolare del fegato. Queste proprietà salutari attribuite dalla tradizione popolare sono le stesse che oggi vengono confermate dalla medicina ufficiale, anche alla luce dei numerosissimi studi e scoperte che la scienza attuale ha ufficialmente confermato.
In base a recenti studi è risultato che la curcumina potrebbe essere utile a contrastare l’insorgere di almeno otto tumori: colon, bocca, polmoni, fegato, pelle, reni, mammelle e leucemia. Il particolare che ha “catturato” l’attenzione degli studiosi è il fatto che nei paesi asiatici e in particolare in India, dove il consumo di curcuma è altissimo, l’incidenza dei tumori è molto bassa. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Cancer Research, la spezia avrebbe un ruolo fondamentale nella prevenzione e nel trattamento del tumore alla prostata. Si è inoltre constatato che l’effetto della curcumina è ancora più evidente quando associato ad un isotiocianato presente in verdure come il cavolo, i broccoli o il cavolo rapa.
Vi sono motivi per ipotizzare che il consumo di curcuma possa influire positivamente sulla prevenzione della leucemia nei bambini. È quanto è emerso da alcuni studi condotti alla Loyola University Medical Centre di Chicago.
Molto interessanti le proprietà antiossidanti della curcumina che sono in grado di trasformare i radicali liberi in sostanze inoffensive per il nostro organismo oltre naturalmente a rallentare l’invecchiamento del nostro patrimonio cellulare. Questo è molto importante in molte malattie come ad esempio l’artrite reumatoide dove i radicali liberi sono responsabili dell’infiammazione e del dolore alle articolazioni. Questa combinazione di antiossidanti ed antinfiammatori spiegherebbe perché molte persone con infiammazioni articolari provano sollievo quando consumano la curcuma.
La curcumina ha anche proprietà cicatrizzanti. In India viene applicato il rizoma di curcuma per curare ferite, scottature, punture d’insetti e malattie della pelle con risultati veramente soddisfacenti.
La curcuma, la curcumina per essere più precisi, ha anche proprietà antinfiammatorie molto marcate, tanto che il suo effetto è paragonabile a quello di alcuni farmaci antinfiammatori senza però avere effetti collaterali. Tali proprietà apportano benefici in caso di artrite. Questa patologia infatti è provocate da una sorta di infiammazione delle articolazioni. A differenza dei farmaci antinfiammatori che sono associati ad effetti tossici (ulcere e riduzione dei globuli bianchi), la curcuma è un antinfiammatorio naturale che non presenta effetti collaterali.




La curcuma ha anche proprietà che apportano benefici alla funzione cerebrale e di conseguenza la sua assunzione può essere utile per prevenire alcune patologie come la depressione ed il morbo di Alzheimer. Si ritiene che la spezia sia anche in grado di aumentare memoria ed intelligenza ma non vi è ancora nulla di certo, gli studi riguardo a questa proprietà sono ancora in corso.
La curcuma è in grado di rafforzare il tessuto endoteliale, ovvero il rivestimento dei vasi sanguigni. La disfunzione endoteliale è una delle principali cause delle malattie cardiache e ha come conseguenza l’incapacità dell’endotelio di regolare la pressione sanguigna e la coagulazione del sangue. Gli studi hanno dimostrato che la curcuma apporta miglioramenti alla funzione endoteliale con i conseguenti benefici per la salute del cuore e dell’apparato cardiocircolatorio.
Secondo una ricerca indiana pubblicata sul Journal of Physiology and Pharmacology, la curcuma, nello specifico la curcumina, sarebbe in grado di prevenire l’ossidazione del colesterolo. Una volta ossidato il colesterolo si deposita nei vasi sanguigni con gravi rischi per la salute che possono manifestarsi con attacchi di cuore o ictus. Oltre a questa proprietà la curcuma è in grado di ridurre di circa l’11 % i livelli di colesterolo cattivo LDL e di aumentare del 29 % quelli del colesterolo buono HDL.

La polvere di curcuma è l’ingrediente che dà il colore caratteristico al curry; il sapore è molto volatile mentre, al contrario, il colore si mantiene inalterato nel tempo.

Per questo motivo è una sostanza che viene largamente impiegata nel ramo alimentare come colorante, il suo codice è E 100; alimenti come il formaggio, yogurt, mostarda, brodi vari in scatola e altri ancora vengono spesso colorati con derivati di questa radice.

Per un uso salutistico è sufficiente riuscire ad integrarla nella nostra dieta quotidiana. Un paio di cucchiaini da caffè al giorno sono la dose ideale; si può aggiungere a fine cottura di molti alimenti ma si può anche aggiungere a vari tipi di yogurt o farne una salsa.

È importante ricordare che la curcuma va assunta insieme al pepe nero o al tè verde per facilitarne l’assorbimento. Non solo. Anche l’abbinamento a qualche grasso, tipo olio d’oliva, burro, o quant’altro, facilita l’assorbimento della curcuma.

Da non confondere con il curry, la curcuma è una polvere giallo scuro che deriva da una pianta appartenente alla famiglia dello zenzero. Il suo assorbimento da parte del nostro organismo è piuttosto basso e questa particolarità ne rende l’impiego molto sicuro, in quanto diventa molto difficile assumerne quantità notevoli poiché sarebbero dannose all’organismo.
Viene normalmente venduta in polvere. In questo caso va conservata dentro a un vaso di vetro sigillato ed in un  luogo fresco e asciutto per mantenerne più a lungo l’aroma.

È meglio che il vaso non sia trasparente così da non far filtrare la luce che danneggerebbe le proprietà della “preziosa” polvere.

L’olio di curcuma può essere impiegato per sostituire l’olio di oliva in tutti i suoi usi. Apporta benefici al metabolismo del fegato e dei grassi in generale.                                                          

Ingredienti per 50 cl. di olio:                  
50 cl. di olio extravergine di oliva
3 cucchiaini di curcuma in polvere

Mettere l’olio e la curcuma in un barattolo con chiusura ermetica e mescolare bene fino ad amalgamare completamente i due ingredienti. Lasciare macerare il tutto ricordandosi di agitare bene il contenitore una volta al giorno.

Trascorsi sette giorni non agitate il barattolo e travasate il tutto in una bottiglia di vetro evitando di far scendere la curcuma che nel frattempo si sarà depositata sul fondo. Grazie alle sue proprietà antiossidanti è chiamato anche olio della giovinezza.

Un cucchiaino di curcuma corrisponde a 2 calorie.

In cosmesi la curcuma è presente nelle formule di prodotti solari, antirughe, purificanti della pelle e antiforfora.

La curcumina è presente nella spezia nella quantità pari al 3 % del peso totale.

Purtroppo, come avviene in molti altri campi, la spezia gialla viene aggiunta dalle aziende poco serie per “allungare” il più costoso zafferano; in questo caso, fortunatamente, viste le proprietà salutari della curcuma, non vi sono problemi.

Sono stati effettuati alcuni studi su pazienti con problemi di depressione e la curcuma ha rivelato di avere effetti simili a quelli dei farmaci antidepressivi.

Come preparare una bevanda ayurvedica: questa bevanda, chiamate golden milk, si prepara miscelando con curcuma, acqua, latte, anche vegetale volendo, e miele. Si tratta di un ottima bevanda corroborante, digestiva ed antinfiammatoria.

Come preparare la tisana alla curcuma: versare 2 cucchiaini di polvere di curcuma in un bricco di acqua bollente, aggiungere un cucchiaino di miele e di succo di limone con un pizzico di pepe nero. Perché il pepe nero? Migliora l’assorbimento delle proprietà benefiche della curcuma. Ottimo rimedio contro il raffreddore.

Si consiglia di non utilizzare la curcuma se si è allergici anche ad uno solo dei principi attivi.

Se assunta smodatamente può provocare: ulcere, dissenteria, nausea, meteorismo e calcoli.

Se ne sconsiglia l’uso a persone con disturbi emofili, calcoli e donne in attesa.

La curcuma è considerata un portafortuna e le spose indiane ne portano al collo un piccolo pezzo nel giorno delle nozze. La curcuma è anche l’ingrediente principale del masala, tipica miscela di spezie indiana ma viene anche adoperata come colorante.







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venerdì 11 dicembre 2015

GLI ARANCINI



Le origini dell'arancino sono molto discusse. Essendo un prodotto popolare risulta difficile trovare un riferimento di qualche tipo su fonti storiche che possano chiarire con esattezza quali le origini e quali i processi che hanno portato al prodotto odierno con tutte le sue varianti.

In assenza di fonti specifiche, quindi, alcuni autori si sono cimentati nell'immaginarne le origini a partire dall'analisi degli ingredienti che costituiscono la pietanza. Così, per via della presenza costante dello zafferano, se ne è supposta una origine alto-medioevale, in particolare legato al periodo della dominazione musulmana, epoca in cui sarebbe stato introdotto nell'isola l'usanza di consumare riso e zafferano condito con erbe e carne. L'invenzione della panatura nella tradizione a sua volta viene spesso fatta risalire alla corte di Federico II di Svevia, quando si cercava un modo per recare con sé la pietanza in viaggi e battute di caccia. La panatura croccante, infatti, avrebbe assicurato un'ottima conservazione del riso e del condimento, oltre ad una migliore trasportabilità. Si è supposto che, inizialmente, l'arancino si sia caratterizzato come cibo da asporto, possibilmente anche per il lavoro in campagna.

La prima documentazione scritta che parli esplicitamente dell'arancinu in qualità di pietanza è il Dizionario siciliano-italiano di Giuseppe Biundi, il quale testimonia la presenza di "una vivanda dolce di riso fatta alla forma della melarancia". Questo dato può indurre a credere che l'arancino nascesse come dolce, presumibilmente durante le festività in onore di santa Lucia, e solo in seguito divenisse una pietanza salata. In effetti pare che i primi acquisti di uno degli elementi tipici costituenti l'arancino salato, il pomodoro, siano datati al 1852, cinque anni prima l'edizione del Biundi: la diffusione di tale ortaggio e il suo uso massiccio nella gastronomia siciliana si deve ipotizzare sia successiva a tale data e - verosimilmente - nel 1857 non era ancora divenuto parte dell'arancino. L'assenza di riferimenti precedenti al Biundi potrebbe in realtà essere indice di una relativa "modernità" del prodotto, certamente comunque nella sua versione salata.

Sulla origine della versione dolce pure permangono notevoli dubbi: l'accostamento con santa Lucia e i prodotti tipici legati ai suoi festeggiamenti apre diverse possibilità di interpretazione. A Siracusa, secondo la tradizione, nel 1646 approdò una nave carica di grano che pose fine ad una grave carestia, evento ricordato con la creazione della cuccìa, un prodotto a base di chicchi di grano non macinato, miele e ricotta. Non è impensabile quindi che i primi arancini dolci siano una versione da trasporto della stessa cuccìa. In merito al legame tra i due prodotti e i festeggiamenti luciani, ancora oggi il 13 dicembre di ogni anno, è tradizione palermitana quanto trapanese, festeggiare il giorno di santa Lucia, in cui ci si astiene dal consumare cibi a base di farina, mangiando arancini (di ogni tipo, forma e dimensione) e cuccìa.

In merito alla diffusione di questo prodotto nel mondo, si possono rintracciarne le origini nel fenomeno della emigrazione di siciliani all'estero, almeno nella sua fase iniziale, che fondarono rosticcerie nei luoghi in cui si stabilirono portando con sé i prodotti regionali. Un secondo fenomeno è dovuto alla creazione di rosticcerie di qualità in Italia e all'estero da parte di cuochi affermati e imprenditori siciliani.

L'arancino è considerato dai siciliani il prodotto di rosticceria più caratteristico della propria regione e quasi tutte le grandi città ne rivendicano la paternità. Questo atteggiamento fortemente campanilistico ha spesso acceso discussioni che oggi si sono diffuse a livello popolare anche grazie ai canali virtuali di discussione sociale, come blog, forum e altre forme di social network. In particolare nel comprensorio catanese si sostiene che la forma a cono si debba ad una ispirazione data dall'Etna: infatti tagliandone la punta esce dall'arancino il vapore che ricorderebbe il fumo del vulcano, mentre la superficie croccante della panatura e il rosso del contenuto ne rievocherebbero la lava nei suoi due stadi, calda e fredda. Sempre nel catanese, la forma a palla del prodotto ha generato un accostamento con le persone corpulente, definite con tono di scherno arancinu che' peri (arancino con i piedi, ossia arancino che cammina), per indicare una persona particolarmente rotonda.



Gli arancini di riso sono un piccolo timballo preparato con il riso la cui forma rotonda contiene un ripieno, generalmente con formaggio e piselli e ragù, ed infine fritto per essere servito ben caldo, attenzione durante la cottura che non si apra.

Per la preparazione si fa cuocere al dente il riso originario in abbondante brodo fino a completo assorbimento. Si fa raffreddare su un piano di marmo. Formati dei dischi di questo impasto, si pone al centro di ciascuno una porzione di farcitura e si chiudono. Successivamente si passano in una pastella fluida di acqua e farina e si impanano nel pangrattato, pronti per essere fritti.

Il riso è padrone della ricetta ma non mancano varianti fantasiose, ad esempio con i bucatini (a Caltanissetta e si chiama arancina). Il ripieno classico è il ragù ma le varianti sono infinite: qualsiasi farcitura salata va bene .

Il riso deve essere di chicco piccolo e colloso perfetto per l’uso, va solo tenuta d’occhio la cottura pre-frittura per non renderlo poltiglia: si scola bene al dente.

Astenersi sostenitori del riso venere, l’arancìn nero fa sicuramente colpo con gli amici, ma i chicchi non s’attaccheranno mai e poi mai neanche con la Vinavyl. È l’amido che fa La Maggìa!

Immancabili le differenze tra Occidente e Oriente di Sicilia anche sull’uso dello zafferano.

A Palermo lo zafferano è latitante e le arancine sono bianche, a Catania l’uso è consentito e il giallo si vede ma non è regola fissa.

Un trucchetto, poi neanche tanto segreto, è quello di tenere una ciotola con acqua fredda accanto mentre si formano le palle di riso (che poi vanno scavate con l’indice per creare la conca per il ripieno).

Tenere le mani umide evita che i chicchi s’incollino a dita e palmi.

L’arancìn tradizionale a Catania si fa con pezzi di carne nel sugo, quasi uno spezzatino, a Palermo con il trito. In ambo i casi il tripudio papillare è garantito.

Lasciate quindi raffreddare, prendete del riso e fatene uno strato sul palmo di una mano. Ricavate un incavo dove inserirete della scamorza e dei piselli che avrete precedentemente cotto e fatto soffriggere in padella, mescolando il tutto con il ragù.

Ricoprite quindi la farcitura utilizzando la rimanenza del riso creando la forma dell'arancino stesso. Ogni arancino verrà quindi passato nella farina, quindi nell'uovo sbattuto ed infine nel pangrattato.

L'arancino è quindi pronto per essere fritto. In questa fase dovrete porre attenzione che l'involucro non si apra, per cui dovrete cercare di dare una giusta consistenza allo strato di impanatura.

L'arancino più diffuso in Sicilia è quello al ragù di carne (per praticità, un sostituto dell'originale sugo), quello al burro (con mozzarella, prosciutto e, a volte, besciamella) e quello agli spinaci (condito anch'esso con mozzarella). Inoltre, nel catanese sono diffusi anche l'arancino "alla norma" (con melanzane, detto anche "alla catanese") e quello al pistacchio di Bronte. La versatilità dell'arancino è stata sfruttata per diverse sperimentazioni. Esistono infatti ricette dell'arancino che prevedono, oltre ovviamente al riso, l'utilizzo di funghi, salsiccia, gorgonzola, salmone, pollo, pesce spada, frutti di mare, pesto, gamberetti nonché del nero di seppia (l'inchiostro). Ne esistono varianti dolci: gli arancini vengono preparati con il cacao e coperti di zucchero (solitamente in occasione della festa di santa Lucia); ce ne sono alla crema gianduia (soprattutto nella zona di Palermo) e al cioccolato, nonché all'amarena. Per facilitare la distinzione tra i vari gusti, la forma dell'arancino può variare.




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martedì 20 ottobre 2015

CIBO E AMORE



Il reale funzionamento delle sostanze afrodisiache presenti negli alimenti non è ancora del tutto chiaro, ma sembra proprio che aggiungere con regolarità un pizzico di peperoncino o di zafferano ai nostri piatti possa garantire gli effetti sperati.

Si suole distinguere, oggi come in passato, tra sostanze afrodisiache - o afrodisiaci - e cibi dalle virtù afrodisiache: le prime sono prese in considerazione dalla farmacologia o dallo studio dei miti; i secondi vengono in conto nei campi della dietetica e della gastronomia.

Una vera e propria cucina (e non soltanto una dieta) afrodisiaca nasce nella seconda metà del XVII secolo, quando si comincia a dar peso, oltre che alle materie prime, alle preparazioni. Mentre l'inventario degli alimenti afrodisiaci si arricchisce di inediti cibi esotici (dai nidi di rondine alle pinne di pescecane) e si afferma la moda di profumare vini e piatti con ambra, muschio e zibetto, gli affaticati e gli insensibili affidano le loro speranze, piuttosto che a singoli alimenti, a un'esasperata alchimia di sapori e aromi. È soprattutto in Francia, nell'età delle «favorite», che si stabiliscono e si affinano le regole della cuisine d'amour. Attribuite alle più celebrate amanti dei sovrani francesi (ma in realtà elaborate, in tempi diversi, nelle cucine regali), sopravvivono numerose ricette che ne immortalano il nome: dalle «Costolette alla Maintenon» ai «Filetti di sogliola alla Pompadour», alla «Suprème di sogliola alla d'Estrée», ai vari piatti intitolati alla contessa du Barry, favorita di Luigi XV.

La cuisine d'amour - che accredita la Francia come la patria d'elezione di entrambe le «discipline» - è rinverdita e rilanciata prima da Anthelme Brillat-Savarin e, più in là, dal sedicente Sire de Baudricourt, il cui fantasioso e fortunato trattatello diverrà il modello di tutti i successivi manuali di cucina afrodisiaca. Tra questi andranno almeno ricordati La cucina dell'amore del catanese Omero Rompini (1926), documento garbato, saporoso e un po' patetico della stagione del tabarin, e Venere in cucina di Pilaff Bey, pseudonimo dello scrittore inglese Norman Douglas, un ricettario secco e alquanto riciclatorio compilato in Italia, per uso personale, tra il 1902 e il 1936 e pubblicato nel 1951 con la prefazione di Graham Greene.

I più recenti ricettari di cucina afrodisiaca sono le Ricette immorali dello scrittore spagnolo Manuel Vazquez Montalban: un ricettario eclettico infarcito di divagazioni divertenti, sdrammatizzanti e un po' surreali, e Afrodita di Isabel Allende, una chiacchierata alla buona sulla cucina, il sesso e i loro eventuali rapporti, inframmezzata da citazioni storico-letterarie, ricordi personali, consigli di buon senso e fantasie cautamente perverse.

È convinzione antica e radicata che gli alimenti influiscano positivamente o negativamente sugli stimoli e sulle prestazioni sessuali. «Sine Bacco et Cerere frigescit Venus», sentenziavano i romani. San Girolamo, seppure per opposte preoccupazioni, era della stessa opinione: «All'avidità di cibo si accompagna sempre la lascivia». Come il satollarsi «scaccia la castità» - aggiungeva sant'Ambrogio - così «la fame è amica delle verginità e nemica della lussuria». Nei monasteri medievali il consumo della carne era severamente interdetto, al punto che chi la toccava (di norma i vecchi e i malati) veniva isolato e sottoposto a sanzioni; nelle abbazie più rigoriste si arrivava a negargli la confessione e la comunione: ciò perché si riteneva che la carne, e soprattutto quella di quadrupede, attentasse alla continenza.



Le liste di proscrizione degli ordini monastici, incrociate con le raccolte di rimedi e «segreti» per i debilitati e i frigidi (il ricettario di Caterina Sforza, per esempio), ci consentono di redigere il catalogo degli alimenti considerati afrodisiaci - perché rinvigorenti o perché eccitanti - nel Medioevo come anche in età rinascimentale e barocca. Erano ritenuti risuscitatori della carne tutti i cibi «caldi», «ventosi» e «duri da digerire»: tra i vegetali, i ceci, le fave, le cipolle, i porri, i cavoli, le melanzane, le castagne, i pinoli, le mandorle, i fichi secchi, le spezie in genere e soprattutto i tartufi, che - a detta del medico Baldassarre Pisanelli - «aumentano lo sperma e l'appetito del coito»; tra i pesci e affini, le ostriche, i granchi di fiume e le uova di tutti i pesci; tra i grassi, il burro. Particolarmente efficace era giudicato il cervello di qualsiasi animale, e la carne dei piccioni e degli sfrenati passeri, capaci - secondo Aristotele - di «coire» ottantatré volte nel giro d'un'ora; erano reputati autentici toccasana, infine (e s'intende perché), i testicoli di toro e d'agnello, da cui in effetti specie se mangiati crudi è possibile assorbire una certa quantità di testosterone, i «granelli» di gallo e il membro del cervo.

Un cenno meritano anche il frumento e il mais, o meglio ancora la polenta, di cui solo recentemente sono state ipotizzate potenziali qualità afrodisiache. Il tegumento esterno del chicco di frumento (ciò che finisce in crusca, in altre parole) contiene infatti l'aleurone, una sostanza che ha appunto effetti «potenzianti» sull'uomo. Che siano dovute alla crusca che «respirano» le non comuni capacità amatorie attribuite ai mugnai? D'altra parte anche su chi mugnaio non è pare che l'effetto sia assicurato, visto che ancora oggi a Saint-Cast-le-Guildo (dipartimento Côtes-d'Armor, Francia) si parla del «mulino d'Anna» e del duca d'Aiguillon 1720, Francia - 1788, Francia, che nel 1758, durante la Guerra dei sette anni (1756-1763), proprio in quel mulino si coprì più di farina che di gloria.

Riguardo al mais, il suo effetto afrodisiaco sarebbe dovuto alla mancanza, in questo alimento (più unico che raro, sotto questo aspetto), del triptofano, una sostanza da cui viene sintetizzata la serotonina, che è un inibitore.

Proprietà stimolanti, legate probabilmente al loro effetto blandamente irritante sulle vie urinarie e sull'intestino, sono ancora riconnesse a molte spezie, tra cui il pepe e la noce moscata; così come all'uso gastronomico del cacao e del ginseng per i relativi effetti tonici o eccitanti.

Non vanno dimenticati infine i «pousse l'amour», cocktail per così dire alimentari, ottenuti versando in un bicchiere da sherry un tuorlo d'uovo e, senza mescolarli, ma facendo in modo che risultino stratificati, liquori (freddi, ma non ghiacciati) dai colori diversi (ad esempio, nell'ordine, 1/3 di maraschino, un tuorlo d'uovo, 1/3 di Bénédictine e 1/3 di cognac).

La maca, conosciuta anche come ginseng peruviano, è una pianta dalle note proprietà energizzanti e afrodisiache. Stimola la fertilità e viene utilizzata nel trattamento di disfunzioni o disturbi legati all'apparato sessuale maschile e femminile. Impotenza maschile e calo della libido sono alcuni dei principali campi di applicazione. Migliora la qualità e la mobilità degli spermatozoi e contribuisce a risolvere i problemi ormonali legati al ciclo mestruale.



Lo zenzero è un tonico ricostituente, adatto non soltanto contro l'affaticamento e l'astenia, ma anche in caso di impotenza. Le virtù afrodisiache attribuire allo zenzero riguardano soprattutto la sua capacità di stimolare la circolazione e di garantire un maggior afflusso di sangue verso gli organi sessuali. Il merito è di sostanze come il gingerolo e il zingiberene. In Cina viene considerato un vero e proprio viagra naturale.

Il peperoncino viene immediatamente associato al desiderio e alla passione. Agisce come vasodilatatore e migliora la circolazione. Innalza la temperatura corporea e tonifica le pareti delle arterie. Il potere afrodisiaco sarebbe garantito dal suo contenuto di capsaicina, la sostanza grazie a cui il peperoncino assume il caratteristico sapore piccante.

Sapevate che anche le mandorle sono un alimento afrodisiaco? Il merito è del loro contenuto di vitamina E, che agisce direttamente sul desiderio sessuale. Secondo la medicina naturale, le mandorle sono in grado di stimolare la fertilità e di incrementare la passione, soprattutto nelle donne.

Se le mandorle sono considerate un afrodisiaco femminile, gli asparagi rappresentano l'alimento perfetto per stimolare il desiderio maschile. Sono ricchi di potassio, di vitamine del gruppo B e di sostanze che favoriscono la produzione degli ormoni sessuali maschili e la virilità.

Le banane sono ricche di potassio e di vitamina B6, due componenti fondamentali per la formazione del testosterone. Sono dunque considerate il perfetto afrodisiaco maschile, oltre che una cura naturale contro l'impotenza e l'infertilità. Contengono, inoltre, particolari enzimi che aiutano ad incrementare la libido.

Le proprietà afrodisiache del tartufo sono note fin dall'antichità. Non esisterebbero, al momento, prove scientifiche della loro efficacia, ma soltanto ipotesi. E' possibile che il potere stimolante dei tartufi sia dovuto al loro contenuto di androsterone, una sostanza presente negli ormoni dei maiali maschi, che sarebbe in grado di attirare le scrofe. Per analogia con il mondo animale, si è ipotizzato che i tartufi siano afrodisiaci anche per l'uomo.

Il ginseng è un rimedio naturale noto in tutto il mondo, non soltanto come alimento tonico e stimolante, ma anche per le sue proprietà afrodisiache. Stimola la circolazione e migliora l'afflusso sanguigno verso gli organi sessuali. Il suo impiego come viagra naturale è diffuso in Oriente fin dall'antichità.

Tra i cibi afrodisiaci viene spesso citato il cioccolato, soprattutto se extra fondente e con fave di cacao. Il merito sarebbe proprio del cacao e del suo elevato contenuto di bioflavonoidi. Si tratta di sostanze in grado di dilatare le arterie e di favorire e la circolazione. Secondo una ricerca condotta in California, assumere 50 grammi di cacao al giorno migliora la circolazione sanguigna del 10%.

Per migliorare le prestazioni sessuali maschili potrebbe bastare un pizzico di zafferano, da assumere con regolarità. L'efficacia delle sostanze afrodisiache contenute nello zafferano non è ancora stata del tutto confermata. Non mancano però alcune certezze. Lo zafferano stimola la circolazione e risveglia i sensi.

Indubbiamente sono tra i cibi più sensuali da mangiare: una spruzzata di limone e poi basta avvicinare le labbra alla conchiglia e far dolcemente scivolare l’ostrica in bocca. Questo rituale renderà la cena davvero molto sensuale, ad aiutare ci pensa poi anche l’alto tasso di zinco presente nelle ostriche: il suo effetto? Aumentare la libido!

Le fragole non possono mancare in una cena romantica: perfette con il cioccolato, provatele ad accompagnare ad un calice di champagne e scoprirete tutta la loro dolcezza e tutti i loro poteri afrodisiaci!

Considerato un potentissimo afrodisiaco in molti Paesi del mondo, l’avocado non mancava mai dal menu di Re Luigi XV il quale viene ricordato anche per la sua fama di seduttore. Un solo pezzo di avocado è in grado di fornire l’energia necessaria per affrontare una lunga notte d’amore senza appesantire.








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giovedì 2 agosto 2012

RISOTTO CON CAPESANTE E ZAFFERANO


RISOTTO CON CAPESANTE E ZAFFERANO

INGREDIENTI
160 g di riso carnaroli
8 capesante

...
1/2 scalogno
1 bel ciuffetto di prezzemolo
1 bicchiere di vino bianco fermo
Zafferano q.b.
sale e pepe q.b.
brodetto di pesce q.b.

PREPARAZIONE: Fate appena dorare in una padella antiaderente lo scalogno e un poco di prezzemolo tritati, aggiungete le capesante tagliate lasciandone due intere per la decorazione finale.
Dopo qualche minuto aggiungete il riso e fate tostare bene, sfumate col vino e fate ridurre, a questo punto cominciate ad allungare con il brodetto fino a cottura, girando di tanto in tanto.
Qualche minuto prima della fine della cottura aggiungete lo zafferano precedentemente sciolto in un poco di brodo e amalgamate bene, aggiustate di sale e epepe se necessario.
Impiattate con un coppapasta e decorate con la capesanta intera e poco prezzemolo tritato



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venerdì 16 settembre 2011

SPAGHETTI CON LE VONGOLE ALLO ZAFFERANO

SPAGHETTI CON LE VONGOLE 
ALLO  ZAFFERANO


INGREDIENTI
350 g di spaghetti
un kg di vongole veraci
200 g di pomodori
una bustina di zafferano
2 cucchiai di olio extravergine di oliva
un ciuffo di prezzemolo
2 spicchi d'aglio
sale

PREPARAZIONE: Lavate bene le vongole sotto l'acqua corrente, mettetele in una larga padella con un mestolo d'acqua e fatele aprire a calore moderato. Man mano, togliete dal fuoco quelle che si aprono e sgusciatele, tenendone alcune nelle conchiglie per la decorazione finale. Filtrate l'acqua delle vongole con una garza e conservatela in una tazza. Scottate i pomodori in acqua bollente, pelateli, tagliateli a metà, privateli dei semi e riduceteli a dadini. Fate soffriggere gli spicchi d'aglio in un'altra padella con l'olio; eliminateli quando prendono colore e mettete nell'olio i pomodori, l'acqua delle vongole e lo zafferano; mescolate bene, aggiungete le vongole sgusciate e il prezzemolo
tritato. Cuocete gli spaghetti in una pentola con abbondante acqua bollente salata e scolateli al dente; metteteli nella padella con il sugo e fateli saltare per qualche istante a fuoco alto, sollevandoli con 2 forchettoni. Trasferiteli sul piatto da portata, guarniteli con le vongole nel guscio tenute da parte e, se vi piace, con altro prezzemolo crudo, tritato fine. Serviteli caldissimi.

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giovedì 8 luglio 2010

Zafferano . La "spezia d'oro" per antonomasia

Zafferano

La "spezia d'oro" per antonomasia: lo zafferano. Ottimo in molti piatti nostrani e esteri. Conosciamone meglio le proprietà.


Lo zafferano è una piccola, ma “ricca” piantina, dalla quale si ricava la preziosissima spezia, precisamente dallo stimma, la quale ha diverse applicazioni in ambito gastronomico. In arabo zafferano significa giallo, che è poi il colore che tinge i piatti e le pietanze, che come l’oro impreziosiscono le nostre tavole.
La sua origine è molto lontana, infatti il crocus cativus, questo il suo nome botanico, è soprattutto coltivato in Asia e in Africa settentrionale, mentre nel nostro Paese tra le più importanti regioni produttrici vi sono la Sardegna, le Marche, la Toscana e l’Abruzzo.
La pianta del crocus fa parte dell’estesa famiglia delle iridacee, raggiunge un’altezza di circa 5 cm, i petali sono 6, è la parte femminile ad essere costituita dall’ovario e dai famosi stimmi, tanto ricercati. Nell’arco dell’anno il momento più importante, perché legato alla fioritura, è ottobre, in cui spuntano eleganti i fiori, dai quali si raccoglie il contenuto a noi tanto caro.
Queste piante crescono bene ad altitudini intorno ai 400 metri, diciamo collinari, non temono tanto la pioggia quanto l’umidità, e soprattutto il ristagno, elementi estremamente rischiosi per lo sviluppo della pianta; infatti sono ottimi i terreni argillosi, mentre quelli troppo pesanti non sono adatti, il terreno deve permettere una buona drenatura costante.
È una pianta particolarmente forte, anche nei confronti del gelo, l’importante è che il termometro non scenda sotto i 12 Fiori e
  stimmi zafferanogradi, ma la neve non rappresenta un problema per la vita vegetativa del crocus.
Dal punto di vista della coltivazione, è possibile effettuare una coltivazione annuale; in questo caso in estate si tolgono i bulbi dalla terra, come spesso accade anche per altre tipologie di tuberi, poi si ripiantano in un terreno diverso. Certamente questa scelta è quella più lunga e più dispendiosa a livello di tempo e di energia. Ciò incide ovviamente sul costo finale, poiché l’incidenza della manodopera è notevole. La tecnica appena citata è quella fatta soprattutto in Italia, in altri Paesi si segue la coltivazione poliennale, in questo caso i bulbi si lasciano nel loro terreno senza mai toccarli per un periodo di tempo variabile, dai 4 ai 7 anni. Il vantaggio è in questo caso un abbattimento del costo legato alla manodopera, minori costi legati al terreno, il quale non dovrà essere necessariamente molto esteso. Invece i lati negativi saranno uno zafferano di qualità leggermente inferiore dal punto di vista della composizione mineralica come spezia, poiché risaputamente un Fiori 
zafferanoterreno dopo un certo periodo, se non si lascia a riposo, perde in sostanze organiche e, anche se si concima, è una sorta di ciclo continuo, quindi stressante.
Nel caso della coltivazione annuale, oltre al vantaggio della rotazione del terreno,  la quale incide positivamente su un indubbio arricchimento della spezia come prodotto finale, ha anche meno problemi per ciò che riguarda gli attacchi di parassiti, che in questo caso sono molto meno frequenti. Altro vantaggio è la maggior cura del terreno, con una minor presenza di erbe infestanti.
La coltivazione dello zafferano deve avere degli strumenti difensivi, nei confronti degli attacchi di diversi parassiti, alcuni molto piccoli, come ad esempio dei funghi, lari medi, o come il topo, che divora letteralmente il bulbo; altri essenzialmente enormi, come ad esempio il cinghiale, che scava direttamente il terreno per cercare i bulbi di cui è ghiotto. Per questo grosso animale è sufficiente sistemare una bella e forte recinzione intorno ai campi coltivati, regola peraltro valida anche per i semplici orti in campagna o montagna.
Risotto allo zafferanoDal punto di vista nutrizionale, lo zafferano è una spezia davvero ricchissima, basti pensare che contiene più di 100 sostanze aromatiche e soprattutto è ricchissima di carotenoide, tra i più conosciuti il licopene, lo stesso del pomodoro. E’ inoltre ricco di vitamina A, e vitamine del gruppo B. Il colore giallo è dato dalla crocina.
Dal punto di vista gastronomico e terapeutico, lo zafferano avrebbe poteri curativi a livello sedativo, ma è una sostanza da usare con attenzione, poiché ad alte dosi avrebbe effetto abortivo, provocherebbe vertigini, capogiri, torpore e diminuzione della trombina.





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