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lunedì 2 maggio 2016

IL BURRO DI ARACHIDI



Il burro di arachidi è un alimento ricavato dalla macinatura di semi di arachidi. Fonti non accreditate ne attribuiscono la paternità ad un farmacista di Saint Louis, George A. Bayle jr., il quale alla fine del XIX secolo inventò questo alimento come sostituto proteico della carne, allora alimento molto costoso e non accessibile a molte famiglie delle classi meno abbienti. Noto è infatti il notevole apporto di proteine vegetali che tale prodotto garantisce, oltre ad un considerevole contenuto di grassi (per lo più monoinsaturi) ed una buona percentuale di fibre ed acido linoleico.

Probabilmente il più famoso produttore di burro di arachidi è l'ex-presidente degli Stati Uniti d'America Jimmy Carter, che ha una piantagione a Plains in Georgia.

La pasta è ricca di acido palmitico, sale e zucchero. Oltre ai grassi, contiene proteine, fibra alimentare, vitamine, calcio, fosforo e potassio.

Il prodotto è analogo al mediorientale tahina, un alimento tradizionale da secoli, diffuso in Grecia, Nord Africa e paesi medio orientali a base di semi di sesamo.

Il burro d'arachidi è un alimento che non può mancare nella dispensa di ogni casa statunitense e viene servito solitamente in sandwich formati da due fette di pane, dove su una viene spalmato il burro d'arachidi (smooth, "cremoso" o crunchy, "croccante" a seconda delle preferenze) e sull'altra viene spalmata la marmellata, solitamente di fragole o mirtilli. Viene anche impiegato nella produzione di prodotti dolciari da forno, come i famosi Scorched peanut cookies, biscotti al burro di arachidi.

Il burro di arachidi è un alimento ottenuto dalla macinatura delle cosiddette noccioline americane (arachidi) ed è molto comune nell’alimentazione statunitense (negli USA si calcola un consumo pro capite annuo di circa 1,5 kg); nel nostro Paese il burro di arachidi è sì conosciuto, ma il prodotto non è mai decollato veramente a livello commerciale.

A grandi linee, la produzione del burro di arachidi avviene nel modo seguente: inizialmente si procede con la tostatura dei semi di arachidi effettuata a una temperatura che si aggira attorno ai 160 °C; i semi vengono poi cosparsi con il 2-3% di sale; si procede in seguito con le operazioni di macinatura e impastatura. L’olio che fuoriesce ha la tendenza a separasi dal burro e a risalire sino alla parte superiore del contenitore; per evitare ciò vengono aggiunte sostanze stabilizzanti, emulsionanti e oli parzialmente idrogenati (questi ultimi invero in quantità piuttosto basse).

La composizione finale del burro di arachidi dipende dal processo di produzione nonché da arricchimenti vari (sale, minerali, vitamine ecc.) o impoverimenti (grassi) e si deve perciò ritenere un alimento variabile.



Tra le qualità nutrizionali del burro di arachidi spicca l'ottimo contenuto in proteine, acido oleico, vitamina B3, vitamina E, magnesio, acido folico, arginina e fibre alimentari. Se viene prodotto conservando i tegumenti esterni (la "pelle" dei semi), il burro di arachidi è inoltre ricco di polifenoli e resveratrolo, lo stesso antiossidante contenuto nella buccia dell'uva e nel vino rosso.
Le arachidi, incluso il burro che da esse si ricava, rappresentano l'alimento più spesso coinvolto in reazioni anafilattiche di natura alimentare (gravi reazioni allergiche sviluppate dallo 0,4-0,6% della popolazione). Un'altra fonte di timori è data dalla possibile contaminazione con aflatossine, sostanze molto pericolose prodotte da alcuni funghi (miceti). Considerati i pericoli per la salute del consumatore, tutte le fasi produttive vengono oggi seguite con particolare scrupolo.
Infine, non dobbiamo dimenticare che il burro di arachidi è un alimento iperlipidico ed ipercalorico; ciò significa che quando lo si assume per sfizio - magari al posto del cioccolato da spalmare come leccornia a fine pasto - non fa certo bene a linea e salute. Questo a causa della combinazione di più elementi sfavorevoli, come la piccola quota di grassi idrogenati, l'elevato apporto calorico e il buon contenuto in acido palmitico (un acido grasso saturoaterogeno). Non sussistono quindi ragioni particolari per consigliare l'assunzione regolare di burro d'arachidi; se piace, si può mangiare tranquillamente, senza comunque esagerare e senza dimenticare il suo elevato potere calorico.

Le fibre e le ceneri alimentari superano spesso il 10% del prodotto.

Le informazioni nutrizionali sono spesso poi confuse dal fatto che ci si riferisce al cucchiaio anziché a 100 g.

Per esempio, i dati di Skippy si riferiscono alla porzione di 32 g.

I grassi contenuti nel burro di arachidi sono (per 100 g): 10,3 g di saturi a catena lunga, 23,7 g di monoinsaturi e 13,9 g di polinsaturi, quasi tutti rappresentati dall’acido linoleico. Da un punto di vista nutrizionale importante il contributo di niacina (vitamina B3, 13 mg per 100 g), di folati (74 microgrammi) e di vitamina E (9 mg): l’alto contenuto calorico e la relativamente piccola quantità che se ne assume rendono comunque questi dati poco interessanti nell’economia globale dell’alimentazione del soggetto.

Le non molte ricerche che promuovono il burro di arachidi in realtà promuovono l’uso generale di vegetali poveri in grassi saturi (noci, nocciole, arachidi ecc.), anche perché è ottimistico sperare che un solo alimento, per di più ipercalorico, possa avere proprietà farmacologiche notevoli.

Il vero problema di questo alimento è rappresentato dalla presenza di grassi trans dovuta ai processi di lavorazione e alla necessità di mantenere morbido e di conservare a lungo il prodotto.

La legge che dal primo gennaio 2006 negli USA ha obbligato a indicare la quota di grassi trans permette al consumatore di scegliere quei prodotti che hanno una quota nulla di grassi trans (per legge se la quota è inferiore a 0,5 g per 100 g si può indicare 0).

Esistono poi burri d’arachidi biologici privi di trans (usano spesso olio di palma biologico per ammorbidire il prodotto), ma il loro costo è decisamente proibitivo rispetto agli eventuali benefici che possono apportare al nostro modello alimentare.

Globalmente, la presenza di molte proteine, di acidi grassi monoinsaturi e di una buona quota di acido linoleico (per chi non lo assume da altre fonti) può essere interessante, ma sicuramente non è controbilanciata dall’ipercaloricità del prodotto.

Inoltre è fondamentale considerare che insieme al burro di arachidi si deve assumere una certa quantità di carboidrati per rendere equilibrato il proprio pasto.

Supponendo di assumere 30 g di burro di arachidi e 100 kcal di frutta si arriva a un’assunzione di 27,7 g di carboidrati, 7,5 g di proteine e 15,1 g di grassi (di cui 7,1 di monoinsaturi) per un totale di circa 280 kcal.



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domenica 23 dicembre 2012

Frutta secca


Frutta secca

scopriamo i suoi vantaggi


Tutti i medici e non solo gli specialisti della nutrizione rinnovano ogni giorno il consiglio di mangiare più frutta fresca, magari con una preferenza per i prodotti stagionali che possono vantare qualche merito salutistico in più, tra patrimonio vitaminico e meno trattamenti conservanti.
Poco o nulla si parla, invece, della frutta secca, salvo un temporaneo ritorno di popolarità nel periodo natalizio, quando l’orgia gastronomica travolge gli argini del buonsenso e le raccomandazioni nutrizionali.
Per prima cosa dobbiamo far chiarezza sulla terminologia. Non si può accomunare, dal punto di vista nutrizionale, la frutta secca a guscio (noci, mandorle, pinoli, arachidi, pistacchi) con la frutta polposa essiccata al sole o in forno. Scherzando, va poi ricordato ai bambini, incantati dalla sapienza delle imitazioni, che in nessun modo si può equivocare tra frutta essiccata e quella miniera di carboidrati rappresentata da certi dolci, tipicamente siciliani, a base di pasta di mandorle e con mascheramento esterno che rievoca la vera frutta.
La frutta secca a guscio è detta “oleosa”, perché ricca di pregevoli grassi polinsaturi, tra cui gli ormai famosi omega3, ma è dotata, inoltre, di una buona frazione proteica, vitamine B ed E, potassio, fosforo, ferro, calcio, come ben sanno i vegetariani più rigorosi.
La frutta secca polposa (uva passa, prugne, albicocche, ecc.), poco importa se disidratata al sole o in forno, si caratterizza, viceversa, per un alto contenuto di zuccheri e di fibre con una irrilevante presenza di grassi.
L’interesse nutrizionale della frutta secca a guscio deriva quindi dai benefici salutistici che il consumo abituale della frazione grassa può avere in particolare sulla patologia cardiovascolare e sulle dislipidemie.
Diversi studi scientifici, dell’ultimo decennio, hanno confermato le antiche supposizioni favorevoli, riconducibili a particolari gruppi di consumatori abituali (Adventish Health Study, 1992). Citerò, fra gli altri, lo Yowa Women’s Health Study (1996), durato 7 anni, su 34.486 donne con un consumo di 4 porzioni/settimana e riduzione del 40% delle morti per patologia coronarica; Harvard Nursey’s Health Study (1998) su 86.016 donne, durato 14 anni, con 5 o più porzioni/sett. e riduzione delle cardiovasculopatie; Phisycian’s Health Study (2002) su 21.454 soggetti, durato 12 mesi, dove l’assunzione regolare di frutta secca si associa a una riduzione del 30% del rischio di morte per patologia vascolare.
Sono ancora più numerose e concordi le risultanze su una lieve riduzione dei livelli di colesterolo totale e LDL, nonché dei trigliceridi e della insulino-resistenza. Insomma, la frutta secca non è un farmaco ma il consumo abituale sembra avere per chiunque più di un vantaggio, specialmente per chi è fisicamente attivo e non deve temerne il notevole contributo calorico.



Eugenio Del Toma


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